Stiamo andando verso una sterilità emotiva? Se fosse così, come faremo a soddisfare i nostri bisogni di essere ascoltati e compresi? Nel film Her la risposta è una intelligenza artificiale. Sembra assurdo, ma quanto lo è veramente?

Studia, formati, lavora, produci, guadagna. Più veloce, ancora più veloce. Studia, formati, lavora, produci, guadagna. È questo quello che ci aspetta, da quanto diventiamo cittadini di questo mondo, da quando vogliamo iniziare a cercarsi una nostra indipendenza e crearci una nostra vita distaccandosi dall’amato rifugio familiare. Il guadagno economico e la realizzazione in ambito di carriera, per la maggior parte di noi, rappresentano la possibilità per iniziare a crearsi il proprio futuro ed un’illusione di libertà. Una verità detta e ridetta. Il mondo corre, è competitivo e se vuoi stare al passo e non soccombere, devi correre di più degli altri. La folle corsa di noi “criceti”, in questa visione postmoderna però ci allontana dai sentimenti, dalle emozioni, dal dolore e dall’amore. Essi sarebbero troppo una distrazione, il rischio di farci travolgere come se fossero un fiume in piena sarebbe troppo grande, il nostro inseguimento verso la flebile speranza di una libertà futura sarebbe troppo messa a repentaglio. Il sentimento dell’amore è il più forte e quello sul quale si ha meno controllo, è incompatibile con la richiesta che i tempi di oggi esigono all’essere umano. L’amore oggi si trasforma in narcisistico è mono-direzionale. Nasce un’incompatibilità nel gestire la sfera sentimentale. il film Her rappresenta sullo schermo, in maniera eccelsa, quello che è la possibilità di un futuro imminente.

Il film Her come distopia, ma forse nemmeno troppo
Il film Her uscito nel 2013 e girato da Spike Jonze, con protagonista il neo premio oscar Joaquin Phoenix e con la voce di Scarlett Johansson, narra la storia d’amore tra un’essere umano ed un’intelligenza artificiale. Ambientato in un futuro prossimo, il sensibile e solitario Theodore si trova incapace di gestire le proprie emozioni. Lo spettatore apprende fin da subito che non è solo il nostro protagonista incapace di comunicare ed esprimere i propri sentimenti, ma è la condizione dell’intera società nella quale vive. Theodore infatti, come lavoro scrive lettere per persone che sono incapaci di esprimere quel che sentono, ma quando si tratta di se stesso, lui diventa incapace quanto i suoi committenti. Un giorno acquista un OS1, un sistema operativo d’intelligenza artificiale, il quale viene modulato a seconda della personalità di Theodore, e si fa chiamare Samantha. Data la natura introversa di Theodore ed il fatto che Samantha è stata programmata su quelle che sono le caratteristiche del suo proprietario, tra i due nasce quella che sembra, per quanto incredibile, una relazione. Il nostro protagonista è convinto di essere entrato in empatia con Samantha e di essere realmente compreso e capito. Il sistema operativo in verità sta solo usando la corporalità di Theodore per sperimentare quelle esperienze per le quali non è stata programmata ed accrescere così la propria intelligenza e realtà. Il suo amore è narcisistico verso se stessa, perché essendo una macchina l’unico mondo che ha senso è il suo perché è il più razionale. Samantha si evolve talmente tanto, che entra in una dimensione troppo elevata per il nostro ingenuo Theodore, costringendola a lasciarlo. Il film si chiude con la scena finale di Theodore che si trova sul tetto del proprio palazzo con la sua migliore amica Amy, l’unica persona che forse lo ha sempre capito, ma lui è sempre stato incapace di relazionarsi per andare oltre il semplice rapporto di amicizia. Le persone cercano sempre nell’altro di ricomporre se stesse. La realtà dispotica tracciata nel film alla fine non è così lontana, se i tempi nei quali viviamo ci portano a non avere tempo per la velocità eccessiva che il contesto sociale richiede, l’empatia verso il prossimo viene meno, le insicurezze crescono e l’uomo si trova incapace di fare fronte ai sentimenti. Ma potrebbe realmente succedere di cadere in un’illusione così grossa come quella raccontata nel film?
Trovare se stessi attraverso un corpo esterno, Herder ci spiega come
Herder filosofo tedesco del ‘700 parlando della plasticità delle statue come incarnazione dell’umanità, pone una funzione logica dell’estetica. Riprendendo quella che era una determinatezza del sentire, derivata dai greci, che però egli contrappone ad un’astrattezza della riflessione moderna. La contrapposizione dell’oggetto estetico diventa una determinatezza del sentire corporeo fisiologicamente inteso, la corporeità data diventa costruzione della molteplicità sensoriale umana. Il movimento attribuito ad un corpo, anche se inorganico, viene impregnato di una qualche specie di vitalismo, creando una frammentazione dell’io dell’osservatore che viene poi ricomposto nell’oggetto mediato. La frammentazione e la fisiologia del movimento della statua nella sua plasticità, porta da un animarsi dell’inorganico ed ad un’identificazione fra vita organica e fenomeno dell’espressione. Herder immette nell’oggetto uno stato primitivo empatico mono-direzionale che provoca l’illusione dello spettatore di una propria comprensione. Al centro della teoria di Herder si colloca il movimento che provoca nel copro inanimato una parvenza di vita. Il film Her va oltre: toglie il fatto del corpo ma non del movimento e del cambiamento. Samantha nel suo essere si muove ed evolve, provocando quindi una rottura di Theodore nei suoi confronti, il quale si perde in lei per ritrovarsi in qualche maniera alla fine dell’interazione, un’illusione viene messa in atto. Il film riprende quella che era il modello di Winckelmann della statua greca come incarnazione dell’umanità ma, in questo caso, senza un corpo, una versione 2.0.
Alla fine l’amore rimane sempre una questione umana
Quello del film è un inganno che ha il sapore di verità, e forse questo inganno non è solo racchiuso all’interno del film, ma è possibile che sia già arrivato a noi o è prossimo ad arrivare. Alla fine penso, che ognuno di noi cerca quella che è la cosa più semplice eppure più pura che esista: un collegamento profondo con un’altra persona che sia in grado di ascoltarla e comprenderla. Le relazioni umane spesso sono questioni di semplici empatie. Il nostro mondo va veloce, e viene sempre meno il tempo per la creazione di questo profondo legame. Mano a mano che si cresce e le responsabilità, i doveri aumentano, più questa parte della persona vacilla. In una realtà del genere, nella quale anche il concetto pirandellino della maschera prendere ancora più rilievo, è semplice cadere in un’illusione come quella del film. Theodore alla fine cerca solo quello che definirei un porto sicuro nel quale sostare, questo diventa un bisogno, e nel valzer degli inganni poco conta, almeno inizialmente cosa ti porta a soddisfare un bisogno tanto intimo. Il discorso di Herder di una funzione logica estetica basata su una determinatezza del “sentire”, racchiuso all’interno di un discorso di vitalismo per quanto concerne le intelligenze artificiali, ci regala uno sguardo ad un futuro distopico non tanto improbabile. Per concludere, penso che ci voglia consapevolezza di un tale scenario, ma non per questo ci dobbiamo spaventare, e soprattutto la cosa più importante, non ci dobbiamo dimenticare di amare.