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14 febbraio festa degli innamorati: scopriamo insieme la concezione dell’amoroso inganno di Leopardi

14 febbraio festa degli innamorati: scopriamo insieme la concezione dell’amoroso inganno di Leopardi

Il 14 febbraio di ogni anno si celebra San Valentino, ricorrenza dedicata agli innamorati. Vediamo insieme la concezione leopardiana dell’amore.

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L’amore è il sentimento più forte che esista e quale migliore occasione per parlarne se non San Valentino? E quando discorriamo di amore, ovviamente, ci viene in mente un importantissimo poeta della letteratura italiana che ha trattato molto questa tematica… No, non sto parlando di Petrarca, ma di Giacomo Leopardi che lo ha affrontato in maniera anticonformistica.

La festività che celebra l’amore

Come è noto, la festa degli innamorati viene celebrata ogni 14 febbraio. In origine, tale occasione andava a sostituire un antico rito pagano, quello dei Lùpercali e, solo in un secondo momento, venne introdotta la celebrazione dell’omonimo santo per tentare di cristianizzare la ricorrenza.

I Lùpercali, in latino Lùpercalia, erano una festività romana che veniva celebrata dal 13 al 15 febbraio, in onore del dio Fauno (o meglio Luperco), protettore del bestiame dai frequenti attacchi da parte dei lupi. Con l’avvento del cristianesimo, poi, venne soppiantata dalla neo-tradizione di commemorare i santi; in particolare, papa Gelasio I nel 496 istituì la celebrazione del santo e martire Valentino di Terni.

Inoltre, occorre dire che nell’antica Roma, in occasione dei Lupercali, ecco che si verificavano festeggiamenti sfrenati che contemplavano un amore smoderato che, ovviamente, andavano contro la rigida morale cristiana. Quindi, era nata, davvero, l’esigenza di ridimensionare l’atteggiamento libertino dei romani che si scontrava con la Chiesa.

Oggi san Valentino è considerato il protettore degli innamorati.

Tecnicamente esistono molte storie legate alla vita del Santo e all’amore. La più famosa racconta che una volta il santo incontrò due giovani che stavano litigando; si avvicinò a loro con una rosa e li invitò a tenerla unita nelle loro mani, facendoli subito riconciliare. Secondo un’altra variante, invece, San Valentino avrebbe fatto tornare l’amore tra i due giovani facendo volare intorno a loro diverse coppie di piccioni. Da qui si sarebbe diffusa anche l’espressione “piccioncini”.

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L’amore in poesia

Qual è il tema maggiormente trattato in poesia? Che domande! Ovviamente l’amore. Si stima che il 97% dei testi poetici parli di amore. E molti sono i poeti che, nella loro produzione, si sono concentrati solo sull’amore.

Si tratta di una tematica onnicomprensiva e universale, ma allo stesso tempo così personale, che parte dall’analisi introspettiva dell’autore che studia a fondo il proprio animo ed esamina i propri sentimenti fino a ritrovare l’interiorità dell’io. Di certo, ciò che non può mancare è la giusta attenzione al destinatario, l’altra protagonista del componimento (alleata degli struggenti sentimenti del poeta amante): la donna amata.

La poesia d’amore moderna appare per la prima volta con i provenzali, nell’attuale Francia meridionale, dalla cui poetica, poi, due secoli dopo, gli stilnovisti italiani prenderanno spunto. L’acme della poesia amorosa è stata poi raggiunta con la “Vita Nova” di Dante e con il canzoniere petrarchesco che, poi, ha funto da base per tutte le raccolte di liriche seguite.

Per arrivare, infine, all’exploit della poesia amorosa con, appunto, il Romanticismo che (limitandoci, solo e soltanto, al contesto italiano) si diffonde nei primi decenni del 1800.

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L’eclettica indole di Leopardi

Quando facciamo riferimento al romanticismo italiano, il primo nome che ci sovviene è la complessa personalità del poeta di Recanati: Giacomo Leopardi (1798-1837); così complessa e unica nel suo genere che è difficile da etichettare. E, difatti, sarebbe riduttivo far rientrare Leopardi in una sola corrente letteraria (tant’è che la maggior parte dei critici odierni concorda nel definire Leopardi un “classicista romantico”).

Leopardi è conosciuto, soprattutto, per il suo pessimismo, per la concezione della natura maligna, per il suo “studio matto e disperatissimo”, per la sua poesia filosofica e morale, per aver scritto l’Infinito (1819), le Operette morali (1824-1828) e “A Silvia” (1828) che contrariamente a quanto si pensi non è una vera e propria poesia d’amore.

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L’amore per Leopardi

Giacomo per molto tempo resta nel “natio borgo selvaggio” di Recanati e quando, finalmente, il padre Monaldo gli permette di allontanarsi da casa, il giovane Leopardi si lascia travolgere dalla vita mondana del tempo. Presso Firenze nel 1830 incontra Fanny Torgioni Tozzetti della quale subito si innamora; si tratta della prima donna che finalmente riesce a far breccia nel suo cuore. In realtà, la figura femminile per Leopardi è sempre stata di fondamentale importanza e, sicuramente, Fanny non è stata la prima ad attirare la sua attenzione, ma è stata, forse, l’unica a vincere quella resistente corazza di solitudine che proteggeva la quiete esistenza di Giacomo.

Per Leopardi, infatti, l’amore è visto come un’esperienza totalizzante, come una passione struggente, che pervade tutto il corpo e tutto l’animo: l’amore arde e consuma.

Leopardi dedica un’intera collana di poesie alla donna da lui profondamente amata: il cosiddetto “ciclo di Aspasia”, una raccolta di cinque componimenti.

Aspasia è il soprannome letterario con cui il poeta si riferisce a Fanny, è lo storico nome dell’etera amata da Pericle. Tra queste cinque poesie, l’unica vera poesia d’amore scritta da Leopardi è quella che sigilla il ciclo: appunto Aspasia (1834). Definita dal critico Russo come “la prima donna moderna che appare nella poesia italiana”.

Nelle altre liriche, l’autore si concentra maggiormente sui suoi sentimenti, tant’è che non è importante l’oggetto del desiderio, bensì l’intensità con cui egli lo brama.

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Amore per Aspasia: speranza o delusione

Con “Aspasia” Leopardi rende pubblica quella che per lui ha rappresentato, forse, la delusione più grande: la passione amorosa per Fanny che, ahimè, non è stata ricambiata. Un errore giovanile per cui deve ancora trovare una spiegazione razionale: Leopardi non riesce a capacitarsi di come quest’amoroso inganno sia riuscito a entrare nella sua mente.

Fanny era, infatti, una nobildonna fiorentina famosa per la sua facile e leggera attitudine agli innamoramenti; Leopardi, come tanti altri abituali frequentatori della casa fiorentina in via Ghibellina, non riuscì a resisterle.

Inoltre, l’emblematico “amoroso inganno” viene definito tale, non solo perché si tratta di un amore non ricambiato, ma anche perché il poeta non è in grado di scindere la dimensione ideale da quella reale. Leopardi si trova diviso tra realtà e sogno, smarrito in questo limbo intermedio in cui è impossibile separare l’aspettativa della donna ideale dalla concreta immagine che ha di quest’ultima.

Come se non bastasse, Leopardi non riesce a dimenticarla e il sembiante della sua Aspasia gli lampeggia in altri volti.

La rivede ovunque, oramai è un pensiero fisso, un ricorrente incubo; e, solo dopo due lunghi anni, riesce finalmente ad affrontare quell’abbandono e a chiudere quella dolorosa parentesi. La poesia “Aspasia” si conclude con il definitivo congedo da Fanny, da colei che gli ha spezzato il cuore; con la presentazione di un nuovo Leopardi, più pragmatico, più pungente, più cinico.

Ciò che Fanny rappresenta per Leopardi

Nelle numerose lettere che Leopardi ha scritto alla sua donna emerge il lato più intimista e umano del poeta. Una delle più note, inizia così:

“Cara Fanny, non vi ho scritto fin qui per non darvi noia, sapendo quanto siete occupata: ma infine io non vorrei che il silenzio paresse dimenticanza, benché forse sappiate che il dimenticar voi non è facile!”

E dallo Zibaldone:  “O non ho mai sentito tanto di vivere quanto amando,/ benché tutto il resto del mondo fosse per me come morto”.

Leopardi con Aspasia ha cessato di essere solo.

Fino al momento del loro primo incontro, Leopardi non si era mai sentito solo, non soffriva per la sua solitudine, si sentiva completo. Quando, però, conosce Fanny capisce che, in realtà, non può fare a meno di lei: ha bisogno di compagnia, della sua compagnia.

Io non ho bisogno di stima, né di gloria, né di altre cose simili; ma ho bisogno d’amore”.

Solo quando incontriamo davvero qualcuno che sembra completarci, ci rendiamo conto che, forse, prima non eravamo così “completi” e integri quanto pensavamo.

Capiamo che ci manca qualcosa, soltanto quando per un periodo di tempo riusciamo ad averla quella determinata cosa.

Buon san Valentino a tutti gli innamorati!

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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