Città in letteratura e in musica: ecco come le opere di De André e Saba si incrociano

S’intende, per città, un aggregato di costruzioni, solitamente nate per il sorgere di un centro culturale, umano, ma anche politico.

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Nell’immaginario “città” potrebbe essere anche un semplice agglomerato di case, un susseguirsi di diversi edifici, che assieme formano luoghi di vita e da vivere. Città, allora, diventa casa, ricordo, rifugio e speranza. Da qui diversi punti di vista e considerazioni. Ecco come descrivono le loro città Fabrizio De André e Umberto Saba.

Le città in letteratura

Non è strano trovare in ambito letterario riflessioni sulle città o, ancora, opere che le celebrano. Che si tratti di un intermezzo in prosa, di poesie specificatamente dedicate o di romanzi che riescono a restituire quasi a pieno l’essenza di un luogo o di un paese in un dato periodo, in un un modo o nell’altro, le città reggono intere opere e vengono celebrate in varie vesti. Basta pensare alla Roma dannunziana, quella de Il Piacere, sintesi di bellezza e di decadenza. Si può aggiungere la Napoli di Anna Maria Ortese ne Il mare non bagna Napoli, raccolta di racconti e reportage giornalistici dal titolo parlante che tanto suggerisce al lettore. Napoli sembra stanca, contaminata, triste e affaticata, così come i suoi abitanti, costretti a subire la miseria che si nasconde tra le pieghe e le piaghe di chi è stato dimenticato. Oppure, cambiando totalmente visione, ci si affaccia alle Città Invisibili di Italo Calvino, un romanzo dalla struttura particolarissima il quale racchiude gruppi di città e che permette una serie di riflessioni sulle mega-città (o megalopoli) moderne.

 

La Città Vecchia di Umberto Saba

Di letteratura parlando, uno degli esempi più lampanti e concreti di rappresentazione e celebrazione di una città viene sicuramente regalato da Umberto Saba. Ne Il Canzoniere, una raccolta abbastanza ampia di poesie dello scrittore triestino – la cui prima edizione risale al 1921 -, si trova una parte dedicata alla sua città, Trieste. Con più di venticinque poesie, la sezione intitolata Trieste e una donna degli anni 1910-12, raccoglie scorci e visioni che la caratterizzano: dagli elementi banali a quelli di una certa importanza. È in questo caso importante una di queste poesie ivi contenute, Città Vecchia. 

Qui tra la gente che viene che va
dall’osteria alla casa o al lupanare
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l’infinito
nell’umiltà.

Leggendo integralmente la poesia, saltano all’occhio una serie di temi che, in realtà, costellano sia l’idea che le opere di Saba e ne sono anche i capisaldi. La predilezione per gli ambienti umili, per i loro abitanti, per le classi sociali basse. Il populismo innegabile delle sue opere si avvicina anche a una forte religiosità e a un senso di dolore che pervade la vita.

Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore.
la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s’agita in esse, come in me, il Signore.

Dalla letteratura alla musica: la Città Vecchia di De André

Scorgendo anche velocemente la discografia di De André il suo amore per gli umili e i dimenticati, insieme a una vena critica e anarchica, fanno subito capolino. Il cantautore scrive la sua Città Vecchia circa cinquant’anni dopo Umberto Saba. Sebbene la struttura delle due opere sia più che diversa, non mancano punti di tangenza, che trovano prospettiva comune nelle descrizioni, nei personaggi che abitano le strofe e nell’occhio critico e allo stesso tempo poetico che caratterizza entrambi gli autori.

Una bimba canta la canzone anticaDella donnacciaQuel che ancor non sai tu lo impareraiSolo qui fra le mie braccia
E se alla sua età le difetterà la campetenzaPresto affinerà le capacità con l’esperienzaDove sono andati i tempi d’una volta, per GiunoneQuando ci voleva per fare il mestiereAnche un po’ di vocazione?
Sottile e chiaro come sempre, anche De André parla di una prostituta. Non mancano ubriachi, né “denunce” verso compagni addolorati e ubriachi che passano il loro tempo a maldire il tempo, le donne e il governo. De André descrive la città anche nei suoi particolari (le calate, i moli), parla dell’aria spessa […] gonfia di odori. Non tralascia niente, come sempre e, senza mai smentirsi, conclude così:
Lì ci troverai i ladri gli assassiniE il tipo stranoQuello che ha venduto per tremila lireSua madre a un nano
Se tu penserai e giudicheraiDa buon borgheseLi condannerai a cinquemila anniPiù le speseMa se capirai se li cercheraiFino in fondoSe non sono gigli son pur sempre figliVittime di questo mondo.

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