Viaggi lunghissimi con lo scopo di colonizzare altre galassie con navi spaziali

Gigantesche navi stellari generazionali lanciate in una rotta ottimale per colonizzare 100.000 sistemi stellari: un gioco per scienziati, vinto quest’anno dai cinesi. Con abbastanza tempo, risorse e tecnologia, è possibile che i nostri discendenti conquistino la Via Lattea.

Gigantesche navi stellari generazionali lanciate in una rotta ottimale per colonizzare 100.000 sistemi stellari: un gioco per scienziati, vinto quest’anno dai cinesi.

Viaggio verso l’infinito e oltre

Alla 10° edizione della Global Trajectory Optimisation Competition, ai partecipanti è stato chiesto di tracciare la rotta verso il maggior numero di sistemi stellari. La consegna fornisce 100.000 ipotetici sistemi colonizzabili con posizioni ben precise. Si tratta di un esercizio di fantasia e di scienza missilistica: la consegna della competizione presuppone che fra 10.000 anni la razza umana deciderà di dare il via alla colonizzazione sfrenata della Via Lattea con 5 navi generazionali. Nella consegna, il tempo limite per colonizzare la Via Lattea è di 90 milioni di anni, quindi abbastanza perché sulle navi si susseguano milioni e milioni di generazioni di coloni. Ogni nave generazionale sviluppa infatti il proprio sistema sociale ed evolve la propria lingua fino a renderla del tutto nuova. Inoltre, una volta in viaggio, la nave non può fermarsi per fare delle riparazioni perciò molti sistemi devono essere in grado di autoripararsi. Se in futuro queste idee troveranno una realizzazione, le astronavi finiranno per essere più simili a un organismo che ad una macchina. Per la nave sarà impossibile anche fare rifornimento: è per questo che nella competizione sono state favorite le soluzioni che impiegano meno energia di propulsione.

Immagine di come potrebbero essere queste navi generazionali

Tutto è solo fantascienza

L’idea che gli esseri umani un giorno viaggeranno per colonizzare altre regioni della nostra galassia è stata ben espressa dal pioniere russo dell’astronautica Konstantin Tsiolkovsky, che scrisse: “La Terra è la culla dell’umanità, ma non siamo destinati a rimanere nella culla per sempre”. Da allora, questa idea è stata un elemento fondamentale per la fantascienza e un’immagine condivisa del futuro dell’umanità. Spingersi verso le stelle è spesso considerato il destino degli esseri umani. Ma trascorso un secolo da quando fu proposta questa visione, le cose che abbiamo imparato sull’universo e su noi stessi si sono combinate per suggerire che muoversi attraverso la galassia dopo tutto potrebbe non essere il destino dell’umanità. Il problema di fondo è la vastità dell’universo, che non era nota quando immaginammo la prima volta che saremmo andati verso le stelle. Tau Ceti, una delle stelle più vicine a noi a circa 12 anni luce di distanza, è circa 100 miliardi di volte più lontana dalla Terra della Luna. La differenza quantitativa si trasforma in una grande differenza qualitativa: non possiamo semplicemente far viaggiare delle persone su immense distanze dentro un’astronave, perché è un ambiente troppo povero per sostenere gli esseri umani per il tempo necessario, che è dell’ordine di alcuni secoli.

Immagine di Tau Ceti

Una lotta per il cielo

Per anni c’è stata una lotta per la colonizzazione dei pianeti vicino alla Terra e il film Spacewalker rappresenta una piccola vittoria da parte della Russia, che fu la prima a mandare un uomo nello Spazio. The Spacewalker si presenta capace di rileggere il glorioso mito della corsa allo Spazio in piena Guerra Fredda.  Nei suoi titanici centoquaranta minuti di durata, tenta di ricostruire con forte autenticità le avventurose vicende che portarono alla storica missione Voschod 2 del 18 marzo 1965, durante la quale i cosmonauti effettuarono la prima passeggiata spaziale extraveicolare della storia, dovendo affrontare numerosi problemi tecnici durante la fase di rientro. Si comincia con un prologo che rispolvera il cameratismo goliardico ad alta quota, proseguendo con la messa in scena del lungo e difficile training di allenamento preparatorio alla missione che fa tornare in mente l’allegra brigata. Ci si sposta di seguito sulle fasi più salienti e drammaticamente eccitanti del viaggio spaziale che ricalcano il modello di Apollo 13. Osservando poi le elaborate sequenze di volo spaziale, non possono non apparire vivide davanti agli occhi le celebri inquadrature pseudosoggettive a filo capsula, così come la più che evidente metafora ombelicale del cordone di sicurezza che tiene ancorato l’astronauta al velivolo. Nonostante qualche sbavatura tipica delle pellicole dell’Est Europa, The Spacewalker dimostra come il cinema post-moderno sappia ancora fare della sana propaganda indiretta.

Alberto Simula

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