A 23 anni dalla morte di De André, ricordiamone la battaglia contro il reato di tortura

L’11 gennaio del 1999 ci lasciava il grandissimo Fabrizio De André, a soli 58 anni. Il mondo della musica è in lutto e, con lui, tutti gli italiani.Sicuramente Fabrizio De André non ha bisogno di presentazione alcuna: è stato (e continua a essere) un emblema della nostra nazione all’estero, oltre che una mente musicale geniale e una penna tutta da studiare. Dopo una vita piena di successi ed eccessi, il cantautore genovese si è spento prematuramente a causa di carcinoma polmonare. Ma la sua eredità continua a esistere, anche a 23 anni di distanza. Come potremmo dimenticarci delle sue battaglie sociali, cantate con coraggio e ironia? Una fra tutte è quella sugli abusi di potere da parte delle forze dell’ordine.

Un Blasfemo come manifesto sociale

E’ l’11 novembre 1971. La storia della musica è destinata ad accogliere una sua nuova pietra miliare: parliamo del concept album Non al denaro non all’amore né al cielo di Fabrizio De André. L’ispirazione principale viene dall’Antologia di Spoon River (Masters, 1915), ma le poesie vengono ammodernate in piena chiave Faber. Ogni traccia, tranne La collina, riporta la storia di un personaggio, ormai morto. Un Blasfemo racconta, in prima persona, l’uccisione del blasfemo in questione da parte delle forze dell’ordine. Alcuni versi, molto espliciti, sono rimasti nella memoria di molti, come:

Non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte

Mi cercarono l’anima a forza di botte

Insomma, non solo un testo musicale e poetico, ma anche politico: è una dichiarazione di guerra contro la violenza delle forze dell’ordine.

La tortura oggi

La tortura, ancora oggi, è una quaestio con due principali utilizzi: prima della condanna, per estrapolare informazioni, e dopo la condanna, per comminare la pena. Cesare Beccaria, già nel 1764, si scaglia contro questa tecnica barbara, che porta spesso a false accuse, autoaccuse, a gravi infortuni del condannato e, alle volte, alla sua morte. In Italia, però, nulla cambia fino al 2013, anno della tristemente famosa sentenza Torreggiani: il nostro Paese viene condannato per la violazione dell’art. 3 della CEDU per trattamenti inumani e degradanti nei confronti dei detenuti. I condannati lamentano, infatti, sovraffollamento e mancanza di ricambio d’aria, acqua calda, luce naturale e riscaldamento.

L’introduzione del reato di tortura

Solo nel 2017, però, l’ordinamento subisce un importante cambiamento: viene introdotta la legge 110, istituente gli artt. 613 bis e ter del codice penale sul reato di tortura. E’ un illecito contro i diritti fondamentali dell’uomo e riconosce la lesività di tale pratica sia a livello fisico, che mentale, dato che umilia, viola e offende il soggetto sul piano materiale e psicologico. Il reato viene punito con la reclusione da 4 a 10 anni, ma sono previste aggravanti significative: fino a 30 anni se insorge la morte (non voluta) della vittima e l’ergastolo se la morte del soggetto avviene ed è l’obiettivo originario. Se il torturatore è un pubblico ufficiale, la forbice penale è invece fra i 5 e i 12 anni (con possibilità di aggiungere eventuali aggravanti). E’ un passo enorme per il nostro Stato di diritto, ma non scordiamoci che, a oggi, la tortura è ancora legale in moltissime nazioni.

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