Nell’articolo di oggi si parlerà di tre autori che hanno lasciato il “malsano” testamento di distruggere una determinata opera, o un corpus di opere, ma che non sono stati ascoltati dagli amici.

Quando scriviamo un romanzo o una poesia, il più delle volte non sono gli altri a disprezzarci ma noi stessi; è un po’ come se riascoltassimo la nostra voce dopo aver mandato un audio su Whatsapp: “O mio Dio… e quella lì sarebbe la mia voce? Mammamia…”. Non denigriamoci, magari saremo i prossimi classici della letteratura italiana!
VIRGILIO: SE NON CI FOSSI TU CHI AIUTEREBBE QUEL POVERETTO DI DANTE?
Sia lode a Vario Rufo e Plozio Tucca! Come chi sono? Gli amici di Virgilio incaricati da Augusto di curare un’edizione dell’Eneide. In barba alla sua ultima volontà: il poeta voleva infatti che la sua opera fosse bruciata, perché dopo undici anni di composizione (sì avete capito bene: undici anni!) a suo parere era ancora troppo imperfetta. Ma se Vario e Plozio avessero detto “tranquillo, Augusto, ci pensiamo noi!” facendosi l’occhiolino, e una volta voltatosi l’imperatore avessero appiccato un gigantesco falò con i manoscritti del poeta, chi avrebbe guidato Dante nei regni dell’Oltretomba? Sembra un problema da niente, ma se ci pensiamo bene Virgilio viene inserito nel poema dantesco perché nutre un grande rispetto per i valori familiari (soprattutto nei confronti della figura paterna) e per i princìpi religiosi: il famosissimo pius Aeneas.
Poeta fui, e cantai di quel giusto
figliuol d’Anchise che venne da Troia,
poi che ‘l superbo Ilion fu combusto.
Vedete? Dante ricorda Virgilio per l’Eneide. Senza quest’ultima opera come potrebbe un poeta che cantò del lavoro agricolo guidare Dante fino alle soglie del Paradiso? Naturalmente sto ironizzando, amo il Virgilio delle Bucoliche e delle Georgiche, ma secondo voi Dante lo avrebbe scelto lo stesso come guida, o si sarebbe orientato verso altro? Oppure… avrebbe scritto lo stesso la Commedia?
BOCCACCIO: SENZA DI TE CHE LINGUA AVREMMO PARLATO?
1525, Prose della Volgar Lingua: Pietro Bembo sbaraglia tutta la concorrenza che intendeva dire la sua nella questione della lingua da utilizzare in poesia e in prosa. Fate largo cialtroni: non c’è posto per i poeti – scrittori che non si rifanno ai due auctores per eccellenza: Petrarca nella poesia; Boccaccio nella prosa. Ebbene, quest’ultimo, dopo aver preso gli ordini minori e aver parlato con il monaco Gioacchino Ciani, il quale lo ha avvertito di una morte imminente, ha una geniale idea: liberarsi dei suoi scritti profani. Bruciamo il Decameron! Fortunatamente il suo futuro collega auctor Petrarca riesce a dissuaderlo da questo malsano progetto. Ma immaginiamoci se quel giorno Petrarca invece di consolare il suo amico, preso da scrupoli religiosi, avesse preferito andare a scambiarsi dei bacini con la signorina Laura… Boccaccio avrebbe bruciato il suo Decameron. Conseguenze? Innanzitutto Bembo non avrebbe scritto il suo bestsellers Prose della Volgar Lingua, ma si sarebbe allineato o col Calmeta o col Trissino, o col Machiavelli, finendo nel dimenticatoio; ma soprattutto noi staremmo leggendo quei pallosi (perdonate il termine ma è così) di Guido Faba con i suoi splendidi e divertentissimi Parlamenta et Epistolae; oppure ci delizieremmo con il cursus e l’ars dictandi di Guittone d’Arezzo; per non parlare poi di Bono Giamboni con il Libro dei vizi e delle virtudi, splendido libro per passare una serata con gli amici; non dimenticheremmo certo Restoro d’Arezzo con La composizione del mondo con le sue cascioni, un’enciclopedia scientifica di argomento cosmologico. Enciclopedia scientifica nel 1282… allacciate le cinture di sicurezza: direzione sballo!

GIOACCHINO BELLI: CHI SI SAREBBE MESSO DALLA PARTE DELL’ULTIMO?
Per il Belli voglio essere serio. Voglio essere serio perché, a parte gli scherzi, Virgilio e Boccaccio si sarebbero conosciuti nonostante avessero bruciato le loro opere principali che ci affascinano di più. Se Belli avesse carbonizzato le sue poesie non lo ricorderemmo affatto. E questo sarebbe un male. Per la prima volta nell’800 con la poesia dialettale il poeta si immedesima negli ultimi e diviene uno di loro. Prima del Romanticismo italiano, non è che l’intellettuale non raccontava dei ceti subalterni; lo faceva, ma con un’ottica di distacco. Ossia nella storia era evidente una superiorità culturale dell’autore rispetto a protagonisti popolani. Con la poesia dialettale di Carlo Porta e di Giuseppe Gioacchino Belli, non solo si affrontano zone della realtà prima ritenute impoetiche, ma ci si pone proprio dal punto di vista da cui quella realtà è guardata. Con la lingua dialettale si rafforza la comicità, ma soprattutto l’intento dissacratorio e anarchico. Belli lavorò alle sue poesie in dialetto romanesco tra il 1830 e il 1837, ma non le pubblicò mai. Anzi, ormai in punto di morte, cedette i manoscritti a un suo amico con l’incarico di bruciarli una volta scomparso. Ecco a voi Er giorno der giudizzio:
Quattro angioloni co le tromme in bocca
Se metteranno uno pe cantone
A ssonà: poi co ttanto de vocione
Cominceranno a dì: “Fora a chi ttocca”Allora vierà su una filastrocca
De schertri da la terra a ppecorone,
Pe ripijà ffigura de perzone
Come purcini attorno de la biocca.E sta biocca sarà Dio benedetto,
Che ne farà du’ parte, bianca, e nera:
Una pe annà in cantina, una sur tetto.All’urtimo uscirà ‘na sonajera
D’angioli, e, come si ss’annassi a letto,
Smorzeranno li lumi, e bona sera.