Amore condiviso, amore raddoppiato? La gelosia tra coppie aperte e monogamia convinta

Istruzioni per non impazzire nell’amore moderno: tra possesso e passione, dove finisce l’uno e inizia l’altra?

C’è sempre quel momento in cui ti rendi conto che le regole dell’amore che hai sempre dato per scontate sono in realtà più fluide dell’orario dei treni regionali. Quello in cui scopri che mentre tu stavi ancora cercando di capire se è normale controllare l’ultimo accesso WhatsApp del tuo partner, c’è chi ha già riprogettato completamente l’architettura delle relazioni moderne. Benvenuti nel territorio inesplorato dove la gelosia incontra la libertà, e dove l’esclusività può diventare opzionale come il servizio in camera.

Binari di partenza

Tutto è iniziato con un articolo che ho letto per caso su una rivista online mentre aspettavo il treno – uno di quei pezzi che ti catturano con un titolo innocuo e poi ti lasciano a fissare lo schermo con la bocca aperta. Parlava di come le app di dating non servano più solo per trovare l’anima gemella, ma siano diventate il supermercato delle relazioni alternative: coppie che cercano altre coppie per scambi, single che esplorano il poliamore, partner che negoziano aperture temporanee della relazione tutto via smartphone. Citava statistiche sui giovani che considerano la monogamia «un’opzione tra le tante» e interviste a coppie che usano algoritmi per trovare il terzo, quarto o quinto incomodo perfetto.

La cosa che mi ha colpita di più? Una citazione buttata lì quasi per caso: «La gelosia è diventata un sentimento vintage, come ascoltare i vinili o scrivere lettere a mano».
Quella frase mi è rimasta in testa per giorni. Così ho fatto quello che faccio sempre quando ho bisogno di scrivere su qualcosa: ho iniziato a fare domande scomode ai miei amici.

La prima chiamata l’ho fatta a Eleonora, mentre lei era in pausa pranzo e stava probabilmente fingendo di controllare le email invece di guardare video di gatti ciccioni. Scoppia a ridere: «Sai cosa? Hanno ragione. Da tre anni io e Luca abbiamo una relazione aperta, e la gelosia non è sparita, ma è diventata… Diversa. Come un’app che hai aggiornato e ora funziona meglio.»
Qualche giorno dopo, incuriosita dalla reazione di Eleonora, decido di testare la teoria della gelosia vintage su Giorgio.
Ci incontriamo per un aperitivo in centro, in uno di quei locali dove non riesci mai a capire se il barman è un artista incompreso o se davvero il cocktail dovrebbe avere quel colore.
«Giorgio, ti faccio una domanda teorica» dico mentre lui cerca di capire se nel suo drink ci sia davvero basilico o se si trova sul principio di un’allucinazione olfattiva. «Se Francesca ti dicesse che vuole aprire la vostra relazione, come reagiresti?»
Il silenzio che segue è così lungo che per un momento penso si sia trasformato in statua di sale. Poi: «Scusa, cosa? No, aspetta, devo prima finire questo drink perché mi sa che mi servirà. Hai appena detto APRIRE la relazione?»
La sua reazione è esattamente quella che mi aspettavo: Giorgio considera la gelosia il sistema d’allarme antifurto dell’amore. «Per me è impossibile. La gelosia mi dice che tengo a Francesca. Se non fossi geloso, significherebbe che non mi importa davvero di lei. È come un termometro delle emozioni».

Il giorno successivo, mentre stavo rileggendo l’articolo per la terza volta cercando di capire se fosse geniale o completamente folle, ricevo una chiamata inaspettata da Alessandro.
«Ho sentito che stai facendo un’inchiesta sulla gelosia,» dice ridendo. «Posso contribuire alla ricerca?»
Mi racconta che da settimane lui e David stanno avendo conversazioni sempre più frequenti sull’idea di aprire la loro relazione. «È paradossale,» mi confida, «con le scopate occasionali non provavo gelosia, potevo vedere i miei partner con altri senza battere ciglio. Ma ora che sono innamorato davvero, anche solo l’idea di David con qualcun altro mi fa venire una stretta allo stomaco che non sapevo di poter provare».
L’ultima conversazione l’ho avuta con Giulia durante un brunch domenicale davanti dei pancakes. Giulia pratica il poliamore da anni, e quando le parlo dell’articolo sulla gelosia vintage reagisce con una risata cristallina mentre spalma marmellata di fichi su un croissant.
«Il problema» mi aveva spiegato mentre io cercavo di non far trasparire il mio smarrimento totale, «è che confondiamo l’amore con il possesso. Io amo Paolo da quattro anni e Stefano da due. Sono due amori diversi, due persone diverse, due modi diversi di essere me stessa. Non è che divido l’amore a metà, è che l’amore si moltiplica. Come quando hai un secondo figlio: non ami meno il primo, semplicemente scopri di avere più amore di quanto pensassi».
La metafora dei figli mi aveva lasciata senza parole. Aveva ragione, nessuno si sognerebbe mai di dire a una madre che deve scegliere quale figlio amare. Ma quando si tratta di relazioni romantiche, l’esclusività sembra essere l’unica opzione accettabile socialmente.
«Ma la gelosia?»
«La gelosia è spesso un segnale di bisogni non comunicati. Se sono gelosa perché Paolo passa tempo con un’altra persona, devo chiedermi: ho paura che mi ami meno? Ho bisogno di più attenzioni? Mi sento trascurata? La gelosia non è il nemico, è un GPS emotivo che ti dice dove devi lavorare».

L’architettura dell’amore moderno

Dopo questa serie di telefonate e incontri illuminanti, ho deciso di organizzare quella che ho pomposamente chiamato «la cena di ricerca sul campo» – in realtà volevo solo mettere tutti intorno a un tavolo per vedere cosa succedeva quando le loro teorie si scontravano dal vivo. Ho invitato anche Samantha, un’amica che conoscevo da poco ma di cui avevo già intuito le posizioni decisamente controcorrente.

La conversazione aveva preso una piega sempre più filosofica. Giorgio sosteneva la sua tesi della monogamia come valore fondamentale: «Per me l’esclusività non è possesso, è scelta. Ogni giorno scelgo Francesca, e lei sceglie me. Se dovessi condividerla con altri, quella scelta perderebbe significato».

Eleonora ha replicato con eleganza chirurgica: «Ma chi ha detto che l’amore deve bastare? Forse il problema è proprio questa aspettativa irrealistica che una sola persona debba soddisfare tutti i nostri bisogni emotivi, fisici, intellettuali».

È a quel punto che Samantha, che fino a quel momento aveva ascoltato sorseggiando il suo vino, ha deciso di intervenire con quella schiettezza che ti fa sentire contemporaneamente sollevata e leggermente a disagio.

«Scusate ragazzi, ma secondo me state tutti complicando una cosa semplice. A me l’idea della coppia aperta fa proprio schifo. Se due persone si prendono fisicamente, prima o poi finiranno per prendersi anche mentalmente. È inevitabile».
Il tavolo si è zittito. Samantha ha continuato: «E poi sì, io sono gelosa. Ma c’è gelosia e gelosia. Quella stupida e opprimente mi fa schifo. Ma quella intelligente, quella che ti fa sentire desiderata? Quella mi eccita. Quando il mio ragazzo mi dice “sei mia” o “vestita così fai impazzire tutti”, non è possesso tossico. È passione consapevole».

Non potevo fare a meno di annuire. Perché, se devo essere onesta, condivido completamente il punto di vista di Samantha. Non vorrei mai che l’uomo con cui sto volesse condividermi con altri – mi farebbe sentire come un aperitivo a un pranzo, e io non voglio nemmeno essere solo la portata principale, io sono il buffet.

Il diritto di essere contraddittori

La lezione più importante di quella serata è stata scoprire che possiamo essere contraddittori senza essere incoerenti. Posso supportare il diritto di Eleonora di avere una relazione aperta e allo stesso tempo essere fermamente convinta che per me non funzionerebbe. Posso apprezzare la filosofia del poliamore di Giulia e continuare a procedere per la mia strada un po’ più monogama.
La gelosia, in questo nuovo panorama, non è più il mostro da sconfiggere. È diventata un’alleata scomoda ma preziosa, che ci costringe a fare i conti con le nostre paure e i nostri bisogni. O, nel caso di Samantha e me, di accettare che a volte possedere un po’ – nel modo giusto – può essere incredibilmente eccitante.

E alla fine, ripensando a quella serata, mi sono resa conto che forse la domanda non è più «qual è il modo giusto di amare?», ma «come possiamo amare in modo più onesto?». Onesti con noi stessi sui nostri bisogni, onesti con i nostri partner sui nostri limiti.
Nel grande laboratorio dell’amore moderno, forse l’unica regola che funziona davvero è quella dell’autenticità. Il resto? È solo questione di scoprire quale versione di te stessa ti rende più felice in amore, senza scusarti per non essere come tutti gli altri vorrebbero che tu fossi.

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