Un recente caso ha scatenato la rabbia degli attivisti pro-eutanasia. Cosa significherebbe il referendum per la legalizzazione dell’eutanasia in Italia? E perché sembra così difficile ottenerlo in Italia?

L’Italia è spaccata in due. Marco Cappato, attivista e tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, si sfoga a Fanpage.it (link all’articolo). Nell’intervista, Cappato si schiera contro la decisione della Corte Costituzionale, che il 15 febbraio scorso ha impedito il referendum: l’Associazione Coscioni continuerà a protestare con la disobbedienza civile.
LA SITUAZIONE IN ITALIA
L’Italia è ancora lontana dal possedere una corretta e definitiva visione sulla questione dell’eutanasia e le problematiche non sono poche. Eppure, prima di procedere a riguardo resta importante delineare la particolare gravità dei recenti avvenimenti sul territorio nazionale. Al contrario di quanto si possa pensare, infatti, la Legge prevede l’opzione del suicidio assistito, ma con delle regole severe e ben precise.
Siamo nel 2017, Marco Cappato si autodenuncia alla Procura, ha accompagnato Fabiano Antoniani, anche noto come “Dj Fabo”, in Svizzera per ottenere l’eutanasia. Il verdetto della Corte Costituzionale, espresso nella sentenza 242 del 2019, riconosce una “forma” di suicidio assistito (senza colpevolezza per chi aiuta nel processo). Le condizioni sono particolarmente restrittive: il richiedente deve essere in completo possesso della capacità di intendere e di volere, deve soffrire di una patologia irreversibile e questa deve arrecare allo stesso gravi sofferenze fisiche e mentali, il soggetto deve pover sopravvivere solo grazie a trattamenti vitali.
I giornali hanno parlato, però, di sedazione profonda, perché? La lunga trafila burocratica che chi opta per il suicidio assistito intraprende, spesso non ha i risultati voluti. Le richieste rimangono sospese, o, peggio, accettate ma senza esplicazione effettiva del modo in cui procedere. Sono state molte le accuse rivolte al Servizio sanitario: si è parlato di boicottaggio e intralcio intenzionale alla volontà. Senza altre opzioni, quindi, chi lo decide, ricorre all’interruzione del sostegno vitale, assumendo un farmaco che accompagna, senza dolore, ad una morte sicuramente più lenta.

LA CRITICA CATTOLICA AL DIRITTO AL SUICIDIO ASSISTITO
A sfavore del diritto all’eutanasia si pronunciano in molti, ma la principale voce contraria è quella del Vaticano. La Chiesa cattolica si è già pronunciata a riguardo in molteplici occasioni: importantissima ai fini della discussione la lettera della Congregazione per la Dottrina della fede “Samaritanus bonus” dove, analizzando i casi più recenti, il Dicastero si è espresso sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita (fonte: Bollettino del Vaticano).
Il valore della vita è incontestabile, è questo il punto cardine. Lo slogan utilizzato è una frase di Giovanni Paolo II, “guarire se possibile, aver cura sempre”. Così si sviluppa il principio alla vita ed alla sua conservazione: la prima argomentazione è quella della fiducia nella medicina moderna, nella credenza che le cure dei famigliari possano dare al malato ciò di cui avrà bisogno, il monito è quello di accompagnare ed aiutare i caregiver il più possibile. In merito alla sedazione profonda, però, la Chiesa si esprime a favore, opponendosi all’accanimento terapeutico e riconoscendo le possibilità di un fine vita più dignitoso.
Più famose sono le parole di chi pone la tesi dello slippery slope, teoria condivisa anche dagli antagonisti della legge per l’aborto. Secondo quest’ipotesi, la legalizzazione dell’eutanasia potrebbe dare inizio ad un utilizzo sconsiderato e troppo massiccio della pratica, portando la questione a livelli incontrollabili. Gli argomenti di dibattito concernono anche la validità delle dichiarazioni anticipate di trattamento, la validità del dovere all’assistenza e la deontologia medica, entrando nel pieno della questione degli obiettori di coscienza.
IL PRINCIPIO DELL’AUTODETERMINAZIONE
Come si esprime in merito la bioetica? Così come ogni altra questione d’interesse etico, non esiste una risposta definitiva, ma l’interesse generale dell’opinione pubblica ha sollevato argomentazioni favorevoli di notevole importanza.
Primo fra tutti, il principio dell’autodeterminazione. In un articolo di Stefano Semplici, pubblicato sul Huffington Post (link), viene dibattuto a lungo proprio su questo discorso. Come si esprime in merito la filosofia? Il diritto all’autodeterminazione sancisce la libertà dell’uomo di scegliere e determinare la propria libertà e il proprio corpo, anche su quanto riguarda la questione terapeutica. In particolare, l’articolo 32 della Costituzione Italiana, oltre a tutelare il diritto alla salute, pone il limite della scelta personale al trattamento sanitario, “se non per disposizione di legge”. E continua: “La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.
Complice il contrattualismo illuministico su cui tutte le costituzioni sono basate, il principio dell’autodeterminazione si fonda come massimo esponente della disposizione dell’uomo della sua libertà, della facoltà di gestire come meglio crede il suo futuro e, quindi, anche il suo corpo.
Per rispondere alla domanda sull’eutanasia, oltre alle specifiche distinzioni di caso, si dovrebbe necessariamente riflettere sul definire la libertà ed i suoi limiti. Tutelare il malato, e la sua famiglia, sono sicuramente un compito imprescindibile, ma fino a quando questo non si scontra con le necessità che determinate condizioni patologiche impongono? Fino a che punto ci si può definire liberi, in un mondo dove non si ha la possibilità di scegliere che fare del proprio destino terapeutico?