Plotino rifugge la materia per approdare alla dimensione del pensiero nel suo processo di purificazione, Yeong-hye abbandona la carne, il pensiero e da ultimo la vita.

Plotino fugge dalla materia per cercare l’Uno, mentre Yeong-hye, in ‘’La vegetariana’’, abbandona carne, corpo e pensiero per divenire pianta; due percorsi opposti di purificazione: l’uno luminoso e metafisico, l’altro oscuro, sensuale, e ai limiti dell’umano.
DA DONNA A PIANTA
“Che avesse una natura umana, animale o vegetale, non la si poteva definire una persona.”
Queste sono le parole che prendono forma nella mente del cognato di Yeong-hye, la protagonista dell’opera ‘’La vegetariana’’ di Han Kang, mentre dipinge fiori colorati che sbocciavano sul corpo nudo della donna disteso a terra, mentre perdeva le sue qualità umane una per volta, allontanandosi passo dopo passo sempre di più dalla carne.
Dapprima a disgustarla era stata la carne degli animali, quella che troviamo sulla tavola di molti. Aveva fatto un sogno, un sogno terribile, nel quale si era ritrovata in un vortice di morte, violenza e sangue che l’aveva spaventata a tal punto che il mattino seguente aveva preso la decisione di gettare tutta la carne presente in casa: carne di manzo per lo shabu-shabu, pancia di maiale, perfino l’anguilla mandata tempo prima dalla suocera dalla campagna, che costava almeno 200.000 won. Era diventata vegetariana.
Ma il suo disgusto per la carne non si limitava a quella che avrebbe potuto inghiottire: aveva gettato via anche tutte le scarpe in pelle, e persino l’odore di carne del marito la ripugnava al punto da non poter più unirsi a lui. Tuttavia, anche dopo essersi liberata di tutto, c’era ancora una carne di cui non era facile sbarazzarsi: quella del suo corpo. Tutto ciò che di umano e animale c’era in lei doveva essere estirpato per lasciare spazio a una nuova natura pura e armoniosa, una natura vegetale.
Inizia così a rifiutare di mangiare non soltanto la carne, ma ogni tipo di cibo, proprio come una pianta infatti, non ha bisogno di altro se non di acqua e luce. L’acqua è tutto ciò che si limita a introdurre nel suo corpo, rifiutando o vomitando qualsiasi tipo di pietanza, e l’unica altro gesto che compie è quello di svestirsi per esporsi il più possibile ai raggi solari.
Questa sua trasformazione, in cui si muove dall’animale al vegetale, viene messa in luce simbolicamente anche dalla figura del cognato, il quale, dopo aver scoperto la macchia mongolica presente sulla natica di Yeong-hye, come un petalo azzurro poggiato sul suo corpo, inizia a fantasticare sulla possibilità di un progetto artistico nel quale il corpo della cognata, completamente dipinto dalla sua mano, si trasforma in fiore, così come il suo, per unirsi sessualmente in un “prolungato momento di quieta purificazione”.

ASCESI VERSO IL NULLA
In questo modo la protagonista, dopo aver smesso di ingerire carne e di unirsi con corpi fatti di carne (gli unici con cui accetta di unirsi sono il cognato e l’amico del cognato, poiché i loro corpi completamente dipinti di fiori sono ormai da lei percepiti vegetali), e dopo aver iniziato a lasciar fluire nel suo corpo unicamente acqua e luce, compie un ultimo passaggio per staccarsi definitivamente dalla sua dimensione umana e divenire infine pianta: perdere la parola e il pensiero. E quando la sorella le fa notare che per fare ciò dovrebbe avvicinarsi pericolosamente alla morte, se non addirittura morire, Yeong-hye placidamente risponde: “Perché è così terribile morire?”.
La morte dunque viene qui preferita alla vita, e questo da ultimo perché la vita viene percepita come violenta e brutale, un luogo dove regnano la sopraffazione e l’ingiustizia. Allora il rimedio ultimo che resta a chi capisce ciò è la purificazione e, in ultima istanza, il rifiuto della vita.
Vediamo dunque qui un processo di ascesi che sembra passare dal regno animale, dove si mangia la carne delle altre creature, a quello umano del pensiero, che deve essere abbandonato per giungere alla condizione di vegetale, percepita come pura e incontaminata, ma che da ultimo sembra essere irraggiungibile per l’uomo se non passando attraverso la morte.
ASCESI VERSO L’UNO
Questo movimento di ascesi viene considerato anche nella filosofia di Plotino, sebbene con differenze sostanziali. Alla base della filosofia plotiniana vi è l’idea che tutto abbia origine dall’Uno, che è completamente trascendente, ovvero posto al di là dell’essere e assolutamente semplice: ciò che rimane una volta che tutti gli attributi vengono tolti. Possiamo dunque parlare di una teologia negativa. Infatti, secondo Plotino, l’Uno non ha limiti, non ha parti, non ha luogo, non è malvagio, non è imperfetto: vediamo che dell’Uno possiamo solo dire ciò che non è, mai ciò che è, in quanto il nostro intelletto non è strutturato per cogliere la sua assoluta semplicità. Questo Uno produce in maniera libera e abbondante, ma si deve tenere presente che in questo processo la materia, essendo per Plotino il luogo del male, non può discendere direttamente dall’Uno, ma si viene a considerare come un residuo, uno scarto della produzione: essa è essenzialmente l’assenza dell’Uno ed essendo assente l’unità è assente il bene.
Per Plotino, dunque, tutta la materia è malvagia e nel dirlo non distingue tra carne e piante, animale e vegetale. Noi possiamo sempre allontanarci dalla dimensione materiale e sfuggire a questo male avvicinandoci alla dimensione intellegibile, poiché abbiamo un’anima che si trova a metà strada tra mondo sensibile e intelligibile e deve sempre rivolgersi verso quest’ultimo, verso l’uno, attraverso: la bellezza, infatti, attraverso la visione della bellezza sensibile si risveglia nell’animo il desiderio del bello in sé, inteso in senso platonico, e in tal modo ci eleviamo dalla dimensione terrena , successivamente attraverso la virtù, che ci permette di liberarci dalle passioni del corpo e favorisce l’ascesa, e poi attraverso la dialettica. Da ultimo, il mezzo principale con cui l’uomo può ricongiungersi con l’Uno consiste nell’esperienza estatica, in cui l’anima esce da se stessa e, spogliandosi di ogni attributo, diventa l’Uno stesso.
FUGGIRE DAL MONDO
Secondo Yeong-hye, invece, a essere malvagia non è tanto la materia in sé, ma piuttosto tutto ciò che possiamo ricondurre alla dimensione animale, come la carne e a quella umana, dunque anche il pensiero. In questo caso il processo di elevazione consiste in una purificazione che ha l’obiettivo di trasformare l’uomo in vegetale, percepito come puro e privo di colpa. Ciò avviene dapprima attraverso la privazione di tutto ciò che rimanda alla violenza e alla sopraffazione rappresentata dalla carne; successivamente con la trasformazione, per cui il corpo della donna ricoperto di fiori dipinti inizia a perdere la dimensione umana; e da ultimo con l’avvicinamento alla morte attraverso lo stento e la sete, portati ai limiti estremi per eliminare anche la dimensione del pensiero e dell’anima, considerata corrotta e malvagia, al fine di raggiungere come ultima fase di questo processo di purificazione la dimensione vegetale, caratterizzata da pace e bontà.
Vediamo dunque che mentre per Plotino l’ascesa coincide con lo spostarsi dal piano materiale a quello intelligibile, abbandonando il corpo e abbracciando l’anima, nel mondo disturbante di Han Kang non è l’intelletto a permettere l’esperienza ascetica. Anzi, anche quest’ultimo dev’essere soppresso per lasciare spazio a una forma di vita più semplice e pura, e qualora non sia possibile raggiungerla, anche la morte risulta preferibile a una vita vissuta nella violenza e nell’orrore.