L’Ulisse di Dante e di Dalla: ecco come cambia la storia dell’eroe omerico

L’isola greca è nota per essere mitologicamente la patria dell’eroe Ulisse. Decantata nell’Odissea, ritorna anche nei giorni nostri, sotto altre chiavi.

Nella Divina Commedia, nel ventiseiesimo canto dell’Inferno, incontriamo Ulisse. Finito tra i consiglieri fraudolenti, Ulisse porta i suoi uomini verso i limiti della conoscenza, con l’obiettivo di arrivare alle colonne d’Ercole e varcarle. Lucio Dalla riprende, per parte, questa storia nella sua canzone Itaca. Ecco quali sono le differenze.

 

Canto XXVI, Inferno

“O frati”, dissi “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente,
non vogliate negar l’esperienza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.

Questa è sicuramente una delle parti più famose dell’intera Divina Commedia. È quel gruppo di tre terzine in cui Ulisse – qui dantesco e non omerico – decide di trascinare con sé i suoi compagni, pur consapevole dei rischi che avrebbero corso. Utilizza prima termini come “o frati” i quali delineano un senso di appartenenza a un gruppo, a una compagnia. Mette poi a fuoco le avventure già vissute, i pericoli superati. Chiede, infine, di essere seguito fino all’ignoto, fino ai limiti della conoscenza umana. Un discorso del genere è intriso di retorica e lo si percepisce dall’iniziale vocativo che apre il discorso. Tipico della captatio benevoletiae, apre e regge la prima terzina, trasformandosi poi in un “noi” (d’i nostri sensi) all’inizio della seconda.

L’Ulisse dantesco

L’Ulisse dantesco è astuto e, soprattutto, coraggioso. Il suo essere collocato all’Inferno, in realtà, proviene dalla sua scelta di perseguire una strada ardua e azzardata senza una guida divina, affidandosi solo ed esclusivamente alla ragione umana. È la ricerca delle umane cose, miste alla brama di conquistarle che porta in difetto Ulisse. Inoltre, l’ultima terzina descrive molto bene il pensiero di Dante: davvero l’uomo rischia di essere un animale (viver come bruti) se non calibra bene le sue scelte e le sue posizioni. È importante conoscere, ma è altrettanto importante – e forse ancor di più – farlo sotto un’ottica trascendentale.

Lucio Dalla, Ulisse e Itaca

Nell’album Storie di casa mia, pubblicato nel 1971, troviamo Itaca. Già il titolo è evocativo e ricco di memorie: Itaca è una delle città più famose e importanti della mitologia e della letteratura greca e, tra le parole di Lucio Dalla, Itaca diventa una casa in cui si sente il bisogno di vivere e tornare.

Il discorso che presenta Dante e che fa pronunciare a Ulisse, potrebbe anche essere definito egoistico. Effettivamente, il famoso condottiero, decide di portare con sé i propri uomini, nonostante l’altezza e la pericolosità dei suoi fini. È di certo consapevole di quello che sta facendo, ma non si tira indietro e non li avverte nemmeno del pericolo cui stanno andando incontro. Non c’è molto spazio per la voce dei marinai nelle terzine di Dante, cosa inbece riscontrato nel testo di Lucio Dalla. Apre la canzone non un “o frati”, ma la risposta opposta: “condottiero”:

Capitano, che hai negli occhiIl tuo nobile destinoPensi mai al marinaioA cui manca pane e vino?Capitano, che hai trovatoPrincipesse in ogni portoPensi mai al rematoreChe sua moglie crede morto?

Dalla lascia spazio a tutte quelle osservazioni che non erano prima state fatte, se non dal lettore: un nobile destino che non spetta ai marinai, ma al solo condottiero; uomini a cui manca il pane, l’ansia di essere creduti morti mentre si è lontani da casa.

Capitano, le tue colpePago anch’io coi giorni mieiMentre il mio più gran peccatoFa sorridere gli deiE se muori, è un re che muoreLa tua casa avrà un eredeQuando io non torno a casaEntran dentro fame e sete

Le scelte del capitano, sebbene di Ulisse non venga mai fatta nota, ricadono su ogni singolo individuo della compagnia. Al ritorno o un re morto e un erede, oppure vuoti, fame e sete, condizioni opposte per eccellenza. Stupisce, però, che al finire di tutto i marinai di Ulisse rimangono strettamente fedeli al loro capitano anche qui, proprio come dei soldati, pronti a varcare un’altra soglia e nuovi limiti:

Capitano, che risolviCon l’astuzia ogni avventuraTi ricordi di un soldatoChe ogni volta ha più paura?Ma anche la paura in fondoMi dà sempre un gusto stranoSe ci fosse ancora mondoSono pronto, dove andiamo?

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