All’università non impariamo ad imparare : scopriamo come migliorare l’apprendimento con “Make it stick”

Nel 1969 le università aprivano a tutti, garantendo un’istruzione finalmente libera e per tutti. Vediamo come imparare ad imparare veramente.

11 dicembre 1969: quando l'accesso all'Università fu liberalizzato - Generazione Magazine

Ormai 53 anni fa le università diventavano “di massa”, ossia aperte a tutti. Oggi però, non soltanto in ambito universitario, spesso si fa notare come l’apprendimento sia poco efficace, ma, nonostante ciò, nulla viene cambiato, migliorato. Come si impara “bene” quindi?

Come si impara (veramente)

Henry L. Roediger e Mark A. McDaniel, scienziati cognitivi, hanno risposto a questa domanda nel libro “Make it stick: The Science of Successful Learning” (purtroppo non ancora tradotto in italiano), dove illustrano tutti quei principi che, attraverso studi e ricerche, si sono rivelati effettivamente utili per un apprendimento efficace.

Prima di elencare questi metodi però, dobbiamo capire come si struttura il vero apprendimento. Questo si divide in tre principali fasi, dove una segue all’altra.

  • La codifica (encoding), durante la quale un’informazione viene percepita per la prima volta e si creano quindi dei nuovi collegamenti tra diversi neuroni, che però non sono ancora stabili, solidi, ma spesso in questa prima fase molti dati vengono dimenticati; è quella che chiamiamo memoria di lavoro a breve termine.
  • Il consolidamento (consolidation). Qui il materiale viene riorganizzato e passa alla memoria a lungo termine ed è connesso ad esperienze passate e ad altre conoscenze già apprese in precedenza.
  • Infine, il richiamo (retrevial), che consiste nell’ “andare a prendere” materiale dalla memoria a lungo termine per riutilizzarlo nel presente. Questo ultimo passaggio permette di rinforzare e riconsolidare le conoscenze apprese utilizzando i legami neuronali creati.

Volendo fare un esempio, apprendere è come camminare nella neve appena caduta: andando da un punto A ad un punto B all’inizio creeremo soltanto un piccolo sentiero che potrebbe essere ricoperto dalla neve (enconding), ma continuando ad utilizzare questo percorso, quest’ultimo diventerà sempre più definito  (consolidation) e se continueremo sarà sempre più facile e veloce andare dalla posizione iniziale a quella finale (retrevial).

ground covered with snow

Make it active

Spiegato questo, possiamo passare a sfatare alcuni di quelli che sono i metodi di studio forse più diffusi tra gli studenti, ma allo stesso tempo anche i più inefficaci. Sbobine, pagine intere sottolineate, evidenziatori di qualsiasi colore presente in natura e rileggere 1000 volte lo stesso capitolo: vi dice qualcosa? Tutti noi abbiamo provato o abbiamo quell’amico/a che utilizza almeno una di queste “strategie”, ma queste sono assolutamente inefficaci.

Già sento i sostenitori degli evidenziatori insultarmi dicendo che “con me funziona” o “ognuno ha il suo metodo di studio”, ma qui queste obiezioni non c’entrano, in quanto non sto dicendo che non funzionino del tutto, ma semplicemente che utilizzino molta più energia e tempo di quelli che solitamente abbiamo a disposizione; in poche parole: va bene riuscire ad acquisire materiale in questo modo, ma se ci fosse un metodo molto più efficace? Le tecniche sopracitate, anche se richiedono effettivamente un’attività motoria del soggetto per scrivere, sottolineare o evidenziare, a livello cognitivo sono perlopiù passive e non aiutano il processo di apprendimento ma, al contrario, spesso danno al soggetto l’impressione di sapere, che poi ci fa fare scena muta all’esame.

Molto meglio usare pratiche di richiamo capaci di stimolare la formazione della memoria, soprattutto il self-quizzing, ossia farsi delle domande dopo aver letto qualcosa, cercando di ricordarsi i momenti salienti, nuovi termini e concetti, ma anche usare flashcards, ossia carte, fisiche o digitali, in cui da una parte è scritta una domanda, mentre dall’altra la risposta. Tutto ciò fa rielaborare al nostro cervello ciò che abbiamo appena letto e ci indica le lacune nella nostra preparazione.

opened book

Un po’ di sforzo non fa male

Sembra logico, no? Ma perché non utilizziamo queste strategie e ci affidiamo alle solite cose?

La risposta è molto meno complicata di quello che sembra: perché è più semplice. Indubbiamente leggere e rileggere un capitolo richiede meno sforzo rispetto a spiegare, utilizzando altre parole e metafore, il paragrafo di un libro. Il nostro cervello utilizza all’incirca il 20% dell’energia del nostro corpo e questo ci fa capire come i nostri antenati, non avendo a disposizione supermercati dove approvvigionarsi, dovettero usare parsimoniosamente quest’importante organo. Ma oggi la situazione è cambiata, possiamo studiare tranquillamente e, quindi, è giusto mettersi in testa il concetto di “effortful learning”, ossia “apprendimento impegnativo”, che richiede quindi sforzo, concentrazione. Quando infatti la nostra mente deve lavorare le informazioni vengono acquisite decisamente meglio.

man wearing gray polo shirt beside dry-erase board

Strutturamento dello studio

Infine, un altro punto su cui gli autori del libro soffermano la loro attenzione è la programmazione dello studio.

“Ripasso tutti i giorni l’argomento, così arriverò all’esame pronto”. Ottima idea, ma ripassare ogni singolo giorno non è per forza necessario. Gli studi di Ebbinghaus, psicologo tedesco, hanno portato quest’ultimo ad elaborare a fine ‘800 la cosiddetta “curva dell’oblio”: questa mostra come dopo la prima ripetizione gran parte dell’informazione venga persa dopo pochissimo tempo, ma se questa viene ripetuta nuovamente ad intervalli precisi, verrà gradualmente assimilata e sarà praticamente impossibile dimenticarla. Quindi non serve ripetere spesso, ma sistematicamente ed intelligentemente. Nel caso voleste provare questa tecnica, il sistema di flashcard “Anki” fa al caso vostro.

Molto utile è inoltre l’interleaving, ossia una pratica che consiste nel variare, alternare, mescolare le diverse materie ed informazioni. Questo metodo ci aiuta non soltanto a rendere l’apprendimento meno noioso e più dinamico, ma, rispetto alla classica “block practice”, quindi concentrarsi su una cosa a lungo, stimola il problem solving e la creatività.

E’ importante partire da tutti questi metodi e principi per capire come studiare e far riscoprire il gusto di apprendere. Come diceva Albert Einstein:

“Non considerare mai lo studio come un dovere, ma come un’invidiabile opportunità.”

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