L’umanità ora è più globalizzata che mai. I tentacoli della società intercontinentale ad oggi si estendono sino ai luoghi più desolati e nascosti alla vista dell’onnipotente (se mai ve n’è uno). Ogni barriera culturale è destinata a crollare, indebolita dall’impatto del consumismo e delle comunicazioni immediate che regolano la nostra vita, e oggi come non mai aggrapparsi alla propria identità e specialità culturale appare veramente difficile, rimanere incontaminati nella propria cultura è diventata una vera impresa.
Ancora qualcuno della nostra specie, tuttavia, nel bene e nel male conferiti da chi si trova in una situazione di dubbio morale, sopravvive solo sulle proprie gambe, separato dai valori di una civiltà arrivata nella sua fase di tardo-capitalismo avanzato e nella fase del post-human, epoca culturale in cui uomo e tecnologia possono finalmente unire le proprie forze su un livello mai raggiunto.
C’è ancora qualcuno che desidera ora restare all’oscuro di tutto ciò e che forse, a questo punto, dovrebbe vedere il suo volere rispettato.
Nel mare delle Andamane, al largo dell’oceano indiano, ancora oggi sopravvive una piccolissima tribù, una delle ultime sul pianeta terra a non aver ancora avuto contatti con il mondo esterno alla loro isola, North Sentinel. A tal proposito l’appellativo conferito a tale tribù, sentinelesi, è solo un nome scelto arbitrariamente, in quanto le informazioni su tale tribù sono pochissime oltre a quella del probabile numero dei membri di questa micro-società, che secondo diverse fonti si aggira intorno al centinaio di membri.

Fonte: SiViaggia
L’accesso all’isola su cui vive la tribù sentinelese è severamente vietato dalla legge indiana. I turisti non vi possono approdare e nemmeno la guardia costiera vi si avvicina, ma piuttosto si ferma a una lunga distanza dalla costa per osservare l’isola. In questo senso infatti i sentinelesi da un lato non sembrano gradire ospiti di nessun genere, dall’altro lato un’eventuale visita di qualcuno esterno all’isola potrebbe avere gravi conseguenze nei confronti della salute degli indigeni, che non hanno gli anticorpi necessari nemmeno per sopportare una banale influenza.
In questo senso la tribù in questione ha più volte dimostrato la propria aggressività nei confronti di estranei. A tal proposito è infatti di ieri la notizia secondo cui un giovane missionario di Vancouver, John Allen Chau, sarebbe stato ucciso a colpi di frecce proprio dai sentinelesi. In seguito allo sbarco, vietatissimo, sulle coste dell’isola, il giovane intento a far conoscere la cristianità alla popolazione indigena, avrebbe infatti avuto poco tempo per presentare l’amore di Gesù, prima di essere colpito da una pioggia di frecce.
L’avventura di John poi è stata documentata nel suo decorso sul suo diario, fornito al Washington Post dalla madre. Sulle pagine del diario si leggono i pensieri di un giovane deciso nel cercare di portare il messaggio cristiano a una popolazione a cui la modernità è rimasta sconosciuta, ma comunque spaventato dall’ipotesi di perire nell’impresa.
Nei giorni precedenti alla sua morte, si legge, John avrebbe provato a portare il suo messaggio già una prima volta senza successo. Il giovane, una volta sbarcato, avrebbe infatti urlato “Il mio nome è John. Ti amo e Dio ti ama” per poi venire subito bersagliato da una freccia andata a colpire la bibbia che portava con sé, salvandogli la vita.
Al secondo tentativo la scena si è ripetuta molto similmente, ma con l’esito sopra riportato. John era cosciente delle proibizioni vigenti sull’isola e si sarebbe fatto accompagnare nei pressi della costa da un gruppo di sette pescatori, per poi raggiungere la costa a bordo di una canoa. Ora i pescatori sono stati arrestati.
Sul profilo Instagram di John la famiglia poi ha postato ieri una dichiarazione del dolore sentito e di perdono nei confronti della popolazione indigena, ribadendo come John fosse armato solamente dell’amore di Dio.

Un atto comprensibile
La morale non è universale, non vale per tutti gli uomini e mai lo farà finché magari non si sarà provata l’esistenza di un Dio oppure la presenza, in maniera kantiana, di una legge universale insita nella psicologia umana.
Secondo la visione nietzscheana della morale, quest’ultima è un sapere storicamente e culturalmente determinato. Presupporre la validità e la verità di un preciso sistema morale più di un altro è semplice arroganza. La morale quindi non si basa su un’ideale di verità assoluto e valido oggettivamente, ma piuttosto essa risulta essere una costruzione sociale di valori determinata dalla comunità in cui essa si sviluppa.
La morale di un popolo, per quanto piccolo possa essere quello dei sentinelesi, è qualcosa di autentico, frutto della storia e della cultura di quello stesso popolo. Nessun essere umano in questo senso ha il potere di cambiare i valori di una persona e di impiantare i propri, figuriamoci un’intera morale o religione.

Secondo quanto riportato gli indigeni si sarebbero subito mostrati avversi alla venuta del missionario, e in questo senso l’insistenza di John è stata qualcosa di superfluo, visti anche i severi divieti che vigono intorno all’avvicinamento all’isola. L’azione del missionario di Vancouver avrebbe messo in pericolo non solo la morale, per quanto regressa, dei sentinelesi, ma anche la loro salute, vista la mancanza di anticorpi necessari ad affrontare anche le semplici influenze stagionali del mondo esterno.
In questo senso, se nella nostra morale uccidere un invasore è considerato barbarico, nella società sentinelese esso sarà stato considerato saggio, come un gesto, probabilmente, di protezione. In questo senso il gesto degli indigeni potrebbe essere, forse, da condannare in quanto segno di barbarie, ma soprattutto esso dovrebbe risultare a un occhio attento quale un atto comprensibile e di certo non sorprendente. Per questo motivo il “perdono” elargito dalla famiglia del giovane può sembrare superfluo verso i sentinelesi.
Questo perdono tuttavia rappresenta pur sempre un atto di bontà e di amore verso il prossimo, come di chi è capace di comprendere le motivazioni morali di coloro che hanno privato una famiglia del proprio figlio.
Giovanni Ciceri