30 anni dopo il Muro di Berlino, le paure dei Pink Floyd non cambiano

Probabilmente il miglior concept album della storia della musica, The Wall dei Pink Floyd, narra di isolamento, solitudine, aggressività e conflitti non risolti, gli stessi che portarono nella notte dal 12 al 13 agosto del 1961 alla costruzione del Muro di Berlino, cupo simbolo della Guerra Fredda.

The Wall è una lunga e complessa riflessione sulla vita e sulla società dell’epoca

La potenza visionaria, il fervore immaginifico e l’esplosività iconografica raggiungono per la band inglese di Waters e Gimour (per tacere di Barrett) vette altissime nel triennio 79-82, in cui viene pubblicato il disco, i Pink Floyd solcano i continenti in un tour mondiale di due anni e Alan Parker eterna la storia di Pink sulla pellicola “The Wall”, con un magnetico Bob Geldof nel ruolo del protagonista. 

Oh-ah, mother, should I Build the wall? 

Nella sua massima estensione, il Muro di Berlino correva per quasi 155 km, per un’altezza di quasi 4 metri, una seconda linea di separazione (il primo embrione del muro) fatta di recinzioni di filo spinato seguivano la costruzione per quasi 130 km e 3 metri di altezza, ritagliando una striscia di terra, coperta di ghiaia (per mettere in evidenza le tracce degli eventuali fuggitivi), la temuta “Striscia della Morte”, dove l’ordine era di sparare a vista. A controllare le diverse sezioni del Muro, furono erette torri di sorveglianza. Nella sua piena funzionalità, il Muro separava le 4 zone di influenza straniera, nate dopo la Seconda Guerra mondiale nell’ex capitale del Reich. Nella parte occidentale, vi erano le zone controllate da Francia (parte nord della città), Gran Bretagna (parte centrale) e Stati Uniti (la più grande, occupava la fascia sud della capitale). A Est, vi era la grande area sotto diretto controllo Sovietico.
Come la guerra fredda, anche la storia di Pink prende corpo nell’Inghilterra depressa e affamata che esce distrutta nel fisico (i soldati caduti e le città ridotte a macerie) e nella mente (angosce del presente e timori per futuro). Dall’infanzia rigorosa e complessa, tra febbri altissime e figure di riferimento dittatoriali, dalla madre ai professori, e da una guerra che si tenuta in pegno il padre soldato (come successe a Waters che non conobbe il padre, caduto a Gallipoli), Pink emerge con una tendenza paranoide all’isolamento e all’autodistruzione. Pur raggiungendo il successo come rocker planetario, i conflitti non risolti lo porteranno a parossismi di isolamento e pericolose derive autoritarie, fino al climax drammatico, tanto purificatore quanto distruttivo.

L’album denuncia ogni forma di controllo, censura e dominio, fisico, mentale e politico

Il muro come situazione limite della precaria esistenza dell’uomo

Molto si è detto sulla metafora centrale dell’opera e molte sono le interpretazioni. Rimane la centralità simbolica del Muro che il protagonista sceglie di adottare come meccanismo di approccio e progressiva fuga con distacco dal mondo. Si cammina incerti, in un modo dove l’uomo è una presenza transeunte, sradicata, minacciata da quello che l’esistenzialismo definirà le situazioni limite (dolore, noia, morte). Si pattina sul ghiaccio sottile della vita (“Thin Ice” è la traccia) che può rompersi lasciandoci scivolare nella profondità della nostra mente e nella raggelante aggressione delle nostre paure. Colpisce, di fronte alla costruzione di questo tangibile segno di ostilità e separazione, l’affanno con cui le due parti si affannarono a giustificare la divisione della città, che ospitava solo la Capitale della DDR (quella dell’Ovest era, provvisoriamente, ospitata a Bonn). Per la Repubblica Democratica era il solo modo per proteggersi dalle ingerenze e dalle provocazioni del capitalismo mondiale, minimizzando sulvdrenaggio continuo di berlinesi e tedeschi dell’Est in atto dalla fine della guerra (si stimano in 3 milioni i migranti est-ovest nel periodo 1949-61). Quella pacifica invasione aveva invece spavento la Repubblica Federale dell’Ovest che nel muro vedeva l’unico argine di questa onda umana. Similmente, il mondo di Pink è percorso da violente ondate repressive contro la libertà dell’uomo, dalla scuola (i terribili insegnanti a cui viene intimato di lasciare in pace i ragazzi, in “The Happiest Days” e “Another Brick”) allo Stato. Di questa educazione e di questo controllo del pensiero, tipico dei regimi reazionari e totalizzanti, non se ne sente proprio il bisogno. Un sistema totalitario copre per vocazione e per sopravvivenza tutti gli spazi della vita dell’individuo, riducendo al massimo il silenzio per dialogo (“gli spazi vuoti dove si era soliti parlare”) e i pensieri autonomi. In una previsione di quello che ben presto si rivelerà, Pink stesso si chiede come fare a occupare anche quelli Empty Spaces, per chiudere il prima possibile il muro, escludere tutti gli altri e controllarli.

L’alienazione di Pink è completa: adesso è diventato il dittatore dello stesso mondo che l’ha sempre emarginato

Fuori dal Muro, finalmente, ma a che prezzo?

A fronte di una domanda precisa di un giornalista Italiano, Riccardo Ehrman, il 9 novembre di 30 anni fa, durante una stupefacente e irripetibile conferenza stampa, Günter Schabowski, Membro del Politburo del Partito Socialista Unitario della Germania e ministro della Propaganda della DDR annuncia con la nonchalance degli sconfitti: «È stata presa la decisione di aprire i posti di blocco». si può viaggiare liberamente tra una parte e l’altra della città (e della Germania e in qualche modo del mondo). Il Muro cade e la folla si riversa in trada per farlo a pezzi a colpi di piccone. 

“Some hand in hand
And some gathered together in bands
The bleeding hearts and the artists
Make their stand”

La festa dei tanti berlinesi, ancora increduli, di fronte alla caduta di un simbolo così forte

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