Perché molti artisti erano alcolisti?

Molti artisti, furono, in vita dediti all’alcolismo, per i più svariati motivi, tra cui spicca sicuramente l’insoddisfazione, dovuta forse alle proprie opere o a ciò che la critica pensava di esse: scopriremo cosa si cela dietro alle insoddisfazioni di alcuni “artisti maledetti” analizzando dei casi emblematici con l’aiuto di un personaggio immaginario e del suo creatore.
L’assenzio
Partendo da quello che è un famoso dipinto, possiamo ricostruire una storia, fatta di alcolici potentissimi, deliri e allucinazioni.
L’assenzio è un famosissimo dipinto di Edgar Degas, il quale rappresenta in una locanda, seduti al tavolo, un Clochard ed una prostituta, due membri quindi della classe sociale più bassa, con davanti dell’assenzio e del vino.
L’assenzio, ed in particolare il suo abuso, potrebbe causare, a causa della presenza al suo interno del tujone, un composto organico altamente tossico che può provocare crisi epilettiche e Delirium tremens, una condizione psichica alterata derivante dall’abuso di alcool, che comporta allucinazioni, tremori ed ipertermia.
L’assenzio quindi, molto abusato nell’800, era capace di trasformare gli uomini in “selvaggi”, e per questo motivo fu vietato per quasi tutto il secolo scorso.
Ma torniamo all’opera: essa è conservata al Museo d’Orsay, fu dipinta tra il 1875 ed il 1876 e come già detto raffigura due personalità di bassa classe sociale; colpiscono particolarmente i loro volti, in cui compare una nota di malessere tangibile, la donna, pallida in viso e con espressione sconsolata, mentre alla sua sinistra abbiamo il clochard, anch’esso con gli occhi scavati visibilmente arrossati che guarda con rabbia una terza persona.

Qualche esempio
Jackson Pollock elaborò un concetto artistico astratto tutto suo, molto apprezzato dalla critica, ma la sua passione per l’alcool, lo portò a numerose crisi irose, scazzottate e bagarre, fino all’11 agosto 1956, data della di lui morte prematura a causa di un incidente stradale dovuto alla guida in stato di ebbrezza, aveva 44 anni.
Tornando indietro al secolo precedente, il caso di Vincent Van Gogh è ancora dibattuto, i suoi deliri, ancora non si è sicuri siano dovuti solamente all’alcool ed alle droghe, od anche a situazioni patologiche preesistenti, si è certi che Van Gogh fosse un affezionato della bottiglia, si è certi che non aveva molto successo (almeno non da vivo), e che all’età di 37 anni si tolse la vita a seguito di uno dei suoi numerosi deliri.
La bellezza delle sue opere e la sregolatezza del suo vissuto hanno fatto molto discutere; stiamo parlando di Michelangelo Merisi, il Caravaggio, autore sia elogiato che aspramente malvoluto da critica e committenti, dedito all’autodistruzione, assiduo frequentatore di bordelli e taverne, prese spesso parte a risse e duelli con la spada, arrivando al commettere un assassinio, che lo condannò all’esilio ed alle continue fughe qua e là lungo tutta la penisola; morì nel 1610, all’età di 39 anni, in circostante misteriosissime.
L’insoddisfazione di un’artista, abbiamo visto che può portare al cedimento mentale e al far trovare lui gran consolazione nella bottiglia, è il caso di Amedeo Modigliani, che dalla fatica nel vendere le sue opere, derivò uno smodato consumo di alcool ed hashish, morì nel 1920 all’età di 35 anni, a seguito di una meningite tubercolare, malattia che può tra le altre cose derivare dall’abuso di alcolici.
Chi è Celio?
Mauro Corona, scrittore, alpinista e scultore ligneo, è conosciuto dai più per aver dato della “gallina” a Bianca Berlinguer nel talk show che va in onda il martedì sera su Raitre “Cartabianca”, in cui era ospite nello strano ruolo di tuttologo, dispensava opinioni: alcune condivisibili ed altre meno.
L’ultimo libro di Corona, si intitola: L’ultimo sorso-vita di Celio, in cui l’autore parla di questo amico di 40 anni più vecchio di lui; la storia, a detta dell’autore, è perlopiù inventata, poiché il personaggio di Celio è fittizio, ed è descritto dall’autore come persona perennemente triste, malinconica e insoddisfatta, con la passione per l’arrampicata, le donne e il buon vino, di cui ne era consumatore smodato.
Celio è una sorta di guida per l’autore, e lo fu sia per l’arrampicata, sia per il lavoro, sia purtroppo per l’alcolismo, dipendenza acclarata dallo stesso Corona.
L’autore ripercorre gran parte della vita di Celio, che morì all’età di 65 anni a causa del Delirium Tremens e della dipendenza da alcolici.
Commentino “a caldo” e micro-recensione: da leggere assolutamente, splendido in tutto e per tutto, è un’opera che tocca nel profondo e che ci fa desiderare di avere un Celio che vigila su ognuno di noi, romanzo che ha funzione catartica e che motiva la propria crescita personale.

Ma quindi: mi sbronzo o no?
Questo articolo non vuole essere un monito.
Che l’alcool faccia male è fattuale, soprattutto a lungo andare e soprattutto se se ne abusa; la biografia di Celio e la stessa vita dell’autore, esalta il monito che la dipendenza da alcool provoca tra le altre cose un forte senso di isolamento sociale, malinconia ed infelicità cronica legata probabilmente all’effimera felicità che si prova durante l’ebbrezza.
Il legame tra Celio e gli artisti sopracitati è palese, l’insoddisfazione personale e lavorativa che porta al rifugiarsi nella bottiglia e trovare risposte in fondo al bicchiere, è uno dei motivi fondamentali per cui si cade nella spirale infinita dell’alcolismo.
Finire di leggere L’ultimo sorso, non lascia col sorriso, non ci lascia compiaciuti di ciò che abbiamo appena letto, e forse è questo l’obiettivo, capire che sia l’autore sia la sua immaginaria guida, possano arricchirci con la loro personale esperienza, si rimane disorientati e tristi dopo aver finito di leggere la biografia di Celio, ma lucidi e sobri come non mai.
Quindi, in attesa di tempi migliori:
“Alziamo il calice della vita, e alla morte l’ultimo sorso!”