Il decadimento lento e doloroso della mente affetta da demenza: scopriamo l’opera omnia di Leyland Kirby, “Everywhere At The End Of Time”.

Sono sei lunghe ore: una cover art dell’astrattista Ivan Seal, rumori, statico, qualche canzone campionata, ma sempre distorta; il racconto è quello del deterioramento mentale, a seguito della demenza. La perdita di memoria, è questo il racconto di Kirby – alias “The Caretaker”.
“EVERYWHERE AT THE END OF TIME”: L’OPERA DI JAMES “LEYLAND” KIRBY
E pensare che questa opera d’arte musicale – astrattista? avanguardista? – è stata registrata in un appartamento di Cracovia, in Polonia. Il suo autore è un nome noto nell’ambito della hauntology – un’avanguardia musicale che, tramite l’utilizzo della musica elettronica, vuole “rievocare un passato che “infesta” il presente” (cfr.”Hauntology“). Un esperimento di plunderphonics e noise music, della durata di sei mesi, che ha prodotto l’opera in questione.
L’album è suddiviso in sei sezioni. I primi tre “stages” descrivono il percorso della perdita di memoria, il decadimento – all’inizio timido e poi sempre più mostruoso – dei ricordi. Qualche pezzo di brani registrati intorno ai primi anni del secolo scorso, riverberi, distorsioni, che diventano sempre più presenti mano a mano che la registrazione continua. Gli stadi successivi, intitolati “Post-Awareness stages”, raccontano la lotta del paziente contro il riconoscimento di questo lento decadimento, l’anosognosia. In un silenzio caotico, di distorsione e rumore statico, unito a qualche lontano organo. Il finale, straziante: così, dopo due ore di agonia – per l’ascoltatore e non solo – una dolce, dolcissima musica corale risuona lontana, seguita dal silenzio.

IL MORBO DI ALZHEIMER E GLI EFFETTI SULLA MEMORIA
“Diventare lo spettro di chi si era”. La demenza è uno dei disturbi più complessi e disumanizzanti: la perdita di ciò che si era e ciò che si conosce, il decadimento neurale e fisiologico. Ciò che più impressiona l’ascoltatore è il senso di familiarità che prova nei primi due stadi: è come assistere ad un ricordo lontano, sbiadito. Infondo, a chi non è mai capitato? Ma la paura, di perdere la propria identità, tutto ciò che si ha sempre dato per scontato, la propria indipendenza, quella è la vera esperienza che vuole sensibilizzare questo album.
Il vero protagonista, in questo senso, è il morbo di Alzheimer. Descritto per la prima volta da Alois Alzheimer, nel 1906, l’eziologia di questa malattia è ancora ignota e la ricerca non ha ancora trovato una cura. Di solito, infatti, l’unica strada percorribile è quella della cura dei bisogni del paziente, compito che ricade sulla figura del “caregiver” – si rimanda allo pseudonimo di L. Kirby.
PLOTINO E PLATONE: LA MEMORIA È UN COMPITO DELL’ANIMA
Nelle Enneadi, Plotino scriveva di come l’essere corporeo fosse la causa dell’oblio. Veniva mossa la teoria di un’anima che ricorda, tramite le immagini che le vengono rimandate da un intelletto supremo: la memoria, il ricordo, sono soltanto pezzi di ciò che questo essere atemporale conosce con completezza.
È interessante osservare come, invece, Platone diceva della memoria come una “conservazione della sensazione”, come una capacità dell’anima, slegata dal corpo – così come il suo collega. In questo caso, è l’anima che vuole ricongiungersi a quanto ha provato con il corpo, e, quando non riesce a richiamare a sé quella “sensazione”, si sforza con la reminiscenza.
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