La serie Netflix di Raphael Bob – Waksberg riesce a combinare dramma e comicità, intrecciandoli in un genere nuovo e ibrido.

BoJack Horseman può essere considerata, senza dubbio, una serie cult dell’industria televisiva contemporanea. Alla base del suo successo, c’è, fra i numerosi aspetti, anche la capacità di fondere elementi drammatici e comici, configurando il prodotto nel territorio ibrido della dramedy.
IL DEBITO NEI CONFRONTI DELLA SITCOM
BoJack Horseman (2014 – 2020) è una serie animata per adulti, distribuita da Netflix e nata dall’incontro artistico tra Raphael Bob – Waksberg e la disegnatrice Lisa Hanawalt. Al centro della trama, c’è la storia, per l’appunto, di BoJack Horseman, un uomo cavallo di circa cinquant’anni ed ex star di una sitcom di successo degli anni Novanta, Horsin Around. Dopo la fine della produzione, BoJack vive nella sua villa ad Holliwoo(d), trascinandosi tra alcol e droghe e consumandosi nella nostalgia del suo «periodo d’oro». L’occasione per riprendersi un briciolo di celebrità gli è offerta dalla proposta di un produttore di scrivere la sua autobiografia e, per assolvere tale compito, BoJack assume una ghostwriter, Diane Nguyen: tale evento costituirà, di fatto, l’inizio della trama.
Tra i vari aspetti, una delle particolarità più evidenti della serie è, sicuramente, costituita dal setting: la storia di BoJack Horseman, infatti, si svolge ai giorni nostri in una Holliwoo(d) distopica in cui convivono esseri umani e animali antropomorfi. Questo tipo di ambientazione consente alla sceneggiatura di avvalersi e colorarsi di un peculiare tipo di humour tipico del mondo della sitcom: si tratta, nello specifico, di una comicità «slapstick», caratterizzata da gag fisiche che sfruttano proprio l’animalità di alcuni personaggi. La natura slapstick delle gag, tuttavia, non è l’unico elemento di contatto con l’universo della sitcom: particolare rilevanza assume, in tal senso, la presenza di un forte legame con la realtà circostante, nei cui confronti la serie adotta un atteggiamento satirico e meta riflessivo. Nello specifico, BoJack Horseman si scaglia contro il funzionamento dell’industria cinematografica hollywoodiana e il culto stesso dello star system: a tal scopo, sono richiamati numerosi personaggi dell’ambiente, sia attraverso citazioni esplicite (ad esempio Daniel Radcliffe o Margo Martindale) sia attraverso rivisitazioni «animali» (l’emblema, in tal senso, è rappresentato da Quentin Tarantulino per Q. Tarantino).

MA SI TRATTA DAVVERO DI UNA SITCOM?
Nonostante tutti questi elementi lascino presagire l’appartenenza al genere comico, alla fine della prima stagione (in particolare nella 1×11), è mostrato il vero cuore della serie: l’elemento drammatico. In quest’ottica, pertanto, diventa emblematico il personaggio di Diane come elemento fondamentale di discrimine, a livello diegetico, verso il passaggio definitivo a una dramedy. Durante l’intenso dialogo finale tra BoJack e la ghostwriter, emergono, infatti, i principali elementi di rottura con la sitcom: la discontinuità temporale tra il protagonista e la realtà circostante e la mancanza, alla fine degli episodi, del ristabilirsi dell’equilibrio iniziale.
Nel primo caso, BoJack rifugge dal dinamismo temporale della realtà circostante, reso, a livello di scrittura, dall’adozione del running plot, ma sceglie, invece, di rimanere rinchiuso in un tempo fittizio fatto da «twentytwo hilarious minutes» (1×11), durata standard di un episodio comico. In particolare, a livello narrativo (e temporale), BoJack sembra voler restare prigioniero proprio della sitcom di cui era protagonista, Horsin Around, la quale, se da una parte costituisce l’emblema di un passato glorioso ma ingombrante, dall’altra diventa garanzia di un rifiuto sistematico, da parte del protagonista, delle conseguenze delle proprie azioni.
Nel secondo caso, invece, a parte un episodio della prima stagione (Tra Zoe e Zelda, 1×04), si nota come la scrittura delle singole puntate rifiuti la struttura in tre atti e, quindi, il ritorno ad una situazione di partenza. La mancanza di questo meccanismo è estremamente importante per BoJack, in quanto non solo intensifica la relazione con il dramma ma, metaforicamente, costringe il protagonista a confrontarsi con le proprie azioni e ad accettare le proprie responsabilità.
UNA SERIE DI SFORTUNATI EVENTI
Alla luce di ciò, quindi, la contraddizione temporale fra BoJack e la realtà, unità alla mancanza di risoluzione alla fine degli episodi, è alla base della progressiva drammatizzazione della trama. La storia (e la vita) fanno scontrare il protagonista con dinamiche sempre più gravi in concomitanza con l’avanzare delle stagioni e degli episodi, dove a scandire l’aumento di gravità degli eventi contribuiscono gli episodi n.11 di ciascuna stagione: in occasione di tali episodi, infatti, gli eventi irrisolti accaduti in precedenza non sono dimenticati ma ritornano a tormentare l’uomo cavallo.
Fra la fine del 2019 e l’inizio del 2020, però, Netflix pubblica la sesta e ultima stagione di BoJack Horseman, la quale rappresenta un unicum all’interno dell’universo narrativo. Nella stagione conclusiva, infatti, BoJack esce dal loop narrativo della sua «sitcom esistenziale» e cerca di reinserirsi nel mondo reale, prendendosi le responsabilità delle sue azioni. In quest’ottica, pertanto, la mancanza di un finale consolatorio e «risolutivo» conferma, ancora una volta, la straordinaria verosimiglianza della serie con la realtà.