A 700 anni dalla morte di Dante celebriamolo ricordando l’appassionato commento di Francesco De Sanctis

Il 14 settembre 1321 morì Dante Alighieri, uno fra i più grandi poeti di tutti i tempi. Nel 2021 ricorrono i 700 anni dal suo decesso, in quest’occasione riscopriamo l’opinione che Francesco De Sanctis ci fornisce del sommo poeta.

Francesco De Sanctis, critico letterario, filosofo e politico italiano dell’Ottocento, dedica a Dante pagine fervorose e appassionate nella sua “Storia della letteratura italiana”. Quest’ultima è un’opera capitale per lo studio della letteratura italiana, non è infatti un resoconto distaccato di fatti e una raccolta fredda di dati, ma è un racconto sentito, approfondito e dalle riflessioni originali dell’evoluzione della coscienza nazionale italiana e della sua espressione letteraria.

Dante: l’uomo e il poeta

Per Francesco De Sanctis, Dante è una figura importantissima, gli dedica infatti molto spazio nella sopraccitata opera. Egli è un perfetto esponente della sua epoca, il Medioevo, cioè di quel periodo storico precedente alla svolta che egli individua nella personalità di Machiavelli. Un mondo governato dalle concezioni metafisiche della religione cristiana che proietta il senso della vita nell’aldilà. L’autore della “Vita Nuova” è secondo le categorie desanctisiane “uomo” oltre che “poeta”. Lo dice uomo (così come Machiavelli), definizione pregnante dello spirito patriottico risorgimentale contemporaneo al critico, perché scrittore impegnato a livello politico, militante. Le sue opere sono imbevute di conoscenze e di cultura ma egli quando davvero si commuove segue la sua ispirazione, risultando spontaneo, nonostante il radicato e irrinunciabile sottofondo teorico. Egli è anche il primo e unico poeta della fantasia, facoltà creatrice superiore all’immaginazione, grazie ad essa rende l’universo di concetti la sua storia intima.

Sotto l’abito dello studente ci è un cuore puro e nuovo, tutto aperto alle impressioni, facile alle adorazioni e alle disperazioni, ed una fervida immaginazione che lo tiene alto da terra e vagabonda nel regno de’ fantasmi

“Dante ed i tre regni” di Domenico di Michelino

Nel regno dei morti porta le passioni dei vivi

La “Commedia” non è un’opera in sé originale, in quel momento storico infatti la letteratura concernente viaggi oltremondani proliferava. Il suo merito è di essere il compendio di tutte le forme popolari riguardanti il mistero dell’anima in cui egli riversa tutta la cultura del tempo. La dimensione ultraterrena è allegoria di quella terrena, rappresenta le fasi della storia dell’anima, dal peccato alla grazia. Per De Sanctis l’allegoria, elemento chiave in Dante, allarga il mondo rappresentato e allo stesso tempo lo uccide, infatti se da una parte permette l’uso dell’immaginazione, dall’altra gli toglie vita propria, essendo solo segno di altro. Essa ha viziato il poema impedendogli di essere compiutamente un’opera d’arte e ha reso dominante l’intelletto. Tuttavia Dante è stato “illogico”, cioè non ha seguito le sue intenzioni, a contatto con il reale non può frenare la sua brama di dare corpo alle figure. Il suo poema costituisce un “tempio gotico” in cui si dibattono contraddizioni, fra la tensione per l’inserimento di astrazioni e l’attrazione per la vividezza espressiva. Dante nel regno dei morti porta tutte le passioni dei vivi:

ogni uomo porta seco il suo inferno e il suo paradiso; ogni uomo chiude nel suo petto tutti gli Dei d’Olimpo.(…) l’altro mondo rende i corpi ombre, ombre gli affetti e le grandezze e le pompe, ma in quelle ombre freme ancora la carne, trema il desiderio, suonano d’imprecazioni terrene fino le tranquille volte del cielo. Gli uomini con esso le loro passioni e vizi e virtù rimangono eterni, come statue, in quell’attitudine, in quella espressione d’odio, di sdegno, di amore, che sono stati colti dall’artista

L’Inferno è il regno del brutto e della vita piena e corpulenta

L’Inferno, la prima cantica del grande poema, è delineato come il regno del peccato, del caos, della materia. È esteticamente il più brutto ma, nonostante ciò, può essere rappresentato dall’arte. Anzi, secondo le concezioni prettamente romantiche, De Sanctis aggiunge che il brutto è necessario, perché ha in sé la sua contraddizione e risulta quindi più poetico. Fondamentale notare come alla divisione canonica secondo criteri teologici, subentra il criterio poetico. Ad esempio se la morale pone gli ignavi alle soglie dell’Inferno, la poesia li scaraventa più in basso rispetto ai più infimi peccatori. La poesia fa emergere grandi personalità che non sono semplificate in categorie ma mantengono la loro individualità e forza.

Ma nell’inferno l’anima è isolata dal fatto, ed è pura passione e puro carattere, perciò inviolabile e onnipotente, e il Fato è Dio, come eterna giustizia è legge morale: onde la prima parte dell’inferno, ove incontinenti e violenti, esseri tragici e appassionati, mantengono la loro passione di rincontro a Dio, è la tragedia delle tragedie, l’eterna collisione nelle sue epiche proporzioni.

In questo regno della depravazione la vita è mostrata così com’è, c’è il mondo moderno:

L’inferno è l’uomo compiutamente realizzato come individuo, nella pienezza e libertà delle sue forze. (…)Tutto è colossale, e tutto è naturale. E in mezzo torreggia Dante, il più infernale, il più vivente di tutti, pietoso, sdegnoso, gentile, crudele, sarcastico, vendicativo, feroce…

Purgatorio e Paradiso: il regno del ricordo e quello dell’estasi

Il Purgatorio, regno dell’espiazione, è dove la vita si manifesta come contemplazione artistica, filosofica e religiosa, una sorta di imperturbabilità corrispondente a quella ideale del saggio. Qui le anime si purificano, si liberano dalla carne e così scompare anche molta poesia. Si tratta di un mondo di pitture e qui infatti Dante inserisce numerosi artisti. De Sanctis evidenzia come l’intimità è la caratteristica che permea questi canti, l’atmosfera del ricordo malinconico, e arriva a dichiarare il Purgatorio come il dolce rifugio della ” vecchiezza”. Il Paradiso è il regno dello spirito, della filosofia e dell’estasi. Immerso nella luce, forma inadeguata ad esprimere la beatitudine, in esso si trova tutto ciò che in terra è più sfumato ed etereo. Per il critico ottocentesco è molto più monotono e a lungo andare stanca tutta questa concentrazione di sapere e levatura intellettuale. Trionfa la scienza sull’immaginazione e così va scemando sempre di più la poesia.

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