Winnie The Pooh: un viaggio tra gli amici immaginari e le allucinazioni della schizofrenia

Winnie The Pooh, nato dalla fantasia di un bambino, vive la sua vita con i suoi amici e consiglia al piccolo Robin come migliorare la sua.

Winnie The Pooh e i suoi amici nel Bosco dei 100 Acri, sono i personaggi amati da tutti i bambini, proprio per la loro tenerezza e dolcezza. Un mondo creato da Alan A. Milne che coinvolgerà Christopher Robin come se fosse reale.

La fiaba più amata dai bambini

Winnie The Pooh è un orsacchiotto protagonista di letteratura per bambini, prima, e di una serie di lungometraggi Disney, poi. L’orsetto abita dentro una quercia, mangia miele e compone poesie nel suo mondo dei 100 Acri con i suoi amici. Ben presto la storia si popola di Ih-Oh l’asinello, sempre triste e sconsolato, Pimpi il maialino agitato, Tigro la tigre saltellante, Kanga e Ro mamma e piccolo canguro. Ogni storia un avventura diversa dove il bambino curioso Christopher Robin cerca di trasmettere all’orso le conoscenze della realtà e l’orso di insegnarli ad amare la vita.

La verità dietro la storia di Winnie The Pooh

Dopo il congedo di Milne, l’autore delle storie, dall’esercito, lui e la moglie Dorothy ebbero un figlio nel 1920. Si tratta di Christopher Robin Milne, il bambino dalla cui fantasia nascerà il famoso orsacchiotto. Tutti i personaggi della storia corrispondevano ai pupazzi di pezza del bambino. La casa in campagna della famiglia Milne fa da sfondo, poi, alle avventure nel bosco dei 100 Acri e il nome dell’orso è stato scelto dal piccolo Robin per il suo stesso teddy bear. Il peluche aveva origini più che modeste, veniva infatti direttamente da Harrods, i famosi magazzini di Londra. Quando il vero Christopher Robin cominciò a crescere, con lui aumentò un certo astio nei confronti del padre, che lo aveva inserito senza il suo consenso nelle storie su Winnie the Pooh. Robin non riuscì mai a liberarsi del proprio personaggio di fronte al mondo, ne soffrì e non perdonò al padre di aver svelato alcuni suoi segreti a tutti i lettori. Tra bullismo e fama il rapporto tra i due Christopher non fu mai riappacificato.

Il bambino che dava vita ai giocattoli

Il piccolo Christopher parlava con i suoi giocattoli, inventava le storie che diedero modo al padre di scrivere le avventure dell’orsetto tanto famoso. Gli amici immaginari che da bambini ci aiutano a crescere possono essere associati da adulti ad allucinazioni tipiche del disturbo schizofrenico. Tra i tre e gli otto anni non è strano che un bambino non distingua la realtà dalla fantasia: il bambino che inventa un “Doppio di sè” con cui interagisce, è consapevole, nella maggior parte dei casi, che si tratta di un personaggio fittizio, anche se da alcuni suoi comportamenti potrebbe non sembrare così. Il bambino ritrova nel suo “amico” il primo mezzo per confrontarsi, interagire e istaurare conversazioni con qualcuno che non sia un adulto e che non lo carichi di aspettative. Possono essere portatori di caratteristiche che il bambino vorrebbe possedere o modelli di comportamento a cui aspirare. Non si tratta di amicizie che rovinano i rapporti con i coetanei o che impediscono una normale socializzazione, anzi aiutano la comprensione delle esigenze dell’altro, l’empatia e il metabolismo dei sentimenti. Poiché l’amico immaginario resta un’esperienza legata al mondo del gioco, non va nè deriso, nè enfatizzato. Deridere il bambino o cercare di fargli capire che sta parlando con il muro è del tutto fuori luogo: lui sa benissimo che l’amichetto non esiste, ma per lui il gioco resta una cosa seria. Enfatizzare, al contrario, l’esistenza del compagno di giochi, per esempio apparecchiando la tavola anche per lui, è altrettanto fuori luogo: un’invadenza di un territorio non nostro. Un giorno, all’improvviso, quando non ci sarà più bisogno di lui, se ne andrà.

Quando l’amico immaginario ci accompagna da adulti

I primi casi di letteratura che riportano la schizofrenia sono datati 1809 nelle pubblicazioni di Philippe Pinel. La schizofrenia si compone di due tipi di sintomi, quelli positivi e quelli negativi. I sintomi positivi includono deliri, allucinazioni, pensiero disorganizzato e agitazione e sono positivi perché aggiungono qualcosa nei pazienti. I sintomi negativi, invece, sono così definiti in quanto si tratta di capacità che la maggior parte delle persone possiedono, ma che gli schizofrenici sembrano aver perso, come coordinazione, pensieri complessi e empatia.

La schizofrenia tradizionalmente si distingue in:

  • Schizofrenia di tipo Catatonico: predomina il mutismo e l’assunzione di posture anormali. E’ caratterizzata da un grave distacco dalla realtà . Il paziente schizofrenico catatonico è ossessionato dal timore di poter agire in modo sbagliato o di confrontarsi con stimoli e situazioni potenzialmente dannose.
  • Schizofrenia di tipo Paranoide: predomina il delirio di persecuzione. In questo caso il soggetto si ritrae da un mondo da lui ritenuto ostile. Pensa di essere vittima delle azioni malevole delle altre persone, quindi appare sospettoso, ostile e rimugina sui contenuti dei suoi deliri.
  • Schizofrenia di tipo Disorganizzato: predomina il discorso disorganizzato, i comportamenti incoerenti, i disordini di tipo affettivo, la dissociazione del pensiero e il disinteresse per gli altri e il mondo circostante.

I trattamenti più utilizzati comprendono farmaci anti psicotici per ridurre le crisi di allucinazioni e deliri. La loro riduzione del rischio di recidiva è stimata per il 60% efficace aumentando la condizione generale di vita e il rapporto con gli altri. Un’altra terapia è quella cognitivo-comportamentale partendo dalla sfera affettiva modificando l’approccio ai pensieri negativi, ma anche i fattori connessi alle relazioni interpersonali, efficace nei casi in cui c’è rifiuto di farmaci.

I bambini come Robin hanno bisogno del loro orsetto per crescere e imparare come va il mondo, ma da adulti il mondo dobbiamo viverlo nel modo più vero possibile lasciando gli amici della nostra infanzia dove è giusto che stiano: nel nostro cuore.

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