“Sa vida pro sa patra”, allora perchè l’obiettivo sono le donne?

La guerra che porta morte e distruzione, non lascia perire solo soldati che verranno ricordati come martiri, in quanto in ogni battaglia ogni donna diventa una Cesira, vittima delle angherie che un soldato potrebbe compiere in terra straniera. La donna, una nuova arma durante le guerre, fin dai tempi delle colonizzazioni.
IL NEOREALISMO FEMMINILE DI DE SICA E LA GUERRA
Tanti sono i film che cercano di portare sullo schermo quello che milioni di italiani hanno vissuto durante la seconda guerra mondiale, basti pensare ai grandi capolavori italiani come il neorealista “Roma città aperta” o il più recente “La vita è bella” di Benigni. Tra questi grandi titoli cinematografici non poteva mancare la firma di Vittorio De Sica, che ha saputo raccontare l’Italia misera, quella povera, con le ferite della guerra ancora da ricucire ma, soprattutto, quella le cui donne hanno combattuto al pari degli uomini. La sua Cesira, interpretata magistralmente da Sophia Loren tanto da farle valere il premio Oscar come miglior attrice protagonista, è il volto di migliaia di centinaia di migliaia di donne scappate dai bombardamenti dei tedeschi. Partita insieme alla sua figlioletta Rosetta di soli 12 anni, interpretata dalla giovane ma prodigiosa Eleonora Brown, cercheranno di raggiungere Sant’Eufemia, suo paese di origine, nei pressi di Fondi. Ma quello che doveva essere il cammino della salvezza, si tramutò nel più terribile degli inferi, le cui fiamme accompagneranno le loro vite per sempre. Sole in un mondo che vuole fare di loro quel che vuole, nulla potranno fare contro le barbarie dei soldati: un gruppo di Goumier, soldati di origine marocchina incorporati nell’esercito francese che di soldato hanno ben poco in quanto vengono ricordati come mercenari dai metodi barbari e crudeli essendo privi di un’educazione militare, ricorrendo spesso alle pratiche più animalesche, fra cui, lo stupro. Cesira e Rosetta scappano dai Goumier che assomigliano sempre di più ad un branco di cani. Corrono, urlano, gli lanciano oggetti contro, ma nulla possono fare contro la ferocia di questi uomini che, rispetto a loro due, sono tanti. Una volta aver circondato Cesira e Rosetta, trasformano la guerra per cui sono stati arruolati in una goliardia. Sotto lo sguardo di Cristo in quanto l’atrocità viene commessa in una chiesa semidistrutta, si compiono gli orrori della guerra che hanno come obiettivo le donne: mentre i Goumier ridono, digrignano i denti, tolgono le vesti e con gli occhi ispezionano la preda, le nostre donne non possono far altro che salutarsi con lo sguardo. Rosetta urla, cerca la mamma, ma Cesira viene percorsa di botte che le fanno perdere i sensi. La bambina resta sola, ignara di quello che sta accadere e di come quell’attimo lo ricorderà per una vita intera. Questi attimi passeranno alla storia come marocchinate, ma per migliaia e migliaia di donne italiane e non, fu l’atto che sottrasse la loro identità per tutta la vita. La giovane Rosetta, che nel fiore della sua età si vide seccare troppo presto, diventerà un fantoccio agli occhi di sua madre, in quanto quel trauma le tolse oltre che la purezza anche la parola. Il regista De Sica si porta sulle spalle invece il carico emotivo di quelle immagini che come poche raccontano il ruolo della donna durante la guerra e di come la loro unica colpa fosse quella di esser state lasciate sole dai mariti partiti per combattere, pronte ad alzarsi le maniche per sostenere da sole i propri figli rimasti senza padre, e di cui il corpo poteva esser consumato da soldati stranieri. Ecco come milioni di donne nel rivedere quelle immagini, si videro riaprire una ferita, che credevano ricucita.

IL SILENZIO DELLE OSSA ROTTE
Non c’è dubbio sul fatto che gli uomini in qualità di soldati abbiano sicuramente più probabilità di essere uccisi o di riportare ferite da guerra, in quanto il loro dovere di stare al fronte li rende i bersagli numero uno dei nemici, ma diverse ricerche hanno descritto i civili e, in particolare, le donne, come coloro che portano maggiormente il peso della guerra sulle proprie spalle senza doverla combattere in prima linea. Il marito che va via in quanto arruolato, lasciando la propria famiglia sull’uscio della porta, ed i figli che si vedono mancare la figura paterna che, soprattutto anni fa, era considerata come fondamentale per il reggimento della famiglia stessa, fa si che le donne diventino l’unico sostegno capace di tenere un tavolo che ha perso una delle sue quattro gambe. L’equilibrio viene a mancare, e mentre le donne si dividono fra casa, lavoro e figli, in una guerra lontana dal suo esito, poco basta a trasformarle in vittime di guerra. La pratica maggiormente usata nei confronti delle donne è lo stupro e qualsiasi altra forma di violenza sessuale. Lo stupro come strumento di guerra è anche usato per traumatizzare le vittime ed umiliare il nemico “prendendo” le sue donne, in quanto la predominanza dell’uomo sulla donna diventa un atto di potere. Si tratta di una pratica vecchia come il mondo, ma che continua ad essere utilizzata nelle guerre che tutt’oggi stiamo combattendo a cui però se ne aggiunge un’altra: cercare di contrastare lo stupro di guerra, rendendo dibattiti sulla condizione femminile nei teatri di Guerra non solo dibattiti, ma concrete battaglie. Spezzare il silenzio su questa pratiche è diventato sempre più complesso, ed il tutto si limita ad inviare la pillola del giorno dopo in questi luoghi martoriati dalle bombe nemiche. La logica che c’è dietro questa pratiche è molto precisa, poiché in guerre come quelle in Bosnia ed Erzegovina si trattava di dare luce ad un popolo con sangue slavo, mentre nei campi di concentramento la divisione dei maschi dalle donne oltre che l’eliminazione dei bambini nati lì dentro, era fondamentale per la cancellazione di una razza. Passano gli anni, a volte anche decenni, ma tale barbaria resta nella memoria e sui corpi di queste donne che si sono ritrovate ad essere bersaglio perché donne appartenenti alla nazione nemica.
CENNI STORICI
C’è da chiedersi quando esattamente le donne siano diventate bersaglio di guerra e quando un semplice strumento per soddisfare il bisogno del soldato. Su quest’ultima molti hanno dibattuto, reputando che ridurre il tutto in un soldato che muta in un predatore sessuale sarebbe insufficiente, in quanto per molti si tratta di una tradizione e che, come tale, deve permutare nel tempo. Per i soldati della nazione colonizzatrice era un modo per dimostrare la loro forza sulle donne del paese colonizzato. Nell’antica Grecia le donne del paese saccheggiato venivano rapite e utilizzate come schiave. Diventò una pratica sistematica nel momento in cui l’armata rossa giunse a pochi chilometri da Berlino, e si cominciò a parlare di stupro di guerra come pulizia etnica soltanto durante il conflitto Bosnia. Non parliamo di molti anni fa, erano solo gli anni novanta. In Medio Oriente, dove la donna veniva ridotta in un tappeto con i piedi già prima del conflitto arabo-palestinese e dell’avvento dei talebani, venne coniato il termine di “schiave sessuali” dopo l’arrivo dell’Isis, in cui migliaia di donne vennero deportate nei campi e stordite con la corrente elettrica. In Ucraina dove già il numero effettivo dei morti viene riportato con estrema difficoltà, si tace invece sulle violenze nei confronti delle donne ucraine, notizie perpetrate soltanto grazie alla stampa. Trovare una soluzione sembra impossibile, visto che anche nei nostri paesi sembra non bastare nemmeno l’educazione per contrastare tale fenomeno, poiché fino a quando la donna verrà vista per soddisfare un bisogno o come la responsabile della nascita di un popolo, ogni tentativo resta un buco nell’acqua. Per tale ragione il personaggio di Cesira resta uno dei più amati del cinema in quanto, esattamente come qualsiasi film neorealista incentrato sul conflitto guerra mondiale, volle rappresentare la condizione in cui un cittadino versava. In questo caso, rappresentare la condizione femminile durante il conflitto bellico aveva come intento quello di portare alla luce questa pratica di cui, fino ad allora, non si era mai discusso.