A Lecco una mostra su Manzoni: abbiamo ancora bisogno di conoscere questo autore?

Nel complesso museale del Palazzo delle paure di Lecco è appena stata inaugurata la mostra “Manzoni nel cuore”, che ci ricorda perché, per noi, egli sia un autore ancora fondamentale.

 

La mostra a Lecco, oltre a riportare alla mente ricordi di manzoniana memoria, lascia un’importante lezione. Ci rammenta e ci porta a riflettere riguardo all’importanza della nostra tradizione, riguardo ad autori, come Manzoni, talmente canonizzati, talmente studiati, che se ne dimentica l’importanza che essi, ancora e soprattutto oggi, possono offrire.

 

La mostra “Manzoni nel cuore”

Inaugurata il 9 febbraio sera presso il polo museale di Palazzo delle Paure a Lecco, è stata fortemente voluta sia dal Comune di Lecco che dall’Associazione Bovara di Lecco per festeggiare i 40 anni di attività e di fondazione della rivista “Archivi di Lecco e della Provincia”. Vi hanno partecipato all’allestimento sia il Centro Nazionale di Studi Manzoniani Casa Manzoni di Milano che l’editore Cattaneo. Visitabile dal 9 febbraio al 13 aprile 2020, al suo interno raccoglie materiali inediti e mai esposti prima d’ora: ritratti di amici e familiari dell’autore che erano sempre stati costuditi gelosamente e due lettere inedite, una delle quali solo recentemente ritrovata. Al di là dell’interesse dei soli lecchesi per questa mostra, in realtà essa rappresenta un patrimonio culturale anche per tutti noi, patrimonio di cui abbiamo ancora a tutti gli effetti bisogno.

 

Il nostro angolo del lago di Como

L’inizio dei Promessi Sposi lo conosciamo tutti: Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno […]. Sono parole che chiunque abbia studiato letteratura (o antologia) italiana avrà sentito, letto, studiato, almeno una volta nella vita e ci avrà anche tirato degli insulti sopra prima di un compito o di un’interrogazione. Il romanzo manzoniano per eccellenza, l’opera omnia dell’autore, la sua unica opera che di fatto si studi ovunque e per cui l’autore ovunque viene ricordato. In barba all’Adelchi e agli Inni Sacri, di quelli detto in parole povere chissenefrega. E’ il romanzo la nostra pietra miliare della letteratura, e questa mostra lo riporta in vita. Riporta in vita manzoniani ricordi dimenticati, custoditi sulle pareti da famiglie che prima non volevano condividerli. Il che, per certi versi è anche comprensibile. Di cosa parla l’opera di Manzoni? Di due giovani innamorati a cui è stato impedito il matrimonio e delle loro peripezie per finalmente sposarsi. Non è in poesia, il linguaggio è piuttosto semplice e il tomo è lunghissimo (38 capitoli). Non è di certo Dante, non vi sono diavoli e angeli, né peccatori dagli occhi cuciti che camminano (Purg. XIII – XIV). Eppure dovremmo riconsiderare il nostro piccolo angolino di lago di Como, capire che non dovremmo lasciarlo perdere o bistrattarlo perché non tratta di questioni epiche.

 

Il debito con Manzoni e perché non possiamo dimenticarlo

Non lo possiamo dimenticare Manzoni. Gli dobbiamo moltissimo, più di quanto normalmente pensiamo. Al di là di ricordi scolastici, piacevoli o meno che siano, fa parte della nostra cultura, della nostra memoria. Come se solo la tradizione di per sé non bastasse, i Promessi Sposi, Manzoni, sono molto più di un mero sfoggio erudito per chi ricorda qualcosa dai tempi dei banchi di scuola. Innanzitutto la trama: non tratta solo dei due protagonisti, anzi, la sua ricchezza sta proprio nei contorni. Anche perché, ammettiamolo, Lucia è di una pesantezza indicibile. E’ vero che ha un ruolo ben preciso, una funzione ben determinata, ma la fede scesa in terra certe volte, per noi contemporanei, risulta spesso indigesta. Allora facciamo un passo indietro, o meglio, a latere del romanzo. Guardiamo l’Innominato e la Monaca di Monza. Sono personaggi modernissimi, hanno turbe, passioni, hanno avuto una vita che da un lato li ha oppressi e dall’altro lato ha fatto fare loro scelte sbagliate. Quante donne hanno conosciuto l’Egidio di turno, che ha fatto loro mille promesse mentre poi non le ha mantenute? Quanti hanno commesso azioni volte a danneggiare qualcuno pur di salvarsi la pelle, come l’Innominato? Quanti, ancora, come Don Abbondio, se ne sono lavati le mani delle conseguenze delle loro azioni per paura di pestare i piedi a qualcuno di più importante di loro? Quanti come Renzo, si sono trovati in balia della vita e invischiati in faccende, in situazioni, più grandi di loro? Quanti, come Lucia hanno fatto promesse di cui si sono pentiti nell’immediato? La stessa lunghezza del romanzo potrebbe essere una metafora per farci capire quanto sia difficile arrivare a un lieto fine.  C’è da considerare, oltre a questo, il debito che dobbiamo a Manzoni per il nostro italiano. Perché la lingua che parliamo noi oggi la dobbiamo in massima parte al lavoro di revisione e di risciacquatura dei panni in Arno, non solo a Dante, a Petrarca e a Boccaccio. Sono cose che nessuno di quei quattro lettori manzoniani, nascosti dietro una torre all’angolo di una strada, nessuno di noi, dovrebbe dimenticare. Non ci possiamo dimenticare chi siamo e chi ha descritto, di fatto, i nostri attuali problemi, quasi duecento anni prima che noi venissimo messi al mondo.

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