La legge sul divorzio, entrata in vigore nel 1970, consentì una delle prime grandi libertà femminili dall’oppressione maschile.

Il referendum del 13 maggio 1974 sull’abrogazione della legge che qualche anno prima consentì il divorzio, fu confermata dal 59,26% dei votanti “no”.
Prima del divorzio
Prima dell’introduzione del divorzio in Italia (1970), il matrimonio era considerato un vincolo indissolubile, con il divorzio spesso vietato per ragioni religiose e sociali. Nel passato, il matrimonio era quasi esclusivamente visto come un accordo tra famiglie, con la donna che passava sotto l’autorità del marito e spesso portava con sé parte dei suoi beni (la dote). Divorziare, nei casi previsti dalla legge, era possibile, ma per la donna la separazione si risolveva in un cambio di padrone: se l’unione veniva meno, lei tornava sotto la potestà paterna, con i suoi beni, unica fonte di sostentamento. Il matrimonio venne definito come sacramento all’inizio dell’anno 1208, quando Papa Innocenzo III richiese ai membri di un altro movimento religioso di riconoscere che il matrimonio era un sacramento e una condizione per essere ricevuti nuovamente in seno alla Chiesa cattolica, come unione tra Cristo e Chiesa. Le donne, che si sentivano così senza speranza e possibilità di emancipazione, creavano metodi per sfuggire alle tirannie degli uomini. Nel 1600, una di queste invenzioni fu l’Acqua Tofana, ovvero un veleno ampiamente utilizzato nell’Italia meridionale. L’Acqua Tofana è un prodotto noto per la sua facilità di preparazione domestica, composto principalmente da arsenico e piombo, inodore e insapore, provoca la morte dopo 15 giorni, presentandosi come una comune malattia. Nel gennaio 1659, a Roma, fu scoperta un’ampia rete di donne coinvolte nella produzione, commercio e somministrazione di veleno al fine di eliminare i propri mariti, unica alternativa al divorzio.

La conquista del divorzio
È il 1 dicembre 1970, sui più diffusi giornali dilaga un titolo che sarà poi profezia: “L’Italia è un paese moderno, ha vinto la libertà”.
Questo giorno segna un traguardo necessario per l’emancipazione femminile, e d’altronde, con gli anni che correvano (appena reduci da un ’68 che soffiava venti di cambiamento) non ci si poteva aspettare altro che ulteriori forti cambiamenti. L’opposizione della Chiesa e della Democrazia Cristiana cercarono di dissuadere questa necessità di emancipazione femminile (in linea con i valori delle sacre scritture) ma, per fortuna, senza successo, la legge 898/1970 segna per la prima volta “la disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio”. La legge cita testualmente: “Il giudice pronuncia lo scioglimento del matrimonio contratto a norma del codice civile quando, esperito inutilmente il tentativo di conciliazione, accerta che la comunione spirituale e materiale tra i coniugi non può essere mantenuta o ricostituita per l’esistenza di una delle cause previste”. A questo traguardo si giunse grazie al lavoro di Loris Fortuna, socialista e Antonio Baslini, liberale, che seppero comprendere le volontà degli italiani. A distanza di 4 anni dalla promulgazione della prima legge della Repubblica Italiana sul divorzio, venne promosso un referendum abrogativo, sostenuto da tutti i principali organi cattolici italiani. La votazione al referendum avvenne il 13 maggio 1974, vide la partecipazione dell’87,72% dell’elettorato e venne respinto dal 59,26% dei votanti, contro il 40,3% di favorevoli. Il Partito Socialista Italiano, Partito Comunista Italiano, Partito Socialista Democratico, Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria e Partito Liberale Italiano appoggiarono la causa tanto desiderata da anni del divorzio, mentre gli altri partiti, appoggiati dalla Democrazia Cristiana, furono decisamente contrari.

L’importanza del voto
La democrazia e l’esistenza di un referendum ci ha portato a poter decidere del nostro presente e del nostro futuro. Non astenersi ed esprimere sempre una preferenza arrivando al voto informati e interessati circa il cambiamento che potremmo avere tra le nostre mani è uno strumento potente e necessario di cui tutti siamo a disposizione. Il voto è un mezzo vitale per determinare il cambiamento sociale, contribuendo a portare avanti concetti come l’uguaglianza, i diritti civili e la giustizia sociale. Promuove la partecipazione, l’impegno e l’emancipazione, rafforzando il quadro democratico e dando voce ai cittadini nel plasmare il futuro delle loro comunità e dei loro Paesi. Anche se si perdono le speranze su possibili cambiamenti futuri, è l’unica arma che abbiamo per esprimere dissenso e non rimanere indifferenti a soprusi e ingiustizie subendole solo passivamente. Ogni referendum, ogni voto ai partiti politici, ogni chiamata all’azione da parte dello stato, o da chi vuole stabilire cambiamento è necessario per giungere a cambiamenti che anche per l’epoca riguardavano traguardi considerati irraggiungibili o utopici, come nel caso del divorzio e di tante altre conquiste femminili, e non solo. L’attuale astensionismo si presenta come una silenziosa protesta che viene mossa da coloro che non si sentono rappresentati in nulla (soprattutto i giovani) o peggio, chi si sente preso in giro da promesse invecchiate male (soprattutto i meno giovani). Questo trend astensionista è esso stesso una risposta a ciò che succede ormai da un ventennio, la politica si è arresa, e noi con lei, non possiamo fare altro che ammirare e ricordare le conquiste fatte di sudore e insistenza da parte di chi aveva realmente a cuore il Paese.
“Perché la gente si umilia votando?
Io non ho votato. No! Perché ho una dignità.”
