Bella ciao: da inno a colonna sonora.

Ormai a tutti è noto che “La casa di carta”, la Serie TV spagnola che deve a Netflix il suo globale successo, ha scelto ‘Bella ciao’ come colonna sonora della rivolta del gruppo del ‘Professore’. Le immagini della banda che canta il celebre inno partigiano sono diventate un ‘cult’. Ma la “canzone” Bella Ciao ha una storia molto lunga nella quale la serie televisiva rappresenta solo l’ultimo atto.

Tutti in Italia sanno che fu un inno della resistenza italiana contro il fascismo di Benito Mussolini e le truppe naziste durante la seconda guerra mondiale ma l’origine di “Bella Ciao” potrebbe essere ancora più antica e controversa. “Bella ciao” fu cantata durante la guerra civile? È un prodotto della letteratura della Resistenza? Quale è la verità? Ogni “testimone oculare” ne racconta una diversa, tanto da poter sostenere che “Bella ciao” è una “canzone gomitolo” in cui si intrecciano molti fili di vario colore. Da un’inattesa indagine si arrivò a supporre che la melodia fosse un adattamento di una ballata klezmer, un genere che emerge dalla tradizione musicale degli ebrei dell’Est Europa. L’autore della musica (non delle parole) potrebbe pertanto essere stato il fisarmonicista ucraino Mishka Ziganoff che registrò la sua canzone “Oi oi di koilen” a New York nel 1919: ascoltando questa melodia in yiddish (dialetto delle comunità ebraiche dell’Europa centrale e orientale), vi erano state riconosciute diverse somiglianze con la “Bella Ciao” della resistenza italiana.

Ma un’altra interpretazione, in risposta alla precedente, fa nascere la canzone dai pezzi popolari delle lavoratrici nelle risaie della valle del fiume Po, le “Mondine”. Più che un inno alla libertà sarebbe dunque stato un lamento dolce di donne che andavano a spaccarsi la schiena per portare a casa qualcosa da mangiare.

«Alla mattina appena alzata, o bella ciao, bella ciao

    Bella ciao ciao ciao, alla mattina appena alzata,

    devo andare a lavorar..!

    A lavorare laggiù in risaia, o bella ciao, bella ciao

    Bella ciao ciao ciao! A lavorare laggiù in risaia

    Sotto il sol che picchia giù! »

Durante gli anni della Resistenza, secondo il “mito”, sarebbe invece nata la versione di “Bella ciao” che tutti noi, oggi, conosciamo. Eppure tra i fogli, nelle raccolte a noi arrivate con i testi delle canzoni che i partigiani intonavano il testo di “Bella ciao” non compare. Si è sostenuto che il canto fosse stato adottato da alcune brigate e che fosse addirittura l’inno della Brigata Maiella. Sta di fatto che nel libro autobiografico di Nicola Troilo, figlio di Ettore, fondatore della brigata, c’è spazio anche per le canzoni che venivano cantate, ma nessun cenno a “Bella ciao”.

   «Una mattina mi son svegliato,

    o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!

    Una mattina mi son svegliato

    e ho trovato l’invasor.

  O partigiano, portami via,

    o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!

    O partigiano, portami via,

    ché mi sento di morir»

La prima volta che “Bella ciao” varcò i confini italiani fu nel 1947, durante il Primo Festival mondiale della gioventù democratica che si tenne a Praga: alcuni giovani partigiani emiliani parteciparono alla rassegna “Canzoni Mondiali per la Gioventù e per la Pace” intonando proprio le note di “Bella ciao”. Era il canto della ribellione, della libertà, della democrazia che colpiva al cuore la tirannia. È del 1953 la prima presentazione di “Bella ciao”, sulla rivista “La Lapa”. Nel 1960, la collana del “Gallo Grande” delle edizioni dell’Avanti, pubblica una vasta antologia di canti partigiani. Il canto viene presentato con il titolo “O Bella ciao” e come derivato da un’aria “celebre” della Grande Guerra, che “durante la Resistenza raggiunse, in poco tempo, grande diffusione”. Sempre in quegli anni ci furono le prime incisioni di noti cantanti italiani. In televisione la intonò per la prima volta Gaber nel 1963, ma la registrò solamente nel 1967. Quegli anni ’60 nei quali la canzone diventa un inno popolare per le agitazioni studentesche e per le manifestazioni operaie in Italia. La contraddittorietà delle testimonianze, l’assenza di fonti documentali prima del 1953, rendono davvero improbabile che il canto fosse intonato durante la guerra civile. E allora perché “Bella ciao”, nonostante tutto, è diventata il simbolo della Resistenza, superando sin da subito i confini nazionali? Perché ha attecchito questa “invenzione della tradizione”? Qualcuno ha sostenuto che il successo di “Bella ciao” deriverebbe dal fatto che non è “targata”, come potrebbe essere “Fischia il vento” di chiara marca comunista. “Bella ciao”, invece, abbraccerebbe tutte le “facce” della Resistenza (guerra patriottica di liberazione dall’esercito tedesco invasore; guerra civile contro la dittatura fascista; guerra di classe per l’emancipazione sociale) individuate da Claudio Pavone. Nessun riferimento politico dunque, nessun richiamo ai pugni chiusi o alle bandiere rosse. Solo un canto alla libertà di una popolazione, invasa e tenuta sotto la morsa di una dittatura in cui nessuno più si riconosceva. Strofe eroiche che in Italia sono invece oramai marchiate a fuoco con la simbologia del comunismo: “Bella ciao”, nel creder popolare, non è altro che una canzone “rossa”. Una prigionia politica di poco senso. All’estero, invece, è unanimemente riconosciuta come un canto di libertà: nel 2011 la cantarono i manifestanti di “Occupy Wall Street”, a New York; nel 2012, invece, François Hollande la scelse per chiudere la propria campagna elettorale contro Sarkozy; poi il ritorno agli albori, nel 2013, quando a Istanbul i manifestanti contro il premier Erdogan la intonarono in piazza Taksim. E così è accaduto e accade anche in Siria, a Kobane, dove le combattenti curde intonano la melodia contro il dominio del Califfato, o a Hong Kong, quando durante la rivoluzione degli ombrelli contro Pechino migliaia di giovani la cantarono. Ed è anche la canzone contro il terrore, come ha dimostrato Christophe Alévêque, che l’ha cantata ai funerali dei vignettisti di Charlie Hebdo. Ne ha fatta di strada Bella ciao, quel lamento popolare italiano che tutti conoscono, ma che pochi possono ancora inneggiare senza essere additati di partigianeria politica. Un cantoDI CHI RESISTE” che risuona in piazze che col comunismo non hanno nulla a che fare. È un canto globale, senza nazionalità, come tutti gli eroismi. Ogni resistenza richiama questi valori, che avvenga in Italia, in Siria o in Palestina. Bella ciao non ha patria né bandiera.

Ma cosa c’entra questo inno con una serie tv che mette in scena la più grande rapina della storia? Perché mai un gruppo di ladri dovrebbe ispirarsi alla nobile storia dei partigiani che combattevano il nazifascismo e condividerne gli ideali? Che forma di Resistenza è quella dei protagonisti de La Casa di Carta? La risposta a queste domande la fornisce Tokyo, in uno dei suoi commenti da voce narrante: “La vita del Professore ruotava intorno a una sola idea: ‘Resistenza’. Suo nonno, che aveva resistito con i partigiani per sconfiggere i fascisti in Italia, gli aveva insegnato quella canzone. E lui l’ha insegnata a noi“. Ma la vera spiegazione della scelta di quest’inno della liberazione come colonna sonora della rapina arriverà fondamentalmente solo nell’ultimo episodio, quando l’ideatore del colpo Sergio, provando a convincere l’ispettrice Raquel Murillo a non rivelare il suo covo alla polizia, le racconterà le motivazioni di quel gesto rivoluzionario, ovvero una rapina fatta stampando il proprio bottino:  “Quello che stiamo facendo noi va bene se lo fanno altri. Nel 2011 la Banca Centrale Europea creò 171 miliardi di euro dal nulla. Proprio come stiamo facendo noi. 185 miliardi di euro nel 2012. 145 miliardi nel 2013. Sai dove è finito tutto quel denaro? Alle banche, direttamente dalla fabbrica ai ricchi. Qualcuno ha detto che la Banca Centrale Europea è una ladra? L’hanno chiamata iniezione di liquidità. E la tirarono fuori dal nulla, dal nulla. Questa non è altro che carta. Io sto facendo una iniezione di liquidità, ma non per le banche, la faccio qui, nell’economia reale, con questo gruppo di disgraziati che siamo, per scappare da tutto questo.” “Bella Ciao” ne La Casa di Carta assume quindi il senso di un inno ad una nuova Resistenza, quella alle logiche perverse del capitalismo finanziario che soffoca le economie reali.

Tommaso Ropelato