Giorgio Rosa, giovane ingegnere, riesce a creare una sua micronazione fuori dalle acque territoriali sfruttando le zone d’ombra della legge.

Mosso dal contesto storico dell’epoca, la fine degli anni ’60 del secolo scorso, Rosa decise di costruirsi il suo mondo creando una piattaforma di acciaio di 400 metri a 6 miglia della costa. Un’idea utopistica dove l’unica regola era la libertà.
L’INCREDIBILE STORIA DELL’ISOLA DELLE ROSE
Strasburgo, 1968. Giorgio Rosa si presentò al Consiglio d’Europa con un unico scopo: voleva ottenere il riconoscimento di nazione indipendente.
Egli costruì, grazie alle sue conoscenze da ingegnere fresco di laurea, una piattaforma di 400 metri a 6 miglia dalla costa riminese. Un’idea strana e folle. Rosa sfruttò le zone d’ombra della legge internazionale: non era infatti proibito questo suo progetto, a patto che fosse distante più di mezzo chilometro dalla riva. Ad aiutarlo nell’impresa ci furono: un suo amico dell’università, un disertore tedesco, un naufrago e una 19enne incinta.
L’ira del governo venne scatenata proprio quando questo gruppo di ragazzi decise di autoproclamarsi come stato indipendente. Creando quindi una propria bandiera, una lingua (l’esperanto), il proprio servizio postale e un governo ufficiale.
Il presidente del Consiglio Giovanni Leone incaricò il ministro degli Interni Franco Restivo di risolvere la questione quanto prima. Restivo attuò quindi una serie di sotterfugi, come il licenziamento del padre di Rosa, tentativi di corruzione, minacce e intimidazioni. Non riuscendo però nel suo obiettivo.
Venuto a sapere che l’ONU decise di prendere in esame il caso, il ministro degli Interni, per evitare che si potesse creare “uno spiacevole e pericoloso precedente”, senza scrupoli di alcuna natura procedette con l’uso della forza. Leone, convinto da Restivo, firmò una vera e propria dichiarazione di guerra contro l’Isola delle Rose, inviando da Venezia l’incrociatore Andrea Doria a bombardare la piattaforma.
Informato dallo stesso ministro, Rosa tornò immediatamente da Strasburgo per raggiungere l’isola insieme ai suoi cinque governatori. La loro presenza sulla piattaforma obbligò il comandante della nave a mandare gli incursori per recuperarli, per poi minare e fare saltare in aria la piattaforma.

UN’ISOLA FATTA DI IDEALI
Giorgio Rosa pensò, progettò e costruì l’isola in degli anni molto delicati: gli anni ’60. Lui e la sua generazione erano carichi di ideali nuovi, avevano ragioni per smuoversi e lottare per cambiare lo status quo. L’Isola delle Rose fu senza ombra di dubbio partorita da questa matrice. Essa, infatti, secondo Rosa, sarebbe dovuta essere una meta pacifica, senza regole, dove nessuno avrebbe predominato sull’altro. Una visione allegra e anarchica, ma che evidenzia le criticità di evasione e conflittualità tipiche dell’Italia del tempo. I giovani ebbero come unico scopo quello di costruire un gruppo sociale autonomo, che rifiutasse il passato, il perbenismo e l’autoritarismo, alla ricerca di relazioni più vere e profonde. Gli anni ’60 furono inoltre un punto di svolta, poiché dopo anni le nuove generazioni si riavvicinarono alla politica, una politica per la quale valeva la pena spendersi quotidianamente, una politica fatta di giovani uniti e mossi da un sentimento intimo pronti a lottare strenuamente per ciò che reputavano necessario.
Ed ecco che il progetto di Rosa riunì tutti questi, dimostrando come tanti si fossero potuti identificare in quei 400 metri di acciaio, in una lotta condivisa contro l’omologazione e in cerca di un mondo più giusto e paritario.
ANNI DIFFERENTI ISOLE DIFFERENTI
Possiamo oggi mettere a confronto due idee molto contrastanti fra loro, due isole tanto simili quanto diametralmente opposte.
Lo scorso 20 settembre Michaela Biancofiore, capogruppo di Noi Moderati-Maie-Civici d’Italia al Senato, nella trasmissione L’aria che tira, propone un’idea tanto innovativa quanto aberrante, dichiarando:
Facciamo un’isola artificiale, un luogo neutro di cooperazione internazionale nel quale , di concerto con la Croce Rossa internazionale ed altre associazioni umanitarie ci si possa prendere cura di questi disperati, farli approdare senza lasciarli annegare ma allo stesso tempo gli si prendano le impronte per le identificazioni e per valutare il loro diritto a chiedere ed ottenere asilo.
Insomma, un carcere galleggiante, un Alcatraz 2.0 nel Mar Mediterraneo.
Due visioni molto discordanti, perché se da una parte abbiamo una realtà che promuove il concetto di libertà e indipendenza, dall’altra abbiamo una sorta di prigionia.
Forse, alcune volte, bisognerebbe dare uno sguardo al passato per trovare soluzioni più umane e concrete. Ma non cercando di fare delle copie carbone mal riuscite. Sì, perché questo è un tentativo becero di Biancofiore di ripercorrere la strada già battuta da Rosa, con l’unica differenza che, stavolta, la libertà sarà per quelle persone ancora un miraggio.