3 falsi miti che sconvolgeranno le vostre idee sul mondo antico

Il mondo antico, in primis per l’ingente lontananza temporale che ci separa da esso, è spesso vittima di false credenze che, una volta crollate, rischiano di farci vedere quell’amena classicità in modo meno idealizzato di come siamo soliti fare.


Capita molto frequentemente che alcune idee, casomai perché provenienti dalla bocca di esimi studiosi o perché facenti parte dell’immaginario collettivo, si siano tramandate di generazione in generazione venendo così a creare delle “verità” che siamo soliti ritenere certe e inattaccabili. Vediamone alcune!

 

1 “Atene fu la polis democratica per eccellenza”

Chi suoi banchi di scuola non si è mai imbattuto nella classica dicotomia tra un’Atene emblema di democrazia, libertà ed inclusione contro una Sparta rispecchiante i più ferrei e chiusi valori aristocratici? Ebbene, un’antitesi così netta rischia di immettere all’interno di una realtà profondamente diversa dalla nostra canoni e concetti tipici del mondo contemporaneo, creando così quel tipico fenomeno per il quale un lettore del XXI secolo legge, attraverso canoni passati attraverso il filtro del Romanticismo, pensieri di Platone, Tucidide, Sofocle, pensando di potersi rispecchiare in essi, spesso e volentieri senza rendersi conto che quell’autore volesse dire qualcosa di molto diverso rispetto a quanto noi contemporanei potremmo immaginare. Ecco che spesso nel cristallizzare in una palla di vetro quella famigerata “classicità” (anch’esso concetto che meriterebbe un approfondimento: perché i “classici” sono definiti così? Cosa li rende realmente dei “classici”? Siamo noi a rendere un’opera un classico o ci sono dei canoni oggettivi sottesi a questa definizione?) cui ci accostiamo con una reverenza che non ha alcuna ragion d’essere, ci dimentichiamo del fatto che, seppur con i dovuti filtri che ho appena rimarcato e che separano le epoche storiche,  un uomo vissuto a cavallo tra V e IV sec. a.C. era un essere effimero così come lo siamo anche noi, sebbene quest’ultimo con un computer in più sulla scrivania al posto di un manoscritto e un aereo per spostarsi al posto di una triremi. Ecco che così quel Platone, quel Tucidide, quel Sofocle  diventano persone in carne ed ossa profondamente immischiate nelle storia politica della loro polis e le loro opere, che il caro nostro filtro censorio ci fa idealizzare fino allo sfinimento, non fanno altro che rilevare il profondo utilitarismo che caratterizza l’uomo sin dal momento in cui mise piede sulla tanto bistrattata Terra. Con i loro cittadini, anche la città rivela un carattere molto più pratico rispetto a quello spirito libertino che siamo soliti accostare alla polis di Atene. Ebbene sì, proprio quell’Atene che si svegliava sul far dell’alba in una temperata giornata del mese di Elafebolione per attirare su di sé e sui suoi spettacoli teatrali gli occhi di tutto l’ecumene allora noto, quell’Atene che vide un tale Socrate passeggiare tra le sue strette viuzze offrendo la sua innata saggezza ad esseri con un Qi un po’ meno sviluppato del suo, quella stessa Atene che si fece paladina della libertà delle poleis della lega delio-attica… Ma vi siete mai chiesti quanti introiti entrassero nelle casse del partito “democratico” ateniese grazie a quei cinque giorni di festa e di spettacoli? Vi siete mai chiesti chi potesse davvero partecipare a quegli spettacoli, e di conseguenza alla vita attiva della polis? Beh le donne non di certo… e così ecco un primo tassello che sembra cominciare a incrinare la potenza di una parola che leader “democratici” come Pericle ed Efialte riuscirono ad usare in modo talmente brillante da apparire molto meno demagogica di quanto effettivamente fosse. Democrazia… da δέμος + κράτος, potere del popolo…  peccato che il grande cavallo di battaglia della democrazia fosse il sorteggio, strumento perfetto perché il più consono ad essere manomesso e di conseguenza per essere usato dai principali personaggi politici per raggiungere i loro fini più nascosti! E che dire delle celebri autorità del mondo artistico-letterario? Lungi da me sminuire opere la cui caratura fu così elevata da renderle imperiture ai secoli e persino ai millenni… ma allo stesso tempo non si può nemmeno celare quel fine propagandistico che abbiamo spesso più o meno consapevolmente taciuto. E così, prescindendo dalle idealizzazioni moderne, ciò che si manifesta è una polis piena di contraddizioni, una comunità democratica ma allo stesso tempo fondata sul dominio, che include ma allo stesso tempo esclude, che si apre verso il mare ma che allo stesso tempo si barrica all’interno dei confini del suo γένος… ed ecco che forse quel mondo così remoto e magico si rivela nella triste somiglianza con il tanto vilipeso presente.

2 “Orazio invita l’uomo a cogliere l’attimo”

Oltre a concetti più generali come quello appena trattato, spesso dei falsi miti riguardano anche l’interpretazione di singole parole o espressioni presenti in opere letterarie, a causa delle quali rischiamo di far dire a grandi autori qualcosa che effettivamente non avrebbero mai voluto affermare. È questo il caso di Orazio e del celebre “carpe diem” con cui è passato alla storia. Un preambolo: il tópos del carpe diem non è stato di certo inventato da Orazio, ma il suo utilizzo fu pressoché sconfinato già nel mondo greco, dove esso divenne uno dei punti cardine dell’epigrammistica, genere in cui l’invito a concentrarsi sul tempo presente è inserito all’interno di brevi componimenti amorosi, funerari, simposiali. Eppure è solo con Orazio e con la famigerata Ode I 11 che il concetto del “cogliere l’attimo” è penetrato nel pubblico dominio e si è tramandato di generazione in generazione diventando una vera e propria filosofia di vita per molte persone. Peccato che spesso facciamo dire al buon Orazio qualcosa che un propugnatore dell’autàrkeia e della metriòtes non avrebbe mai osato dire. Ecco le parole che chiudono l’ode:

Dum loquimur fugerit invida aetas: carpe diem quam minimum credula postero

Mentre parliamo sarà fuggito il tempo invidioso: cogli il giorno, confidando il meno possibile nel domani.

Come si evince già dalla traduzione che ho proposto, la maggiore opposizione che crea qui Orazio è quella tra l’ “aetas” ed il “diem”: mentre il primo termine indica il tempo nel suo complesso, tempo che non si lascia mai afferrare da noi data la possibilità dell’uomo di interagire solo con gli istanti, il secondo, lungi dal rappresentare “l’attimo”, come il termine è spesso erroneamente tradotto, indica la giornata, che è ancora uno spazio temporale troppo lungo per poter essere colto dall’essere umano. È per questo che ad esso Orazio associa il verbo “carpo”, che non indica la possibilità dell’uomo di cogliere quel “diem”, ma il suo tentativo costante di farlo, lo sforzo che compie nel cercare di afferrarlo, ma allo stesso tempo la possibilità di coglierne solo una parte. Solo così possiamo capire al meglio l’invito oraziano: l’uomo deve sforzarsi, deve provare a strappare dalla giornata il più possibile e questo è un qualcosa da mettere in pratica in ogni istante, perché nell’istante successivo quello precedente se ne sarà già andato, lasciandoci soli con i nostri rimpianti, le nostre inquietudini, i nostri fallimenti.

3 “L’amore omosessuale nel mondo greco era pratica pedagogica e culturale”

Ecco uno dei discorsi più delicati e anche uno dei falsi miti più diffusi che colorano il nostro immaginario sul mondo antico. Quando oggi ci accostiamo al tema della pederastia, siamo spesso portati ad oscillare tra due estremi: l’imbarazzo di discorrere circa un argomento ancora ingiustificatamente censurato e il desiderio di guardare bene in faccia il fenomeno, così da comprenderne l’enorme importanza che rivestì per l’evoluzione di quella civiltà. Purtroppo questi due estremi sono il frutto, anche in questo caso, di un doppio filtro che nasce dalle idee e dalle convinzioni di uomini abituati a vivere nel XXI secolo e che da una parte hanno subito l’influsso della cultura cristiana, dall’altro quello delle idee libertine del nostro recente passato, le quali che ci spingono a ricercare nei Greci di duemilacinquecento anni fa degli ideali che possano avvalorare tali convinzioni. Per cominciare, il punto da cui non si può prescindere nell’affrontare il tema dell’omosessualità nel mondo greco è, sia che essa fosse lodata sia che fosse biasimata, la decisiva importanza che rivestì nei risvolti pedagogici e culturali dei tempi futuri, tanto da diffondersi poi in tutto il bacino mediterraneo fino a giungere alla pratica indiscriminata della promiscuità sessuale e dell’omosessualità più sfrenata. I Greci praticavano la pederastia fin dall’età arcaica e molti indizi ci portano a pensare che essa non fu il risultato di una sorta di “mollezza” alla quale giunse una società raffinata, bensì il prodotto di una società basata sul militarismo ed ispirata ad ideali aristocratici e guerrieri. Fu proprio nella colta Atene che tale pratica assunse un vero e proprio valore culturale, face breccia nelle palestre e in tutti quei luoghi in cui ragazzi nel fiore degli anni, praticando esercizi ginnici, attiravano l’attenzione di uomini maturi che li corteggiavano, instaurando così un rapporto, oltre che amoroso, anche pedagogico. Si è spesso insistito, a mio parere in maniera eccessivamente virulenta, e anche a causa di opere volte a magnificare la “società per eccellenza”, sulla creazione di una sublimazione  totalizzante intorno al rapporto εραστής-ερώμενος, vedendo in esso un mezzo di trasmissione di valori filosofici e morali, senza così rimarcare il carattere profondamente erotico che si manifestava. Tra l’altro, è lo stesso linguaggio degli scrittori greci che tradisce la reale natura dell’idealizzato rapporto paideutico tra adulto e ragazzo, dato che, come ha rimarcato molto acutamente il Flacelière, costoro parlano molto raramente di “Eros” quando si riferiscono ad un rapporto eterosessuale, ma pressoché esclusivamente quando alludono ad un rapporto pederotico. Se leggiamo poi alcune pagine di Luciano di Samosata, ci rendiamo effettivamente conto di quanto il rapporto tra i due sessi fosse del tutto ribaltato e l’uomo che avesse la “debolezza” di innamorarsi di una donna era quasi biasimato perché l’amore vero non poteva che essere quello tra due uomini, uno più giovane, l’altro più maturo… per non parlare poi del buon Aristofane! Nella commedia “Gli uccelli” uno dei personaggi rivela il suo desiderio di incontrare il padre di un ragazzo per rimproverarlo aspramente dal momento che, dopo aver fatto innamorare suo figlio, ora lo trascura e non gli concede nemmeno una carezza sui testicoli… alla faccia del rapporto filosoficamente purificatore!

 

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