Il nuovo album della band statunitense Lumineers è intitolato “III” in quanto terzo album della band e diviso in tre capitoli presentati nei video musicali dei primi 10 brani.

I protagonisti delle vicende narrate sono tre: Jimmy Sparks, la moglie Donna e il figlio, ma quasi, guardando i cortometraggi che accompagnano le canzoni, non riusciamo a distinguerli, perché le vicende di uno si riflettono sull’altro ripetendosi, come in un eterno circolo.

Lumineers
Nati nel 2005, erano inizialmente un duo composto da Wesley Schultz, chitarrista e cantante, e Jeremiah Fraites, batterista. I due si conobbero perché Wesley era stato il migliore amico di Joshua Fraites, il fratello di Jeremiah, morto a 19 anni di overdose.
I due si trasferirono a Denver, in Colorado, a causa dei costi troppo alti della vita a New York e incontrarono la violoncellista che cercavano: Neyla Pakarek.
Il loro terzo album è stata la svolta: sono riusciti finalmente a spiegare come le loro vite sono state influenzate dalla dipendenza, a raccontare il necessario rapporto con i genitori, e a parlare dell’amico e fratello che li ha uniti.

Donna
La protagonista del primo capitolo, dunque delle prime tre canzoni: “Donna”, “Life In The City” e “Gloria” è Donna, la madre della famiglia Sparks. Evidentemente instabile, non riesce ad essere la madre di cui la famiglia avrebbe bisogno: beve, abbandona la famiglia, non si prende cura del figlio e nei momenti di ira lancia bottiglie di vetro contro il marito:
“If you don’t have it then you’ll never give it
And I don’t blame you for the way you livin’
The little boy was born in February
You couldn’t sober up to hold a baby”
Alla fine della sua trilogia, spaventata dall’aver ferito gravemente il marito, sale in macchina, come per portarlo in ospedale, ma frastornata fa un incidente e non appena vede arrivare la polizia, scappa, abbandonando il marito ferito in macchina e il figlio piccolo, solo in casa.

Jimmy Sparks
Le due trilogie successive raccontano la vita del padre Jimmy, una vita non totalmente dedita alla legalità, nonostante lavori in una prigione:
“Jimmy believed in the American way
A prison guard he worked hard and made the minimum wage
He found his freedom locking men in a cage”
Così come viene raccontata quella del figlio, ancora piccolo, ancora in completa adorazione del padre e dei suoi consigli, dai quali, sulla via di casa, impara a non dare mai un passaggio a chi fa l’autostop:
“Out on the way they caught a stranger in the lights
His thumb was up and the son asked if the man was alright
Jim said you never give a hitcher a ride
Cause it’s us or them
It was 3AM”
Venti anni dopo, il bambino è diventato un uomo, Jimmy è in una montagna di debiti e il figlio, tornando a casa dal cimitero dove lavora, incontra il padre, in lacrime, sul ciglio della strada, e ricorda le sue parole di tanti anni prima:
“His old man waved his hands with tears in his eyes
But Jimmy’s son just sped up and remembered daddy’s advice
No you don’t ever give a hitcher a ride
‘Cause it’s us or them
‘Cause it’s me or him
It was 3AM”

L’eterno ritorno dell’uguale
Nel 1882 Nietzsche ha una folgorazione: durante una passeggiata concepisce quella che definirà come la teoria dell’Eterno Ritorno, in cui il tempo non è più concepito linearmente, come nella tradizione cristiana, ma piuttosto circolarmente, riprendendo quella antica. In Così parlò Zarathustra, il tempo è descritto come una porta carraia da cui partono due vie: una l’infinito futuro, l’altra l’infinito passato. Si viene a creare dunque un’eternità che implica la ripetizione, in quanto passato e futuro si richiamano vicendevolmente: il futuro non è che ripetizione di ciò che è già accaduto, ed il passato ripetizione di ciò che ancora non è successo.
Ecco spiegato dunque l’eterno ritorno, l’eterno ripetersi delle azioni dei personaggi dell’album: il figlio, ripetendo l’azione della madre e ripercorrendo le scelte del padre, abbandona quest’ultimo. Ripetendo evidentemente le scelte di entrambi; torna, come in un cerchio, eternamente all’uguale.