Il Superuovo

Altri 45 giorni di detenzione per Patrick Zaki: ricostruiamo la storia dell’attivista egiziano

Altri 45 giorni di detenzione per Patrick Zaki: ricostruiamo la storia dell’attivista egiziano

Attivista e ricercatore egiziano presso l’Università di Bologna, Patrick Zaki fu arrestato per la prima volta nel febbraio del 2020, una triste vicenda che ancora non ha incontrato una conclusione rosea.

Giovane egiziano trasferitosi in Italia per prendere parte al Master Erasmus Mundus sugli Studi di Genere e delle Donne presso l’Università di Bologna, Patrick fu arrestato il 7 febbraio 2020 presso l’aeroporto del Cairo per sovversione alle autorità egiziane. Ripercorriamo tutta la vicenda, che purtroppo non ha ancora raggiunto una svolta positiva.

Il percorso di studi di Patrick e il primo arresto

Nato a Mansura il 16 giugno 1991, Patrick Zaki si è presto distinto per la sua vicinanza alla lotta per la valorizzazione e traduzione sul piano concreto dei diritti umani. I suoi ideali vertono sui temi di uguaglianza, sostegno alla comunità LGBTQI+, promozione della parità di genere e del riconoscimento dei diritti umani. Tutti elementi che nella sua terra madre, ovvero l’Egitto, non trovano riconoscimento. Fu questo il bagaglio valoriale che Patrick portò con sè quando si trasferì a Bologna per partecipare al Master Erasmus Mundus sugli Studi di Genere e delle Donne. Fervente sostenitore di tali princìpi, durante le elezioni presidenziali egiziane del 2018 si schierò a favore del candidato Khaled Ali, difensore dei diritti umani, il quale dovette abbandonare la corsa per l’ottenimento di tale titolo politico a causa delle intimidazioni ricevute. Oltre a ciò, collaborò con l’associazione promotrice dei diritti umani denominata Egyptian Initiative for Personal Rights. Dopo alcuni mesi trascorsi nella città italiana, all’inizio del febbraio del 2020 Patrick decise di tornare nel proprio paese per ricongiungersi con la famiglia, con l’obiettivo di trascorrere con i suoi cari alcuni giorni per poi ritornare alla vita universitaria. Così però, non fu, difatti il 7 febbraio fu bloccato, bendato ed arrestato all’aeroporto del Cairo dagli agenti della National Security Agency e successivamente sottoposto ad un lungo interrogatorio, durante il quale venne accusato di aver orientato il proprio impegno per i diritti umani alla sovversione delle istituzioni egiziane e di aver inditto i cittadini a contrapporsi ad esse. In quelle ore, per l’esattezza 17, Patrick fu sottoposto a pratiche degradanti, tra cui percosse, minacce, torture e maltrattamenti psicologici. Il tribunale di al-Mansoura decise di intraprendere la via della reclusione preventiva durante il periodo delle indagini, stabilendo originariamente un periodo di 15 giorni, aprendo però un capitolo ingiusto che ancora oggi non ha incontrato una fine.

Il sospetto sulla sua eterosessualità: il regime lo considera un’aggravante

Pochi giorni dopo il primo arresto, Patrick fu definito dal giornale ufficiale dello stato egiziano, denominato Akhbar Elyom, “degenerato sessuale”. In quanto favorevole alle lotte della comunità LGBTQI+, Patrick fu dichiarato omosessuale, un fatto che in Egitto costituisce uno scandalo. Ciò venne considerato un’aggravante per la già precaria situazione del giovane, accusato anche di terrorismo e tentata sovversione del regime egiziano. Akhbar Elyom etichettò Patrick come “ricercatore sui diritti degli omosessuali”, ripresentando l’imputazione della diffusione di informazioni false lesive dell’ordine pubblico e delle istituzioni egiziane. 

Non solo 15 giorni, ma un intero anno in carcere: l’inferno non sembra trovare pace

Non servirono le dichiarazioni d’innocenza esposte da Patrick e il ricorso effettuato dalla ong Egyptian Initiative for Personal Rights: la condanna di Zaki fu prorogata. Iniziò così un iter doloroso, costellato da continui prolugamenti della detenzione. Nel frattempo cominciò a mostrarsi il sostegno al ragazzo nel panorama internazionale, alimentato primariamente da Amnesty International.

“Studio a Bologna per il mio master, non ho fatto nulla di male, voglio solo tornare a studiare”

Sono queste le parole del giovane attivista, che in vano tentò di dimostrare la sua stellare lontananza dalle accuse che gli vennero indirizzate. All’inizio del marzo del 2020 venne trasferito nel carcere di Tora al Cairo, dove si trovano numerosi detenuti politici e venne sottoposto ad ulteriori trattamenti degradanti. I giorni di prigione, anziché incontrare un’interruzione, aumentarono, poiché il giovane venne accusato di aver espresso opinioni lesive nei confronti del regime egiziano tramite la piattaforma Facebook. Le incriminazioni si fecero via via più mortificanti, affermando che Patrick fosse colpevole di incitare a proteste, desiderare il rovesciamento del regime ed utilizare i social media contro le istituzioni egiziane. Per questo motivo, nell’estate del 2020, la prigionia venne estesa di ulteriori 45 giorni. Questi ultimi aumentarono periodicamente e la stessa decisione fu intrapresa nel dicembre del 2020, mese in cui Zaki scrisse una sofferente lettera ai genitori, in cui descriveva il suo stato psicologico e fisico fortemente provato dalla situazione in cui era stato ingiustamente catapultato.

“Raramente esco dalla mia cella durante il giorno, perché non riesco a capire perché sono qui e non voglio affrontare la realtà per cui posso andare a camminare su e giù nel raggio di pochi metri, per poi essere rinchiuso di nuovo in una cella ancora più piccola”

Una frase che simboleggia la profonda sofferenza del giovane, riportata dalla madre dopo essere riuscita a fargli visita a seguito di settimane strazianti. Il destino dei mesi successivi fu però il medesimo: prolungamenti continui della prigionia, fino ad arrivare all’aggiunta di ulteriori 45 giorni, come deciso il 1° marzo 2021.

La richiesta della cittadinanza italiana per Patrick

Di fronte ai continui appelli dei genitori di Patrick per ottenere la liberazione del figlio, nel febbraio del 2021 è stata avanzata on-line la proposta di concedere al giovane la cittadinanza italiana, in modo da poter garantire un’azione più diretta del governo italiano in materia, riducendo drasticamente il potere d’intervento del regime non democratico di Al-Sisi. Lo stesso sindaco di Bologna, Virginio Merola, ha abbracciato la causa, sottolinenando la necessità di “percorrere ogni strada possibile” per poter garantire la conclusione dell’incubo che Patrick e la sua famiglia stanno vivendo da più di un anno. Nell’ultimo periodo poi, non è stato permesso ai membri della famiglia di fargli visita, impedendogli così di poter ottenere dispositivi necessari per la protezione contro il Covid-19 (come medicinali e disinfettante). Attorno a Patrick e alla sua famiglia si stringono migliaia di volti, speranzosi nell’ottenimento di un cambiamento positivo, un traguardo necessario  che non può più attendere il dilatarsi del tempo.

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