Heidegger, filosofo dell’essere, e Hopper, pittore del silenzio, raccontano la solitudine nel chiasso della modernità

Edward Hopper ci parla di persone sole. Abbiamo perso la capacità di stare con noi stessi? Heidegger spiega questo tramite la ‘chiacchera’

Nella società odierna, assordante e superficiale, il silenzio fa molta paura. Il silenzio comporta necessariamente l’ascolto dell’io, che spesso ci fa riscoprire tristi e vuoti.

 

Colui che dipingeva il silenzio

Edward Hopper, fu il protagonista della scena artistica americana della prima metà del novecento. Per alcuni precursore della pop-art, con la sua pittura neo-impressionista riuscì a incarnare perfettamente lo spirito di decadenza del sogno americano che seguì i ‘roar twenties’ e proseguì durante le guerre mondiali. Le sue rappresentazioni prediligono architetture e spazi urbani, spaccati di interni di case, teatri, stazioni, dai colori brillanti e accesi, ma che non trasmettono calore. Le scene sono spesso deserte, sempre immerse in un silenzio irreale, e le poche figure umane che vi appaiono sono sole, mute, con volti malinconici, quasi apatici. La solitudine dei personaggi rende lo stile di Hopper struggente e drammatica. L’incomunicabilità è palpabile nella luce, negli sguardi, nelle linee che tagliano la composizione, che sembrano intrappolare le figure presenti in una silenziosa e fredda immobilità. Emerge il dramma dell’alienazione, dato dalla società di massa, in cui l’individuo non è nulla se non in rapporto agli altri, ma allo stesso tempo è incapace di uscire dalle convenzioni, dalle mode, da quello che ‘Si dice‘ e ‘Si fa‘. Hopper coglie l’epifania che avviene nei suoi personaggi, che sembrano rendersi conto di essere soli, vuoti, fuori dalla massa, ma anche inaccessibili, incomunicabili: non riescono a spiegare la loro condizione.

Essere e Parola

L’incomunicabilità è un tema che attraversa tutta la filosofia, da Gorgia, a Tommaso d’Aquino, fino ad Heidegger, sempre ripreso con varie sfaccettature e interpretazioni, ma il cui significato di fondo resta costante: l’impossibilità per l’uomo di potersi esprimere completamente, di descrivere a parole le sue emozioni, i suoi drammi più profondi, di comunicare tutto sé stesso ad un altro. Da questa problematicità nasce per molti anche l’esigenza di uno sfogo artistico, per trasmettere in altri modi la dimensione interiore.

Se potessi esprimerlo con le parole non ci sarebbe nessuna ragione per dipingerlo.”¹

L’incomunicabilità è aggravata dalla società di massa, che, come coglie Hopper, fa diventare anonima ogni persona, la annichilisce. L’estrema solitudine del nostro tempo, testimoniata anche dal crescente diffondersi di disturbi psichici come depressione e ansia, è figlia sia di una condizione innata e connaturata nell’uomo, l’incomunicabilità, che è sempre esistita, sia della particolare condizione sociale odierna.

“L’actus essendi conferisce alla persona la proprietà della incomunicabilità: de ratione personae est quod sit incommunicabilis”²

La chiacchiera

La società di massa viene aspramente criticata da Heidegger, che ritiene il conformismo, la ‘chiacchiera’, l’adattarsi al si dice e al si fa, la scelta di vita più semplice, ma la più inautentica. In questo modo infatti si perde l’unicità della propria esistenza, si rinuncia alla propria libertà, sacrificandola ad un società uniformante. A questo punto diventa impossibile l’accettazione della solitudine: l’esistenza inautentica vive solo come identificazione nella massa, senza di essa, si annulla. L’essere soli infatti produce necessariamente uno sforzo di introspezione, l’esistenza inautentica entra in crisi, non riesce a sostenere il peso della propria unicità. Non solo, la riflessione si apre alla grandezza del mistero dell’esistenza, con la sua incomunicabilità. L’angoscia di fronte a questo mistero, porta l’uomo a distogliere lo sguardo, a rifuggire di nuovo nella folla, nell’abitudine, in ciò che gli dà sicurezza. Si compie un paradosso: più si scappa dalla solitudine, più essa è opprimente e inaccettabile.

Una società bendata

Il silenzio non è per tutti. L’introspezione va di pari passo alla costruzione di un carattere personale, rifiuta la banalità delle convenzioni. Da ciò la fatica a dialogare con la solitudine, da cui oggi si fugge in ogni modo. Heidegger definisce l’esistenza autentica come ‘essere-per-la-morte‘, ossia vivere con una profonda consapevolezza della limitatezza della vita e del suo grande mistero. L’alienazione sta nel rifiuto di accettare la nostra condizione di finitezza. La società tende a dimenticare questi aspetti che sono indubbiamente drammatici, ma sono il lato più umano e intimo di ognuno. I personaggi di Hopper ci inquietano proprio perché ci somigliano, perché anche noi non siamo abituati alla solitudine, ma sappiamo, nel profondo che ci appartiene come la nostra stessa carne.

Tra un fiore colto e
l’altro donato
l’inesprimibile nulla.“³

 

  1. E. Hopper durante un intervista
  2. S. Tommaso, Summa th.,1. q 30, a.4, ob.2
  3. G. Ungaretti, Eterno

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