Il viaggio è da sempre attore sociale nei libri di storia, nella letteratura, nella musica e in quasi tutte le discipline. Scopriamone il motivo.

Il viaggio ha attraversato nel corso dei millenni numerosi significati. Basti pensare a quando si viaggiava per scoprire nuovi continenti, a quando lo scopo principale era quello militare, così come quando lo si faceva (e lo si fa ancora) per emigrare dalla guerra o una crisi di qualunque tipo, fino a diventare anche un motivo di svago e divertimento. Viaggiare ci fa sentire meglio poiché ci proietta all’interno di una cultura differente dalla nostra e ci fa vedere il mondo con occhi diversi, sperimentando ciò che la cultura è per le persone geograficamente distanti da noi. Cos’è la cultura e con che occhi dovremmo osservarla? Da dove e da quando nasce la necessità di darsi una risposta?L’antropologia culturale s’impegna nel cercarla.
Il viaggio nella letteratura e nell’arte
“Il Vecchio e il Mare”, “Gita al Faro”, così come “Il Viandante sul Mare di Nebbia”, “Il Treno Partorito dal Sole”.
Opere che raccontano storie accomunate dal viaggio, dalle persone, ma soprattutto dall’immaginazione.
Proviamo a immaginare di essere loro, di rivolgerci a una persona che è altra da noi, e pensiamo a cosa faremmo, verso dove ci dirigeremmo e quali sarebbero i nostri pensieri. Chi siamo noi? Chi sono loro? Chi siamo noi per loro e chi sono loro per noi?
Ogni viaggio racconta una storia che confini mentali e geografici non ha, e parla di qualcuno, che quasi sempre si riconduce alla nostra persona. Tutto si riconduce a noi perché nonostante le tantissime differenze geografiche, culturali e di costume, proviamo poi alla fine le stesse sensazioni ed emozioni primarie dinanzi a qualcosa che per noi conta. Dove sta andando e a cosa sta pensando, ad esempio, il viandante? Verso dove si starà dirigendo il treno partorito dal sole, e da dove viene? Il vecchio riuscirà ad appartenere al suo mare e a non farsi sopraffare dalle leggi della natura? Il faro, sarà poi così lontano? Il viaggio è ciò che ci lega alla vita e che ci porta verso dove vorremmo andare, da sempre. Basti pensare al viaggio che compie Ulisse nell’Odissea, così come il viaggio negli inferi di Orfeo per riportare in vita la sua Euridice. Ogni storia e ogni viaggio, a modo loro, sono legati all’amore.

La nascita del viaggio antropologico
La nascita dell’antropologia trova come periodo storico un periodo di colonizzazioni continue.
Il concetto alla base è strutturato sulla reazione contro la passata concezione occidentale basata sull’opposizione tra natura e cultura, secondo la quale alcuni esseri umani sarebbero vissuti in uno “stato naturale”. Molte delle teorie antropologiche si oppongono a questa visione e si basano sulla considerazione e l’interesse per la tensione tra l’ambito locale e l’ambito globale, che comprende la natura umana universale. L’antropologia culturale ha le sue radici nelle riflessioni che le scoperte geografiche suscitarono negli umanisti europei e nasce nel XIX secolo, tra Europa e Stati Uniti. Il capitalismo e la colonizzazione favorirono l’instaurarsi dell’antropologia culturale, ponendosi come alcuni dei principali motivi di studio. Morgan, Tylor e Frazer funoro alcuni dei protagonisti e basarono le loro ricerche sull’utilizzo dei materiali raccolti da missionari, esploratori, o ufficiali coloniali. Tylor diede la prima definizione di cultura: “presa nel suo più ampio significato etnografico è quell’insieme complesso che include il sapere, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume, e ogni altra competenza e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro della società”. Vengono analizzate ulteriormente:
la concezione del relativismo culturale, considerando che le credenze e i comportamenti di una persona potessero essere compresi solo nel contesto della cultura in cui questa viveva. La concezione dell’etnocentrismo, intellettualmente imbarazzante, che vede la tendenza a giudicare la cultura “altra” come esotica, lontana e inferiore alla propria.
Nuovi mondi e nuove realtà spingono il nostro occhio attento e curioso verso una molteplicità di realtà differenti, è perciò necessario allenare l’occhio a una prospettiva e uno sguardo sempre meno invasi dai pregiudizi. Bisogna prestare attenzione però, a farlo con il giusto equilibrio, poiché anche un pregiudizio relativistico potrebbe tendere a giustificare pratiche ingiuste di un dato paese (ad esempio, le mutilazioni genitali femminili) per “costume sociale” e abitudine consolidata, e a vederla come non sbagliata. L’antropologia parte da questi quesiti e dilemmi, per poi ergersi all’interno di visioni studiate “sul campo”.
Studiare “sul campo” equivale a porsi alla stessa visione della popolazione che stiamo osservando, e a cercare un perché dei loro modi di fare, comprendendo ancora meglio la cultura entro la quale si è immersi in un dato momento.

Il viaggio come chiave del benessere psicofisico
Ognuno di noi può essere un antropologo moderno, spinto a scoprire il mondo con la voglia di mettersi in gioco e nutrito dalla libertà. Bisogna essere pronti a meravigliarsi, curiosi, far accadere le cose e quindi darsi possibilità di scoperta. Sapersi diversi, accogliere l’alterità e aprirsi a ciò che s’incontra dovrebbe essere l’approccio metodologico autentico di chi si mette in viaggio, con qualsiasi scopo.
Ecco perché viaggiare con questo obiettivo ci fa bene:
- Riduce significativamente i livelli di stress
- Potenzia il sistema immunitario
- Riduce la possibilità di soffrire di depressione
- Migliora la creatività e l’intelligenza
- Riduce il rischio di malattie cardiache
- Mantiene in forma
- Fa vivere più a lungo
“Di una città non apprezzi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”.
