Con la canzone “Soliloquio” , Mezzosangue illustra la difficoltà di mettersi in contatto con Dio, riproponendo in musica la condizione del fedele, dilaniato tra la trascendenza e l’immanenza della divinità.

La religione si basa sulla fede, proprio perché l’esistenza della divinità non può essere giustificata o spiegata mediante ragionamenti. Ciò che fanno molte religioni è, infatti, attribuire caratteri di perfezione e superiorità a qualcosa di assolutamente trascendente e che, proprio per questo, può assumere tali caratteristiche.
La trascendenza divina: Dio in un al di là
Ma cosa significa che la divinità è trascendente? Vuol dire che si pone “al di là” e che si colloca, quindi, in uno spazio ulteriore al mondo stesso. La divinità si colloca in un altro luogo, non accessibile agli uomini e dalla loro realtà totalmente separato. Il credente si sente abbandonato sulla Terra e prega, nella speranza che Dio risponda alle sue aspettative e che soddisfi le sue richieste o, quantomeno, che gli fornisca protezione quando ne ha bisogno. Dio è, infatti, onnipotente e, se non lo fosse, non sarebbe un vero dio, ma può essere tale solo perché l’uomo lo ha relegato a un mondo totalmente inaccessibile a lui stesso.
Rudolph Otto, filosofo e storico delle religioni, analizza il concetto di “sacro”, centrale per la formazione di una qualsiasi religione, e lo definisce come trascendente. In questo caso, Otto sottolinea che, se pure la trascendenza appare come un carattere da attribuire alla divinità e, quindi, apparentemente positivo, esso si ottiene piuttosto per sottrazione, o, per meglio dire, per svuotamento di significato. La trascendenza e il concetto ad essa strettamente correlato di “soprannaturale” sono due forme ottenute dalla negazione di ciò che è naturale ed empirico e che, quindi, potrebbe descrivere, per usare la terminologia di Otto, il “totalmente Altro”. Non si può pensare il carattere della divinità se non per via negativa, perché essa è totalmente opposta all’umano ed essa si può concepire solo sottraendo tutte le imperfezioni dalle caratteristiche proprie della nostra specie. Il carattere divino della trascendenza ha portato alla costruzione della cosiddetta “teologia negativa”: non si può parlare di Dio se non tramite negazioni o, tramite il silenzio, perché nessun concetto gli renderà mai giustizia o sarà mai in grado di definirlo. La limitatezza delle parole e dell’umanità stessa che le pronuncia rendono Dio irraggiungibile.
Immanenza: Dio e l’uomo condividono lo stesso spazio
Al contrario, l’immanenza è la dottrina secondo cui la divinità farebbe parte della realtà abitata anche dall’uomo. La filosofia medievale è pervasa dalle battaglie teoriche tra aristotelici, seguaci di Tommaso d’Aquino e Alberto Magno, e neoplatonici, che appoggiavano le teorie di Agostino d’Ippona, per affermare e provare una di queste due soluzioni. Coloro che tentarono di sostenere l’immanenza di Dio idearono delle prove della sua esistenza per via naturale, sostenendo l’ipotesi che tracce di Dio fossero sparse ovunque sulla Terra e che il contatto potesse facilmente essere restaurato. In filosofia, l’immanenza di Dio venne sostenuta con forza da Spinoza, il quale ideò il deus sive natura, una teoria per cui la divinità coinciderebbe con la natura stessa e, quindi, col mondo abitato dall’umano. Queste teorie provano l’ansia cui l’uomo è soggetto quando deve ammettere una divinità troppo distante da lui e rispondono allo sforzo di connettere Dio all’uomo, quantomeno dal punto di vista spaziale. La realtà in cui l’uomo abita è pervasa dalla presenza di Dio, ma sta al singolo ritrovarne i segni.
Vi sono religioni che tentano di tenere insieme immanenza e trascendenza, nonostante queste dimensioni siano parse agli occhi dei filosofi medievali opposte tra loro. Il cristianesimo soprattutto si presta ad interpretazioni molto diversificate proprio perché contiene in sé i presupposti per sostenere entrambe queste teorie. L’ebraismo anche, da cui pure il cristianesimo deriva, e l’islam hanno la stessa caratteristica. Le religioni abramitiche supportano, dunque, la possibilità di contenere in sé entrambe queste componenti. Questa è la ragione per cui sin qui si è ritenuto corretto parlare di Dio al singolare, evitando riferimenti alle religioni politeistiche. Sono proprio questi monoteismi che permettono una relazione tra immanenza e trascendenza, poiché il Dio cui si affidano ha caratteristiche antropomorfe e può, perciò, provare interesse per gli uomini. Proprio perché attento alla loro esistenza, Dio, pur vivendo in un piano di realtà ulteriore, si manifesta alle sue creature e nell’universo da loro abitato, per opera della sua volontà.
“Ogni mia preghiera era solo un soliloquio”
Lo stato in cui versa il fedele di queste religioni viene espresso chiaramente nella canzone “Soliloquio” di Mezzosangue. Diciannovesima e ultima traccia di Hurricane Mixtape, il singolo esce nel lontanissimo Novembre del 2013. Mezzosangue pubblica il mixtape con un intento preciso: mettere in luce emergenti e non, prendendo parte come rapper solo nella prima e ultima traccia. Ci lascia questo capolavoro, sperando sapremo coglierne la profondità intellettuale.
“Soliloquio” è la storia di un dialogo interrotto, una conversazione complicata perché il ricevente la mette particolarmente in crisi:
Non ho mai chiesto niente a Dio da quando ho percepito
Che ogni mia preghiera era solo un soliloquio.
Dio è un interlocutore complesso, che mette a repentaglio il senso di sicurezza del cantante tanto quanto quello degli uomini più fedeli. Otto, di cui si è parlato in precedenza, sostiene che il sacro sia in stretto rapporto col mistero. Dio è il mistero per eccellenza e lo è anche in virtù della sua collocazione. La preghiera ha il ruolo di instaurare un legame tra Dio e il credente, anche se la fede dell’uomo può essere messa in crisi dalla natura stessa della divinità in cui crede. Per questa ragione, la preghiera si trasforma, nei momenti di dubbio, in un soliloquio.
La canzone di Mezzosangue ci pone di fronte alla condizione degli uomini che hanno la sensazione di essere abbandonati da Dio sulla Terra. Nell’universo del rapper, la divinità pare aver tagliato i ponti col nostro mondo e l’esperienza di abbandono provata dall’uomo rende il paesaggio urbano e la vita dell’individuo quantomai frustranti e desolati. La realtà descritta nella canzone appare gelida, numerosi sono i rimandi al freddo, e ogni uomo appare disperato e abbandonato a sè, in cerca della propria identità e contemporaneamente in lotta per inseguire i suoi sogni. Nel ritornello, pare proprio che si rivolga direttamente al Creatore:
Dimmi che sapore c’ha
Stare nei miei ieri e i fantasmi dell’aldiquà.
Questo modo di esprimersi pare aumentare la distanza tra creatura e creatore e continua ad amplificarsi fino a quando di Dio non viene percepito nulla se non la sua assenza:
Sei scomparso come ha fatto Dio.
La lontananza di Dio viene percepita come un tradimento, come un abbandono precoce, come quello che Mezzosangue ha sperimentato con il proprio padre. In questo caso, l’analogia cristiana risulta evidente. Il grido di “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” va, in questo caso, di pari passo con l’ideologia cristiana per cui Dio sarebbe un Padre. Mezzosangue, abbandonato da due punti di riferimento, non sa più dove rifugiarsi e anche le preghiere appaiono oramai vuoti lamenti fatti per sé e in compagnia unicamente di sé stesso.
La filosofia delle religioni studia questo fenomeno, per cui il fedele, pur sentendosi come un bambino a cui la madre ha lasciato la mano, tenta di riafferrarla a tutti i costi. Per quanto Dio appaia lontano, tanta parte dell’umanità trova sempre il modo di renderlo più vicino e anche quando la preghiera sembra un soliloquio, non perde mai la fiducia in Lui.

