“Canzone della non appartenenza”: definiamo i confini tra identità e appartenenza spesso unite a braccetto

Apparteniamo a chi? Si appartiene davvero ad un qualcuno, ad un luogo oppure siamo anime timorose di scoprire la nostra identità? 

Talvolta confondiamo l’identità e l’individualità, due aspetti sicuramente con molti punti di contatto i quali però frizionano in un elemento chiave: il primo ci caratterizza nella nostra totalità, il secondo fa altrettanto ma rispetto agli altri.

Canzone della non appartenenza

Giorgio Gaber, pseudonimo di Giorgio Gaberščik, un artista nel significato profondo del termine: ha viaggiato su tutti i fronti anche solo leggermente bagnati dalla fantasia quali il cinema, il cantautorato, la musica in ogni sua sfumatura.

Spentosi nel 2003 ci lascia la “Canzone della non appartenenza”, titolo bizzarro come lui, come infondo tutti noi…

[…] L’appartenenza
Non è un insieme casuale di persone
Non è il consenso a un’apparente aggregazione
L’appartenenza è avere gli altri dentro di sé […]

 

Richiama le nostre coscienze invitandoci a essere gli altri, non solo vederli.

Riprendendo Rachel Bespaloff “Noi ci muoviamo in funzione degli altri”: il nostro corpo, il nostro “Io”, seguono la danza dell’altro, l’altro che muove un passo verso sinistra e che inevitabilmente ci porta a fare lo stesso in modo tale che alcun piede venga pestato.
Una canzone o meglio un urlo, un invito a inventrarci nella figura davanti a noi che in qualche modo è noi.

Viscere, corporalità che permette una vicinanza iperuranica, è forse questa la chiave dei tanto strani rapporti umani?

Razza: una termine vietato?

Sono innumerevoli gli articoli su uno dei temi più caldi di questa epoca: “il politically correct” indi per cui non mi lancerò in un resoconto morale o critico nei suoi confronti andando invece ad analizzare una realtà diversa dove, alcune discussioni di ordine comune, sono destinate a crollare.

Prendiamo in analisi la parola “Razza”, eliminarla equivarrebbe a far eclissare anche il razzismo?

La risposta è NO, questo perché l’agente, in questo caso il razzista, non farà altro che sostituire il termine con una batteria di sostituti che potremmo chiamare “di rimpiazzo”: cultura, società, etnia.

È stato inoltre portato in analisi da alcuni antropologi culturali come il termine “razza” consenta agli attori sociali di esprimere in un linguaggio che potremmo azzardare a definire “utile” rivendicazioni di diritti negati, “subalternità sofferte, già di per sé esplicitate in un linguaggio ‘razziologico’”.

L’illusione dell’identità-appartenenza 

L’appartenenza è un’illusione.

Un’illusione tanto curata in ogni suo aspetto da sembrare una realtà ovvia, capace di vincolare, di motivare; viviamo dunque in un mondo mobilitato dal semplice “nulla”?
Sarebbe decisamente troppo complesso consapevolizzare una verità così cruda, la risposta è fortunatamente “No”: l’identità, prendiamo ad esempio l’identità etnica, non è falsità bensì “il risultato di un processo di plasmazione culturale che si dipana nel tempo”.

L’identità non resta immobile anzi muta, cambia i suoi simboli, i suoi agenti, la sua stessa denominazione eppure la sua illusione più grande sta proprio nella convinzione che non si trasformi mai, che affondi le sue radici per non essere sradicata mai.

Siamo, forse, troppo leggeri e non accettiamo di vivere in un mondo fluttuante dove tutto, insieme a noi, si trasforma per non essere mai identico all’istante precedente.

 

Lascia un commento