Questa settimana è stata segnata da due eventi drammatici: la tragedia al concerto mai avvenuto di Sfera Ebbasta e l’attentato terroristico a Strasburgo. Eventi che ci hanno impressionato e fatto riflettere, soprattutto per la loro vicinanza alla nostra vita quotidiana, e in particolare a momenti che dovrebbero essere spensierati e gioiosi, come una serata in discoteca o una passeggiata ai mercatini di Natale. In questi casi, essere informati ed aggiornati è una necessità, perchè potrebbero avere anche notevoli conseguenze politiche e sociali.

Tuttavia, come ogni volta, c’è chi lucra su queste “occasioni” approfittando di questa necessità: si tratta di quei programmi televisivi che, sotto le sembianze di un approfondimento giornalistico, spettacolarizzano le vicende, giocano con le emozioni e mettono in risalto il dolore di parenti e amici delle vittime. Tutto questo al fine di intrattenere un pubblico, piuttosto che informarlo. I programmi di “infotainment”, dall’incrocio di “information” ed “entertainment” (intrattenimento), sono una pratica televisiva perversa, denunciata già più volte dall’Ordine dei Giornalisti, nonchè da filosofi ed esperti di etica dell’informazione.
Qual è, allora, il confine tra informazione ed intrattenimento? E perchè l’infotainment ha così enorme successo?
La “TV del dolore”
Per il filosofo Carmine Castoro, queste trasmissioni, protagoniste del mondo televisivo moderno, “invece di rappresentare in maniera complessa il male, ce ne danno una fiaba distorta, una misperception”. Un’indagine dell’Ordine dei Giornalisti aveva già messo in risalto la problematicità di questi programmi televisivi nel 2015. In questa indagine dall’analisi di programmi come “La vita in Diretta”, “Domenica In” e “Pomeriggio Cinque” emergono sette caratteristiche critiche che li accomunano:
- La raffigurazione strumentale del dolore: “l’esibizione della sofferenza individuale o collettiva” al fine di coinvolgere emotivamente il pubblico.
- Lo spettacolo del dolore: “Gli eventi di cronaca nera diventano storie da narrare, arricchite di colpi di scena, rivelazioni vere o presunte, dichiarazioni…” La costruzione di una cornice narrativa va a scapito della ricerca della verità oggettiva.
- L’eccesso patemico nel racconto: “L’effetto patemico attraverso parole, musiche e immagini” è proprio di un film, non certo di un programma di informazione. Effetti sonori, musiche di sottofondo, titoli ad effetto, utilizzo dei filmini familiari non aggiungono nulla alla notizia, ma vengono impiegati come espedienti emotivi.
- La narrazione empatica: “l’instaurazione di un rapporto intimo con il pubblico a casa e gli ospiti” stimola la sfera emotiva piuttosto che quella razionale. Un abbraccio virtuale volto a raccogliere e stimolare rivelazioni e segreti.
- Il processo virtuale: “La tendenza a fare processi in televisione, processi al processo o all’intera giustizia” sfocia in processi mediatici e giudizi sommari, finendo a volte nella mera diffamazione dei soggetti coinvolti.
- L’accanimento mediatico: “La vocazione inquisitoria e quella di essere sempre nella notizia, crearla se necessario” accresce l’invadenza degli inviati, alla ricerca di un’esclusiva, sempre sui luoghi delle tragedie. Un comportamento spiegato dalla necessità di riempire diverse ore, fino a più puntate, di programma, e che spesso si trova ad utilizzare dettagli macabri – mandati in onda anche in fascia protetta.
- La logica assorbente: “L’ambizione di informare si mischia a quella di intrattenere”, perciò in questi programmi finisce dentro di tutto, da discorsi moralisti e paternalistici agli scambi d’opinione che finiscono in fastidiosi duelli verbali, dagli appelli alla solidarietà alle dichiarazioni di sdegno, dalle inchieste alle alle denunce sociali.

Questi “contenitori televisivi” spesso sono veri e propri minestroni: non limitati alla cronaca nera, ma anche alla cronaca rosa, alle notizie di costume e alle frivolezze. Durante le puntate, lutto e sorriso si alternano rapidamente, rivelando la totale mancanza di un coinvolgimento reale nei drammi delle vittime. Il dolore viene sfruttato con assoluta superficialità. Ma allora, qual è la differenza tra informazione e infotainment?
I limiti della cronaca
Nel 1984, una pronuncia della corte di Cassazione stabilì le tre condizioni a cui la stampa deve attenersi: “il diritto di stampa… è legittimo quando concorrano le seguenti tre condizioni: 1) l’utilità sociale dell’informazione; 2) verità (oggettiva o anche soltanto putativa); 3) forma civile della esposizione dei fatti e della loro valutazione, cioè non eccedente rispetto allo scopo informativo da conseguire…”
Questa sentenza è passata alla storia perchè i criteri esposti stabiliscono il confine tra diritto alla manifestazione del pensiero, tra cui il diritto di cronaca, sancito dall’art. 21 della Costituzione, e il diritto alla dignità umana, alla riservatezza e ad altri diritti costituzionali.
Ora, questi programmi di infotainment vìolano costantemente questi principi.
“La rappresentazione del dolore è inessenziale” alla comprensione della notizia: non ha alcun contenuto informativo, ma è diretto solo al coinvolgimento emotivo degli spettatori. Non c’è alcun interesse pubblico né utilità sociale nel mostrare i parenti che piangono o che si disperano, a volte con degli impressionanti primi piani. Lo stesso si può dire delle descrizioni raccapriccianti di cadaveri, delle “tracce di sangue e sperma ritrovate sulle mutandine” (sic!), dei filmati delle telecamere di sicurezza che riprendono il reato.
La “cronaca” poi spesso eccede nel racconto patemico, in violazione di una forma contenuta e civile, improntata all’obiettività. Come detto, i servizi spesso e volentieri hanno un montaggio cinematografico, da cui si nota quella “artificiosa e sistematica drammatizzazione” che la corte di Cassazione deplora.

Infine, le continue speculazioni di opinionisti, psicologi e tuttologi vari, guidati dall’intrattenitore/trice che conduce, sono tutt’altro che improntate alla verità, ma anzi vanno a costituire processi mediatici a parte. Non solo tutto ciò si scosta dalla verità, ma finisce spesso per danneggiare l’immagine pubblica dei sospettati, anche e soprattutto innocenti. Le insinuazioni, gli accostamenti suggestionanti, i sospetti ledono inevitabilmente l’immagine pubblica di queste persone, in violazione del diritto costituzionale di presunzione di non colpevolezza (art.27 cost.).
Insomma, la totale mancanza di rispetto nei confronti di deontologia giornalistica ci fa ben capire che non si tratta neanche lontanamente di informazione professionale. Eppure, tutta la quantità di dettagli forniti, di opinioni contrastanti, di immagini mandate in onda (magari ripetutamente) si polverizza in un information overflow, “un eccesso informativo che genera un falso senso di comprensione”: gli spettatori quindi confondono il guardare questi programmi con l’atto di informarsi.
Ma perchè, appunto, l’infotainment ha così tanto successo?
Il piacere del dolore
L’infotainment sembra fare leva su un sentimento complesso ben noto nella letteratura filosofica e psicologica: la Schadenfreude. Questo termine tedesco denota un sentimento di piacere che sorge di fronte alle disgrazie altrui. E l’infotainment dimostra chiaramente caratteri molto vicini a questo sentimento che anche Schopenhauer definì, a suo tempo, “diabolico”: prende storie dolorose e soddisfa, pian piano, gli appetiti del pubblico riguardo ad esse. Curiosità, soddisfazione nell’indignazione, desiderio di vedere o sentire particolari morbosi, il senso di superiorità, il sentirsi dalla parte dei buoni: lo storytelling di questi spettacoli è mirato al piacere degli spettatori, piuttosto che all’informazione.
Allo stesso tempo, chi guarda si lascia coinvolgere emotivamente, ma la pietà umana e l’empatia presto sfociano nel commento, nell’opinione comune, nella chiacchiera da salotto. Lo spettatore non è interessato agli eventi, ma alla storia: l’empatia per la sofferenza diventa un pretesto finto e perbenista per rendere accettabile la soddisfazione della curiosità per particolari morbosi, per i retroscena piccanti, per il pettegolezzo. Uno spettatore che provasse sincera empatia probabilmente spegnerebbe la tv in segno di rispetto per la riservatezza delle persone coinvolte e denuncerebbe l’invadenza dei media.

Un meccanismo non nuovo, per la verità, quello dello sfruttamento della cronaca nera per coinvolgere il pubblico: sin dalla seconda metà dell’Ottocento il panorama giornalistico statunitense fu invaso dalla stampa scandalistica, la Yellow press, i cui esponenti principali furono i famosi giornali di Joseph Pulitzer e William Hearst. La Yellow press trattava di omicidi, scandali ed incidenti, nonché di tutti quegli argomenti di facile presa sul popolino. Un metodo spregiudicato, che venne però premiato dal successo del pubblico a scapito dei giornali più seri di politica, di cultura o di economia. La cronaca nera, ieri come oggi, attira, intrattiene e vende più di qualunque altro tipo di notizia.
La cronaca nera, certo, ha la sua utilità nel raccontare il mondo di oggi e i problemi della società. Ma, come sostiene sempre Carmine Castoro, “se al dolore togliamo la filiera delle cause, della storia, della memoria, delle responsabilità e delle soluzioni, abbiamo di fronte a noi un cinico trastullo, che è quello al quale si dedicano con grande profitto tante trasmissioni e tanti conduttori”.
Così, ecco che le vittime di Corinaldo e le vittime di Strasburgo, nonché il dolore dei parenti, sono diventati tutti facili elementi del racconto patemico dell’infotainment, da cui trarre morali posticce e affrettate sul degrado dei costumi dei giovani e sulle misure di sicurezza contro il terrorismo: dibattito, condito con le opinioni di tuttologi, psicologi ed esperti del settore, a cui ognuno si sente libero di partecipare.
Un’informazione vera

Come contrastare questi baracconi televisivi? Semplicemente, con un atteggiamento attivo e non passivo riguardo all’informazione. Con Internet possiamo svolgere ricerche di notizie selezionate da fonti autorevoli e quanto più imparziali possibili, come l’ANSA e le agenzie internazionali, e leggere opinioni di giornalisti veri. Possiamo confrontare e studiare i dati sui fenomeni, trovare le definizioni dei termini che non conosciamo, approfondire i concetti e infine formarci un’opinione sulla realtà di oggi supportata dai fatti.
Distinguere la realtà dallo spettacolo, in modo razionale, senza scadere nell’emotività facile e morbosa della Schadenfreude, per arrivare ad un’informazione seria ed approfondita, è l’unico modo per comprendere davvero il mondo in cui viviamo, ma soprattutto per onorare e rispettare il dolore di parenti e sopravvissuti e la memoria di chi non c’è più.
Federico Mandelli