“Questa è una storia di un amore mai realmente finito: quello tra una parte d’Italia e il fascismo”.

Ecco le parole che aprono il post su Instagram con cui Willie Peyote annuncia la pubblicazione del suo nuovo singolo, un brano che non lascia spazio ad ambigue interpretazioni. Il cantante denuncia l’attaccamento di una porzione di Italia a un passato “ingombrante”, paragonandolo a una travagliata storia d’amore: due innamorati che si sono rincontrati, che ricordano i tempi andati e che sperano di poter rivivere il loro amore alla luce del sole.
“Buon 25 aprile”
Guglielmo Bruno, in arte Willie Peyote, cantautore di origini leinicesi (TO), classe 1985, è conosciuto per i suoi testi schietti e attuali, il registro ironico e uno stile originale all’insegna dello sperimentalismo linguistico e musicale.
Il suo nuovo album (o meglio la prima parte) “Sulla riva del fiume“(2024) consta di sei tracce (che “sono solo l’inizio del percorso”) e va a chiudere la cosiddetta trilogia sabauda, iniziata con “Educazione sabauda” (2015) e “Sindrome di Toret” (2017). Tra i brani più famosi appartenenti ai primi due album della trilogia si ricordano: “Non sono razzista ma…”, “C’era una vodka”, “Ottima scusa”, “Le chiavi in borsa”…
Rilasciato il 26 aprile, il suo ultimo album è stato anticipato dalla pubblicazione del singolo “Giorgia nel Paese che si meraviglia” il giorno precedente, in una data non casuale; “Buon 25 aprile. Sempre.” scrive, infatti, l’artista sul suo profilo Instagram annunciando la pubblicazione del singolo. Quale modo migliore di celebrarlo, se non riflettendo su quanto alcune idee siano ancora così terribilmente presenti e su quanto una data fondamentale per la storia e la (ri)costruzione del nostro Paese sia -è il caso di dirlo- ancora “divisiva”?

Un amore mai finito
Il brano ci parla di un incontro d’amore, anzi di un ri-incontro, quasi inaspettato anche se fortemente desiderato, di un “ritorno di fiamma” di un amore antico, mai dimenticato del tutto. I due si sono ritrovati, per caso, nonostante qualche difficoltà, e provano nostalgia guardando al passato che li vedeva tanto uniti (Tanto il tempo non può cancellare/ Torna tutto come mi hai insegnato tu […] Quanti bei ricordi), gioia per essere di nuovo assieme (Come se non fosse mai cambiato […] Ma ora è festa e sei tornata finalmente, resta) e speranza per un futuro che li veda di nuovo vicini (Sogno altri vent’anni insieme). è vero, é passato un po’ di tempo, un periodo in cui l’assenza è stata dura da gestire (senza di te mi sento fragile), ma in cui non ci si era dimenticati dell’altro (di nascosto io ti ho sempre amato) anche se non si doveva sapere, anche se non si poteva sapere (non te l’ho detto, prima era vietato).
Chi sono i due innamorati di cui Willie Peyote ci racconta? Una parte d’Italia e il Fascismo.
“Come quando due ex fidanzati si rincontrano dopo tanto tempo, basta una scintilla per riaccendere la fiamma (rigorosamente tricolore) e farla tornare ad ardere come allora. A sto giro la scintilla è una donna, madre e cristiana”.
Il post e il testo della canzone appaiono fin troppo chiari: l’intento dell’autore è quello di sottolineare la persistenza di un forte (e nemmeno troppo velato) legame tra l’esperienza storica (e ideologica) del Fascismo e la sua eredità storico-simbolica con quella porzione di Italia -perfino, per certi versi, istituzionalizzata- che spera in una sua rinnovata pseudo-riattualizzazione di alcune idee, mutatis mutandis.
Abbondano i riferimenti al Ventennio, ad alcuni simboli storicamente associati a partiti di ispirazione neofascista, come la fiamma tricolore (noto simbolo del Movimento Sociale Italiano, adottato in seguito anche dal logo del partito “Fratelli d’Italia”, e mai rimosso nonostante la richiesta esplicita di Liliana Segre, perché anche i simboli sono importanti) e ancora il riferimento al saluto “romano” (E mi saluti con la mano destra). Nel videoclip, dalle tinte allucinatorie e da un’ottica surreale, pubblicato sempre su Instagram, compare poi la figura di Mussolini e la clip si chiude con una citazione di M. Vanni “Ritorneremo prima o poi” (presente anche nella canzone).

Il fascismo eterno
Non è la prima volta che Willie Peyote si scaglia apertamente contro l’operato (o le idee) di Giorgia Meloni, sia nelle canzoni, sia nei tweet, criticando aspramente alcune sue affermazioni o proposte di legge. Incisivi e politicamente schierati, molti suoi testi portano a riflettere su questioni attuali , spesso senza mezze misure; tra i pezzi di critica sociale che avevano dato avvio a un’ondata di polemiche si ritrova il già citato “Non sono razzista ma”, dedicato durante il concerto di Capodanno a Torino proprio a “Giorgia”.
Tornando a “Giorgia nel Paese che si meraviglia”, in generale, il pezzo vuole essere una critica a coloro che nutrono una forte nostalgia nei confronti di un passato (inattuabile) e che aspirano a uno pseudo-ritorno a concezioni di matrice fascista. La dice lunga giurare su una Costituzione antifascista, nata dall’antifascismo e dalla Resistenza, basata su valori che sono il prodotto della Liberazione, e la difficoltà a dirsi antifascisti, a pronunciare quella parola.
Il fascismo è morto davvero? Non si rischia (come ha affermato recentemente Barbero) di essere di nuovo in camicia nera, di invadere l’Etiopia, né tantomeno di dichiarare guerra agli USA… Il Fascismo “storico”, il regime mussoliniano, non può tornare, banalmente perché non si è più negli anni ’20 del ‘900. Alcune idee, invece, restano e difficilmente muoiono (è il “Fascismo eterno” di cui parlava U. Eco) ed ecco che la fragile democrazia deve ben guardarsi da queste ultime, da alcune idee (forse definibili fasciste, ma non solo) che possono portare a una riattualizzazione di esperienze autoritarie, antidemocratiche, sotto altre spoglie, sicuramente diverse da quelle passate, ma non per questo da sottovalutare.