Cosa direbbe Benedetto Croce sulla pandemia? Spirito e andamento della storia

Stiamo vivendo un periodo di alienazione e disumanizzazione, di solitudine e paura. Il pensiero di Benedetto Croce può essere tra quelle cose che possono aiutarci a superarlo.

Benedetto Croce

Benedetto Croce ci fa capire ed analizzare questo difficile momento che stiamo vivendo attraverso la sua concezione della storia che è un continuo susseguirsi di periodi spirituali e antispirituali. Ai momenti antispirituali e di decadenza succedono sempre momenti storicamente, umanamente e spiritualmente floridi e ricchi.

La situazione

Sono ormai quasi due settimane che la vita di tutti è completamente stravolta. A causa della pandemia in corso siamo tutti costretti al distanziamento sociale, a ridurre le relazioni umane al minimo indispensabile (anche a non averle affatto). La storia sembra essersi fermata, non si fa altro che parlare del virus, del numero di vittime, dei contagiati e dei guariti perché di altro, ormai, non si può parlare. Siamo costretti a condurre una vita che si svolge unicamente tra le quattro mura di casa, il posto di lavoro e il supermercato per fare la spesa, proprio come si svolgeva la vita dell’uomo primitivo tra la caverna e la battuta di caccia. Siamo dunque costretti a condurre una vita ai confini con l’animalità, non umana perché priva di relazioni. Le uniche relazioni possibili, oltre che con i propri familiari (per chi ce li ha vicino) sono quelle sui social le quali però rimandano unicamente a se stessi negando il contatto prettamente e completamente sensibile con l’altro. Infatti, come ci insegna Hegel, una vita prettamente umana e umanizzata è una vita in cui le autocoscienze convergono, in cui identità e non identità vanno a coincidere, in cui l’io è uguale a se stesso ma allo stesso tempo è coincidente con l’altro in barba ad ogni principio di non contraddizione, formando quella unità armonica tra famiglia, società e Stato che caratterizza una umanità conciliata. Ma questo è un momento in cui le cose non sembrano essere così, questo distanziamento sociale (che aveva luogo, in un certo senso, anche prima della pandemia) rimanda esclusivamente a se stessi, imprigiona ed isola nelle necessità primarie del nutrimento, dell’istinto di sopravvivenza e dello smart phone, è una semi animalesca vita nella paura. Benedetto Croce chiamerebbe questo momento storico un momento vitalistico e antispirituale, uno di quei momenti in cui lo spirito e la storia fanno un passo indietro, si fermano facendo posto alla decadenza e alla barbarie per poi riprendere quella corsa incessante e continua che li caratterizza: “L’individuo , stancatosi nel lavoro, si sdraia nel riposo, o cade nel sonno per restaurare la base vitale; e similmente, le umane società. L’uno tornerà con fresche forze al lavoro, le altre avranno una ripresa di entusiasmo, di ideali e di opere grandi: in definitiva, si progredisce sempre, e le decadenze diventano mezzi di progresso. Ma, per intanto, l’uno e le altre scendono di grado e decadono.” La storia è dunque un continuo susseguirsi di momenti di creatività e spiritualità intervallati da momenti di decadenza e barbarie in cui lo spirito riposa per reistituire in maniera ancora più vemente le sue categorie.

Le categorie, storia della libertà e ruolo della decadenza

Lo Spirito è Storia e storia sono le quattro categorie dello Spirito: il bello, il vero, il buono e l’utile. Queste categorie prendono vita attraverso le azioni degli uomini, con le quali si reistituiscono di continuo formando di continuo i contesti storici. Storia è storia dei fatti: categoria e fatto sono strettamente collegati, la categoria è un qualcosa di considerabile unicamente in virtù del fatto che debba essere espressa attraverso l’azione e il fatto. In questo modo, è da abbandonarsi ogni ipotesi legata ad una metafisica o a una filosofia della storia per quanto riguarda il pensiero di Croce: le categorie non sono enti sovrasensibili che determinano gli accadimenti storici, non sono motori che fanno funzionare in una certa maniera la storia, ma costituiscono l’essenza dell’agire umano, per cui i contesti storici continuamente si istituiscono. Le categorie, dunque, non cambiano, sono eterne, a cambiare sono i nostri concetti delle categorie, il modo, cioè, con cui esse di continuo prendono vita: “Né le categorie cangiano, e neppure di quel cangiamento che si chiama arricchimento, essendo esse le operatrici dei cangiamenti: che se il principio del cangiamento cangiasse esso stesso, il moto si arresterebbe. Quelli che cangiano e si arricchiscono sono non le eterne categorie, ma i nostri concetti delle categorie, che includono in sé via via tutte le nuove esperienze mentali, per modo che il nostro concetto, poniamo dell’atto logico, è di gran lunga più ammaliziato e più armato che non fosse quello di Socrate o Aristotele, e nondimeno questi concetti, più poveri o più ricchi, non sarebbero concetti dell’atto logico, se la categoria ‘logicità’ non fosse costante e ritrovabile in essi tutti.” I concetti delle categorie dunque si ripresentano e si reistituiscono di continuo in maniera sempre più ‘ammaliziata e progredita’: l’umanità, dunque, per Croce è continuamente in via di miglioramento e di progresso ma non secondo una linearità continua e dritta. La storia è Storia della libertà, cioè continuo trionfo dello spirito e delle categorie, che si ripresentano in maniera sempre più progredita attraverso le azioni, sui momenti di decadenza e di barbarie che vi si inframmezzano. La libertà e lo spirito trionfano sempre, sono l’intima essenza della storia anche se al primo sguardo non sembra essere così: “La storia tutta mostra, con brevi intervalli d’inquieta, malsicura e disordinata libertà, con rari lampeggiamenti di una felicità piuttosto intravista che mai posseduta, un accavallamento di oppressioni, d’invasioni barbariche, di depredazioni, di tirannie profane ed ecclesiastiche, di guerre tra popoli e nei popoli, di persecuzioni, di esili e patiboli. E con questa vista innanzi agli occhi, il detto che la storia è storia della libertà suona come un’ironia o, asserito sul serio, come una balordaggine”. Nonostante ciò, in questi momenti bui, le coscienze, la voglia dell’ordine nuovo e dello spiritualmente progredito covano in silenzio per poi trionfare con forza veemente: “Così, indagando e interpretando, essa, la quale ben sa come l’uomo che rende schiavo l’altro uomo sveglia nell’altro la coscienza di sé e lo avviva alla libertà, vede serenamente succedere a periodi di maggiore altri di minore libertà, perché quanto più stabilito e indisputato è un ordinamento liberale, tanto più decade ad abitudine e, scemando nell’abitudine, la vigile coscienza di se stesso e la prontezza della difesa, si da luogo ad un vichiano ricorso di ciò che si credeva che non sarebbe riapparso al mondo e che a sua volta aprirà un nuovo corso”. Tutto ciò che fine a qualche settimana fa davamo per scontato, come il poter uscire liberamente di casa per andare a far visita alle persone a cui vogliamo bene, fare una passeggiata, incontrarsi per parlare, discutere, riflettere insieme, oggi non lo è più. Ma, come dice Croce, questo momento buio e inumano risveglierà il valore e l’importanza di cose che prima davamo per scontate e che torneremo a fare in maniera più forte, sentita e consapevole, sia a livello personale che collettivo.

Momenti vitali e più che vitali

L’ultimo Croce si distanzia leggermente dalla concezione della storia come storia della libertà senza però stravolgerne in maniera troppo netta l’essenza: la storia sarebbe un susseguirsi continuo di momenti di decadenza e barbarie e di civiltà. Questa è una visione leggermente più pessimistica rispetto a quella che concepiva la spiritualità e la libertà come essenza intima della storia perché i periodi vitalistici e antispirituali e quelli di civiltà (più che vitali) sono considerati parimenti importanti e essenziali alla storia, la quale è corso incessante del susseguirsi di essi. La Vitalità è quel momento in cui la spiritualità e la civiltà si fermano, in cui fanno una pausa, come se dovessero rifiatare per poi ripartire: “Terribile forza questa, per sé affatto amorale, della vitalità, che genera e asservisce o divora gli individui, che è gioia ed è dolore, che è epopea ed è tragedia che è riso ed è pianto, che fa che l’uomo si senta ora pari a un Dio, ora miserabile e vile; terribile forza che la poesia doma e trasfigura con la magia della bellezza, il pensiero discerne e conosce nella sua realtà e nella realtà delle sue illusioni, e la coscienza e volontà morale impronta di sé e santifica ma che svela sempre la sua forza propria, con le sue ragioni che si fanno valere oltre la nostra volontà e riimmergono di volta in volta l’umanità nella barbarie, che precede la civiltà e alla civiltà succede interrompendola per far sorgere in lei nuove condizioni e nuove premesse. L’uomo non può negare il diritto di essa, la forza della vitalità, perché le appartiene, come non può negare quella della poesia, del pensiero, della vita morale, ai quali parimenti appartiene, né può negare lo spirito in universale, perché l’ha in sé come sua forma eterna.” Questo momento storico, lungo o breve che sia, è un momento, secondo il vocabolario crociano, vitale, inumano e anti civile. E’ un momento che alla storia è essenziale perché connaturale alla vita della storia, come gli individui nascono e muoiono così la storia si imbarbarisce e si nobilita di continuo, ogni nobilitazione di essa la mette sulla via dell’imbarbarimento e della decadenza così come ogni imbarbarimento la mette sulla via della nobilitazione. Quando tutto questo passerà non saremo più gli stessi, perché, psicanaliticamente parlando, ogni trauma che viene superato e rimosso rimane comunque in qualche modo conservato e continua dunque a far soffrire, ma la sofferenza traumatica può portare a due strade: o alla malattia e alla nevrosi che per sempre imprigiona il soggetto al trauma o alla presa di coscienza del trauma che permette di superarlo, sanificando e rendendo il soggetto migliore e veramente guarito. Spero che quando tutto questo finirà sceglieremo questa seconda strada.

 

 

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