I Coldplay e la riflessione sui re: “Viva la vida” rievoca il destino di Cesare

Tutti abbiamo in mente la famosa canzone della band inglese… Ma abbiamo mai fatto attenzione al suo significato?

Le Idi di Marzo nei Fasti di Ovidio. La festa di Anna Perenna e il ricordo della morte di Giulio Cesare - ABOUT ART ON LINE
“La morte di Cesare” di Vincenzo Camuccini (Napoli, Museo di Capodimonte), 1804-1805.

Sin a partire dalla melodia, Viva la vida (ti consiglio la lettura di questo articolo assieme all’ascolto del brano che puoi trovare qui) ci tocca il cuore per le sue note nostalgiche. Tra il singhiozzo dei violini e il canto malinconico di Chris Martin, si dipana la storia di un grande personaggio storico. Un uomo che aveva in mano il potere del mondo intero, ma che gli è sgusciato tra le dita dopo un solo giorno. Molti hanno attribuito questa figura alla persona di Napoleone, per i riferimenti cristiani e l’esilio. Tuttavia, sono tanti i richiami anche alla vita di Giulio Cesare.

I used to roll the dice / Feel the fear in my enemy’s eyes

Nel 49 d.C. Cesare, dopo quasi dieci anni trascorsi in Gallia a sedare le rivolte dei barbari e a conquistare nuovi territori, spingendosi fino alla sconosciuta Britannia, è sul punto di rientrare a Roma. Crasso è morto: l’unico triumviro rimasto è Pompeo, che però non può più candidarsi al consolato, secondo i patti stretti negli anni precedenti tra i tre. Questa volta il rivestimento della carica spetta al conquistatore del Nord, pronto a tornare nella capitale da eroe. Cesare è un generale brillante, amato dalle truppe, con cui condivide equamente le razioni e le fatiche della vita militare. L’esercito lo ama, il suo nome fa tremare tanto i popoli della Germania tanto i deboli eredi dell’Egitto. Col potere centrale nelle sue mani, sarebbe finalmente divenuto di fatto un re. Pompeo lo sa; per questo comincia a radunare attorno a sè senatori conservatori e anticesariani. Assieme mandano un dispaccio a Cesare: che non osi attraversare con i soldati il Rubicone, coincidente con il pomerium, il confine sacro della città. Il generale ascolta; riflette, manda a chiamare i suoi fedelissimi, fra cui Marco Antonio. Ascolta i consigli di tutti. Poi, volgendosi verso il sole, prende la sua decisione. Il mantello color porpora volteggia dietro le sue spalle mentre sale sul suo cavallo, gli occhi dei suoi soldati fissi su di lui. Poi, secondo Svetonio, urla ai suoi uomini: “Il dado è tratto”, prima di lanciarsi in direzione di Roma.

Cominciava la fase del dominio cesariano sull’impero, che non sarebbe mai più tornata una repubblica… E forse non ci è difficile immaginare il contenuto del discorso che l’antenato dei futuri imperatori proferì ai legionari. Per citare Viva la vida:

Roman cavalry choirs are singing
Be my mirror, my sword and shield

Crossing the Rubicon by Luca Fezzi review — the decisive moment that never was | Saturday Review | The Times
Caesare attraversa il Rubicone, Adolphe Yvon, 1875.

I used to rule the world / Seas would rise when I gave the word

Inizia la guerra civile. Dura, crudele. Tutto l’impero viene scosso fino alle sue fondamenta, mentre lo scontro si sposta di provincia in provincia. Cesare riesce a sconfiggere il senato nella battaglia di Farsalo in Tessaglia nel 48 d.C. Pompeo scappa e viene ucciso proprio dall’unico erede maschio rimasto dei Tolomei, il quale voleva così rendere un omaggio al nuovo padrone di Roma. Cesare tuttavia, inorridisce alla notizia della testa tagliata del suo ex alleato, del suo nemico; è morto con disonore, per mano di un inganno, ucciso da qualcuno che non era romano. E così fa punire il fratello di Cleopatra, ultima faraona d’Egitto. Cesare poi sconfigge ancora i pompeiano a Tapso, nel 46 d.C. Ha vinto: se già prima era di fatto dictator, ossia unico detentore del potere politico a Roma, nel 44 viene nominato dittatore a vita. Nella sostanza, è praticamente divenuto l’imperatore. Può decidere il destino del popolo, quello del senato.

Dà avvio a una serie di riforme, da quella riguardante il calendario romano alle misure sociali (come colonizzazioni in Italia e nelle province, costruzioni pubbliche, legislazioni sui debiti), fino ad aumentare il numero dei membri che potevano accedere in senato per dare maggiore rappresentatività sociale e italica nell’assemblea. Tutte le modifiche dell’assetto politico istituzionale hanno l’obiettivo di riordinare lo stato. Da valido generale, Cesare ha anche il sogno di cominciare una guerra contro i Parti per stabilizzare il confine orientale, popolo contro cui era morto Crasso. Non solo: ambisce a rafforzare il predominio romano in Egitto e in Asia Minore. Ma ormai le idi di marzo sono vicine:

One minute I held the key
Next the walls were closed on me
And I discovered that my castles stand
Upon pillars of salt and pillars of sand

Revolutionaries wait / For my head on a silver plate

La folla in delirio al suo passaggio. Le arene e i circhi che fanno risuonare il suo nome sino ai cieli. Il fedele Marco Antonio, bello e fiero come una statua di Marte, sempre al suo fianco simile ad una guardia reale. L’atmosfera repubblicana, il potere dei senatori,  il futuro prima gravido di libetà, tutto sembra essersi dissolto come fumo. C’è un re adesso a cui obbedire, c’è un sovrano dinnanzi cui chinare il capo. Questo per i senatori più moralisti e tradizionalisti è un vero e proprio affronto. Cesare è sempre più padrone di Roma, ma non solo; ha persino avuto un figlio da Cleopatra, semina i templi delle sue raffigurazioni macchiando la città di blasfemia. Sono in molti, nell’aristocrazia, che bramano la sua morte.

Il gruppo, per gran parte composto da ex pompeiani, ma anche persone prima fedeli a Cesare con il quale avevano combattuto, confluisce attorno a G. Cassio Longino e a M. Giunio Bruto, principali cesaricidi; cominciano a incontrarsi assiduamente, tessono trame sempre più fitte… Sino a giungere al progetto della congiura, consumata nel corso delle idi di marzo. Secondo la tradizione l’assassinio fu preceduto da innumerevoli presagi: come se l’universo stesso cercasse di avvisare Cesare del suo stesso destino. Fuochi celesti, uccelli solitari, sogni premonitori… Si dice che persino l’indovino Artemidoro di Cnido cercasse di trattenere il dictator consegnandogli un libello in cui vi era scritto il destino a cui stava andando incontro.

Ma Cesare è un uomo testardo: decide di recarsi in senato a ringraziare i senatori che proprio quel giorno si sono riuniti per rinnovare i suoi poteri. Alla Curia di Pompeo anche l’aurispice Spurinni gli bisbiglia di guardarsi dalle idi di marzo. Poi, coi calzari che rimbombavano sul pavimento di pietra, si siede al suo seggio. Lì agiscono i congiurati: mentre Decimo Bruto rimane all’esterno a trattenere Marco Antonio per evitare che presti aiuto, gli altri lo pugnalano. Cesare cerca di rispondere con lo stilo che ha in mano, ma i nemici erano troppi.

Svetonio racconta:

«Quando si accorse che lo aggredivano da tutte le parti con i pugnali nelle mani, si avvolse la toga attorno al capo e con la sinistra ne fece scivolare l’orlo fino alle ginocchia, per morire più decorosamente, con anche la parte inferiore del corpo coperta. Così fu trafitto da ventitré pugnalate, con un solo gemito, emesso sussurrando dopo il primo colpo; secondo alcuni avrebbe gridato a Marco Bruto, che si precipitava contro di lui: “Anche tu, Bruto, figlio mio!”. Rimase lì per un po’ di tempo, privo di vita, mentre tutti fuggivano, finché, caricato su una lettiga, con il braccio che pendeva fuori, fu portato a casa da tre schiavi.»

Le fonti narrano che il corpo senza vita del dictator cadde ai piedi della statua di Pompeo.

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.