Il Superuovo

Vasi di terracotta tra vasi di ferro: Manzoni e Arendt riflettono sulla responsabilità individuale

Vasi di terracotta tra vasi di ferro: Manzoni e Arendt riflettono sulla responsabilità individuale

Adolf Eichmann, don Abbondio, una donnicciuola e una vecchia serva: figure storico – letterarie, che divennero ingranaggi indispensabili alla macchina del fango di un governo corrotto.

La storia è nel particolare, dicono oggi molti esperti, e non in grandi sistemi; attraverso “La banalità del male” e l’opera manzoniana si racconteranno le storie di personaggi la cui gretta mediocrità, incline né al fanatismo né alla malvagità, ha contribuito tragicamente a fatti storici agghiaccianti.

Adolf Eichmann: l’angelo sterminatore che “faceva solo il suo dovere”

A raccontare di Eichmann è la filosofa Hanna Arendt nel suo libro “La banalità del male”. L’opera raccoglie cinque articoli che la Arendt dopo aver assistito in qualità inviata del Times al processo di Gerusalemme nel 1961; di fronte a giudici indignati e stupefatti siede , petto gonfio e sguardo ottuso, Adolf Eichmann. Ma chi è costui? Da una breve ricognizione della sua carriera emerge che Nel 1939, Eichmann fu nominato direttore del dipartimento incaricato delle deportazioni e di altre “questioni ebraiche”. Arendt intende dimostrare come si possa fare del male anche senza essere malvagi, e la sua tesi è tanto spiazzante quanto piena di disperazione. Agli occhi di Eichmann quelle cose di cui venne ritenuto responsabile non furono mai crimini, bensì azioni di stato: egli aveva il dovere di obbedire. Interrogato, Eichmann insiste, incapace di comprendere questo accanimento contro di lui, affermando di non aver mai ucciso un essere umano: “non l’ho mai dovuto fare”, obbietta. Tanto agghiacciante è codesta obiezione, in quanto lascia intuire che egli avrebbe potuto uccidere suo padre, se gli fosse stato ordinato espressamente. Alla Conferenza di Wannsee, trovandosi in compagnia di tanti grandi uomini, lui misero, lui tapino, uomo di poco spirito e povero di iniziativa, si sentì lusingato da tale concessione: null’altro che un umile servitore, egli era stato ammesso al circolo dei grandi uomini e poteva bere e fumare con loro, guardarli mentre si rilassavano accanto al caminetto: allora il suo io, ipertrofico, si riempì di spicciola autostima, di ammirazione e di tronfia soddisfazione e ragionò così: se tali uomini avevano preso una decisione, chi era lui, Eichmann, per ergersi a giudice, per permettersi di avere idee proprie?

Dunque, Eichmann era un uomo mediocre, dalle doti mentali modeste, la cui correttezza era determinata da un senso di inferiorità nei confronti dei suoi superiori. Non agì mai per malvagità, né per fanatismo, bensì per bieco servilismo, con l’inerzia invertebrata che spinge l’uomo di medie ambizioni a costruire, con solerzia contenuta, la sua piccola carriera. Se in una cosa credette fino alla fine, fu nel successo, il distintivo fondamentale della buona società. Furono la sua smisurata ammirazione per i suoi superiori e la sua stessa coscienza a spingere Eichmann ad assumere questo atteggiamento di gretta abnegazione: in particolare, la sua coscienza gli parlava con una voce rispettabile, la voce della rispettabile società che lo circondava. Eichmann si comportò come un cittadino ligio alla legge, in modo da essere sempre protetto da ogni lato, sempre bilanciato, adagiandosi in quel giusto mezzo tanto osannato dal senso comune, che guarda caso è manipolabile da ognuno, e sempre si va a collocare là dove sta più comodo a chi parla. Eichmann non fu nè un mostro nè un fanatico, bensì un uomo “spaventosamente normale”.

Don Abbondio e la vecchia serva rappresentano la neutralità disarmata e l’assuefazione all’iniquità

Nei personaggi descritti da Manzoni si manifestano i rapporti di forza vigenti in una società. Lasciando di lato i grandi malvagi, come l’Innominato, e i malvagi minori, come don Rodrigo, parleremo invece di Don Abbondio, il vaso di terracotta in mezzo a vasi di ferro. Manzoni racconta che egli ubbidì ai parenti e si fece prete per “procacciarsi di che vivere con qualche agio” e “mettersi in una classe riverita e forte”. La sua filosofia di vita era ”scansar tutti i contrasti, e nel cedere, in quelli che non poteva scansare”. Ossessionato dalla paura dell’altro, costantemente diffidente, Don Abbondio stramazza come una gallina in una tana di lupi, si affanna e tenta disperatamente di salvare le penne, in ogni situazione: “se si trovava assolutamente costretto a prender parte tra due contendenti” scrive Manzoni, “stava col più forte, sempre però alla retroguardia, e procurando di far vedere all’altro ch’egli non gli era volontariamente nemico: pareva che gli dicesse: ma perché non avete saputo esser voi il più forte? Ch’io mi sarei messo dalla vostra parte.”

La logica di don Abbondio è fallace e pressappochista, fatta di nessi flebili e infondati: è la logica del senso comune, qualunquista e superficiale, letale tanto quanto il fanatismo tirannico e la cattiveria più spietata e, in quanto dettata da una semplificazione di giudizio tirata all’estremo, è velenosa e avvelenata, pericolosissima. Ma dopotutto, don Abbondio “non chiede altro che d’esser lasciato vivere!”, allo stesso modo in cui potrebbe chiedere di vivere una pianta di rovi, che piano s’ingarbuglia e s’avviticchia attorno ad una piantina di limoni.

Un altro di questi piccoli personaggi secondari ma esemplificativi della società del tempo è la vecchia serva dell’Innominato: l’incarnazione di un’anima servile, assuefatta alla scelleratezza per averla respirata e vista fin da bambina, tanto da considerarla come una consuetudine che regola i rapporti della vita quotidiana, dove la volontà potente e sfrenata dell’Innominato è una specie di giustizia fatale. “l’idea del dovere, deposta come un germe nel cuore di tutti gli uomini, svolgendosi nel suo, insieme co’ sentimenti d’un rispetto, d’un terrore, d’una cupidigia servile, s’era associata e adattata a quelli.

Come Eichmann, la semplice grettezza di don Abbondio e il servilismo abitudinario della vecchia, fecero sì che questi personaggi, lungi da essere innocui in quanto miseri e poveri di spirito, furono altresì fatali per il contesto in cui si trovarono ad agire. Questi individui, vedendo una bandiera sventolare più in alto delle alte, fecero di chi la reggeva la loro guida. I loro gesti non furono di per se stessi malvagi né violenti, tutt’altro che palesemente abbietti e mai apertamente finalizzati a nuocere al prossimo. Ma il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano dall’altra parte del mondo…

Storia della Colonna Infame: ricostruire la catena delle responsabilità individuali

La Storia della colonna infame avrebbe dovuto essere inclusa all’interno dei Promessi Sposi, ma Manzoni decide all’ultimo di ometterla e dedicarle invece un’opera a parte, temendo che tanta crudeltà folle avrebbe trascinato il romanzo all’interno di un girone infernale, turbando gli equilibri tra bene e male. L’opera racconta il processo ai presunti untori milanesi Guglielmo Piazza e Giangiacomo Mora, che vennero torturati e barbaramente uccisi a Milano nel 1630. Manzoni ritiene che dalla vicenda del processo dell’untore si possa trarre un insegnamento universale, ovvero il concetto di responsabilità individuale, e racchiude la colpa non nel Sistema in sé, ma nelle coscienze dei singoli individui, in quanto tra sistemi e eventi ci sono uomini che trasformano i sistemi in gesti. In un’epoca come quella che fa da sfondo alla vicenda dell’untore, dove regna un’angoscia senza volto, la peste e la rabbia dilagano accecando la ragione.

Il processo agli untori Piazza e Mora è il risultato di eventi concatenati, di decisioni, di sospetti, di accuse pronunciate a mezza voce. Tuttavia, all’inizio di questa catena degenerativa di eventi c’è niente di più che una donna. Anzi, una donniciuola: Caterina Rosa, che trovandosi “per disgrazia” a una finestra, vide venire un uomo, lungo la strada, che camminando si teneva addossato al muro, tenendo in mano un pezzo di carta. Fu allora che germogliò in ella l’idea che Guglielmo Piazza (così si chiamava l’uomo che ella vide passare sotto la sua finestra) fosse un untore, e dall’idea fece seguito l’azione: Caterina rivelò il suo sospetto ad una sua amica, Ottavia Bono, e gli eventi presero la tragica piega che conosciamo. Caterina Rosa non è una malvagia tiranna desiderosa di nuocere al prossimo, né una spietata serial killer priva di scrupoli. È null’altro che una voce, la voce del volgo: ella incarna la paura cieca della massa, ossessionata dalla ricerca di un colpevole, contagiosa nella diffidenza e magistrale nell’insinuare il sospetto: Mora stava solo scrivendo su un foglio, ma “In una mente la qual non vedeva che unzioni, una penna doveva avere una relazione più immediata e più stretta con un vasetto, che con un calamaio.”

Manzoni vuole dimostrare che il male prodotto abita l’uomo, non il sistema, incolpando la donnicciuola, Caterina Rosa, della morte di due innocenti. Ma non solo: accusa i giudici, i passanti, addirittura gli stessi condannati, per aver accusato altri innocenti. Per un momento considera l’idea secondo la quale essi non potessero fare diversamente. Tuttavia, questa visione alimenta un senso di profondo sconforto, dovuto al senso di impotenza e la negazione della libertà del singolo. Attribuire la responsabilità a un sistema, ad un unico uomo, ad un governo ingiusto significa perpetuare l’orrore, ma eliminare la colpa.

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