Il 16 agosto del 1924 viene ritrovato in un bosco, nei pressi di Riano, il corpo senza vita del deputato e segretario del Partito Socialista Unitario Giacomo Matteotti.
Impossibile non averne sentito parlare nemmeno una volta. Il delitto Matteotti ricopre, ancora oggi, un ruolo di primo piano nella narrazione della storia italiana novecentesca. E non senza ragioni. Infatti, il suo assassinio, eseguito da mani fasciste, è indicativo del clima dell’epoca, nonché acceleratore di processi politici e sociali fondamentali. Da lì, l’Italia intera si rende conto di essere in un regime illiberale. Il fascismo non è tutto rose e fiori, non è la pacifica ‘terza via’, alternativa a capitalismo e comunismo. O almeno, potenzialmente può esserlo, ma a scapito dei diritti umani e delle libertà di ognuno.
Le elezioni del 1924
A soli due anni dalla Marcia su Roma, gli italiani (obbligatorio il maschile, in quanto le donne non possono ancora votare) sono chiamati alle urne. La situazione non è delle più rosee, però. Per esempio, il Partito Comunista Italiano viene ridotto in una situazione di semi-clandestinità dalla violenta repressione delle camicie nere di Benito Mussolini. Un’altra compagine molto importante, il Partito Popolare Italiano, cattolico, si divide fra favorevoli al fascismo e contrari. Il Partito Nazionale Fascista si candida con il famoso Listone, comprendente fascisti, liberali ed ex membri del PPI. In un clima di intimidazioni e brogli, soprattutto nelle zone rurali, il PNF trionfa senza rivali. Ma qualcuno non ci sta, partendo da Giacomo Matteotti.
La ribellione di Matteotti e il suo assassinio
Giacomo Matteotti, allora, è il segretario del Partito Socialista Unitario. Alle elezioni del 1924 viene eletto alla Camera dei Deputati con il suo PSU, ben consapevole della situazione malata della politica italiana. Il 30 maggio del 1924, quindi, decide di non stare zitto: in una seduta della Camera denuncia pubblicamente, documentandoli, i brogli fascisti avvenuti in occasione delle appena passate elezioni politiche. La sua scelta coraggiosa, però, lo fa diventare vittima di un rapimento, solamente dieci giorni dopo. Alcuni esponenti della polizia politica lo sequestrano, infatti, già il 10 giugno, a Roma, in pieno giorno, per poi malmenarlo e ucciderlo a coltellate. Il suo corpo esanime viene abbandonato in un bosco del comune di Riano. Nonostante le ricerche, il suo corpo viene ritrovato due mesi dopo, il 16 agosto del 1924.
La questione politica e sociale
Già il 13 giugno, ad appena tre giorni dal rapimento di Matteotti, l’opposizione al PNF non partecipa ai lavori politici della giornata, dando vita alla secessione dell’Aventino. Questa viene seguita, undici giorno dopo, dalla manifestazione dell’Aventino, nella quale viene richiesto un nuovo governo con la partecipazione delle opposizione, oltre all’abolizione delle milizie fasciste e al ripristino della legalità. Effettivamente, un rimpasto di governo avviene, ma Mussolini continua ad avere la fiducia al Senato. E, con questo clima politico favorevole, gli squadristi neri accelerano la rivoluzione fascista. Il Duce non teme più niente e nessuno, tanto che il 3 gennaio 1925, in un discorso alle Camere, fa delle dichiarazioni fortissime. Innanzitutto, ammette l’esistenza di una dittatura a viso aperto, pur mantenendo, come codice, lo Statuto Albertino. Ma, soprattutto, si assume la responsabilità politica, morale e storica dell’omicidio Matteotti. Insomma, Giacomo Matteotti è stato una delle primissime vittime celebri del regime fascista.