A 30 anni dalla strage di via D’Amelio ripercorriamo l’eredità lasciata da Paolo Borsellino.

Paolo Emanuele Borsellino è stato un magistrato italiano, vittima di Cosa Nostra nella strage di via D’Amelio. 

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57 giorni dopo la strage di Capaci, che ha visto morire un magistrato innocente, Giovanni Falcone, un altro omicidio, prevedibile e annunciato. Paolo Borsellino viene ucciso in via d’Amelio il 19 luglio 1992. Costretto al silenzio da vivo, e anche da morto, il suo vuoto echeggia un rumore assordante.
La fine di Paolo Borsellino é la storia di una verità negata, a un paese che si consola nel culto degli eroi e perdona le menzogne del potere.

Cos’è la mafia

Con il termine mafia si designa un particolare tipo di criminalità, operante sia sul territorio italiano che all’estero. Attraverso l’uso di intimidazione e violenza ottiene benefici economici per sé e soprattutto il controllo del territorio in cui opera. La mafia italiana è nata in Sicilia nel XIX secolo. A metà ‘800, con l’unificazione territoriale dello Stato italiano, il governo italiano si mostra incapace di sottomettere tutti i poteri locali, e a fine ‘800 la mafia stringe forti legami col ceto politico. L’emigrazione meridionale negli USA, all’inizio del ‘900, offre alla mafia una grande opportunità di espansione. Tra il 1943 e il 1945 gli americani riconoscono alla mafia il controllo del territorio per sbarcare in Sicilia. Negli anni ’60 del ‘900 la mafia, approfittando del boom economico, passa dalle campagne alla città, ampliando così il suo potere. Il vero salto di qualità avviene, però, col traffico di droga, portandone enormi profitti. L’associazione mafiosa ha come caratteristica principale la ricerca di un assoluto controllo del territorio, che la porta a volersi sostituire allo Stato di diritto fino a costituirsi come contro-stato. Il Parlamento italiano istituisce per la prima volta nel 1962 una Commissione parlamentare antimafia. Il primo pool è ideato da Rocco Chinnici e portato avanti da Antonino Caponnetto. Grazie a questo primo Pool si poté celebrare a Palermo il primo maxiprocesso ai criminali appartenenti a Cosa Nostra (1986 – 1992). Successivamente, magistrati come: Paolo Borsellino e Giovanni Falcone collaborarono al secondo Pool Antimafia, testimoniando e perdendo la vita per salvare la giustizia italiana.

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La strage di via D’Amelio

Domenica 19 luglio 1992, Paolo Borsellino si reca, insieme alla sua scorta, in via D’Amelio, dove vive sua madre. Alle ore 16.58, una Fiat 126 parcheggiata nei pressi dell’abitazione della madre, con 90 kg di tritolo a bordo, esplode al passaggio del giudice, uccidendo oltre a Paolo Borsellino anche i cinque agenti di scorta: Emanuela Loi (prima donna della Polizia di Stato caduta in servizio), il capo-scorta Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e Claudio Traina. La bomba venne radiocomandata a distanza, ma non è mai stata definita l’organizzazione della strage, nonostante il giudice fosse a conoscenza di un carico di esplosivi arrivato a Palermo appositamente per essere utilizzati contro di lui. Dopo l’attentato, l’agenda rossa di Paolo Borsellino, in cui annotava i dati delle indagini non fu più trovata.  Vi chiederete: qualcosa avrà pur fatto per essere ucciso in una maniera così cruda e violenta. Ebbene sí, qualcosa l’ha fatto. Ha fatto qualcosa di diverso: ha parlato quando tutto intorno a lui taceva. Ha avuto paura, ma ha avuto altrettanto coraggio per rendere onore alle vittime di mafia. Le ha protette, così come ha protetto il suo amico Magistrato Giovanni Falcone, morto 57 giorni prima nella strage di Capaci.  Quelle parole, testimoni delle atrocità inflitte alle vittime innocenti, hanno reso la sua vita immortale, dinanzi a qualcosa che un giorno avrà fine.

La mafia è un fatto umano, e come tutti i fatti umani, ha un’inizio e una fine.

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Cos’ha portato tutto questo?
Inizialmente tanto rammarico e dolore senza speranza, successivamente, ha alzato un’ondata di intimidazione alla mafia stessa. Le scuole hanno iniziato a parlarne, a fissare incontri con studiosi/testimoni, e tutto ciò ha evitato che quello fosse un problema d’altri, posato lì, come un qualcosa che non ci riguarda. La mafia pensava che, se si fosse liberata di questi uomini valorosi, avrebbe vinto. Ma non è stato così. Con i loro attentati e i loro omicidi non hanno vinto nulla, hanno solo dato forza a tutte quelle persone che oggi si battono contro essa stessa.
Manifestazioni, dibattiti, mostre, spettacoli teatrali, fiaccolate, sono state promosse a trent’anni dalla morte dei due magistrati, in onore della loro memoria, perché fatti come questi non accadano più. “Ora chiediamo noi il silenzio” – avverte Salvatore Falcone – “Silenzio alle passerelle. Silenzio alla politica. Perché invece di fare tesoro di ciò che in questi trent’anni è successo, ci accorgiamo che la lotta alla mafia non fa più parte di nessun programma politico”. Quest’anno la  giornata di memoria si intitolerà ‘Il Suono del Silenzio‘  poiché niente deve poter rompere questo silenzio, se non la musica. Ulteriori attività per non dimenticare sono state promosse, come: “Coloriamo via d’Amelio“, organizzata dal Centro studi ‘Paolo e Rita Borsellino’. La mostra fotografica dell’ANSA allestita nell’area arrivi dell’aeroporto ‘Fontanarossa’ a Catania, con testi e immagini, intitolata ‘L’eredità di Falcone e Borsellino‘. Nell’isola di Favignana è stato programmato l’incontro “Non li avete uccisi” per ricordare le vittime di via D’Amelio alle 16.58, l’ora dell’attentato. A Reggio Calabria nello spazio adiacente l’ingresso del Castello aragonese è stata installata una “panchina della memoria” con la frase di Paolo Borsellino:

Se la gioventù le negherà il consenso, anche la mafia svanirà come un incubo. 

Le loro parole hanno smosso le coscienze, e ad anni di distanza, riecheggiano nei nostri silenzi, nelle nostre parole e sui nostri passi. Abbiamo tutti il dovere e la responsabilità morale di parlare e testimoniare contro quest’organizzazione criminale e di rendere giustizia alla memoria di chi ha dato la vita per la nostra libertà.

 

 

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