Il Superuovo

Utenti di Instagram come Narciso: quando vanità e bisogno di attenzioni diventano un problema

Utenti di Instagram come Narciso: quando vanità e bisogno di attenzioni diventano un problema

Conoscete il mito di Narciso? Oggi ve lo racconto io, cercando di dare alla storia una valenza più attuale rispetto alla solita stagnante proposta scolastica.

Narcisismo (Google Immagini)

Vorrei fare una premessa. A me la “solita stagnante proposta scolastica” piaceva in tutta la sua purezza: non avevo bisogno di zucchero per mandare giù una pillola che ho sempre gradito. So, però, che non a tutti capita di appassionarsi a letteratura e mitologia. Ho scoperto che c’è addirittura gente che si diverte a mettere i numeri in colonna per ottenerne risultati… Che vi devo dire, cose che purtroppo succedono. Probabilmente avrei fatto la stessa fine, se alle scuole materne avessi imparato a tratteggiare anche i numeretti oltre alle letterine. Sì, credo sia partito tutto da lì. Non tutti, però, hanno la fortuna di iniziare il proprio percorso scolastico come ho fatto io.

Quindi, a chi ama già la mitologia, spero che questo articolo sarà di vostro gradimento; a chi desidera sapere di più su una materia a cui non ha mai avuto modo di avvicinarsi, spero di potervi aiutare. A chi invece, dall’alto della sua Facoltà di Business Analytics, durante una tranquilla festa tra amici, quando sente che frequentate Lettere Classiche, si diverte a propinare la solita battuta a sfondo sessuale sulle lingue “morte”… no, per voi non c’è niente da fare. Change my mind.

Narciso (Google Immagini)

Il mito di Narciso secondo Ovidio

Narciso è il figlio della violenza che l’azzurrina Liriope ha subito da Cefiso, uno dei cento potamoi nati da Oceano e Teti. All’età di sedici anni era ammirato da tutti per la sua bellezza, ma dietro il suo dolce e affascinante aspetto si celava una tale superbia, “che nessun giovane, nessuna fanciulla mai lo toccò”. Un giorno, durante una battuta di caccia al cervo, il giovane colpì la curiosità di una ninfa abitante dei boschi: Eco. La dea se ne innamorò, e inizò a seguire ogni suo passo. Quando Narciso perse le orme dei suoi compagni e si ritrovò da solo nella foresta, iniziò a cercare aiuto, e gridando chiedeva se ci fosse qualcuno. Eco, che era stata destinata a ripetere soltanto i suoni già emessi da qualcuno o qualcos’altro, ma mai a cominciare lei stessa una conversazione, ripeteva le parole del suo amato. All’ennesimo scambio di battute sempre uguali, senza che capisse da dove provenissero, Narciso invitò il suo ignoto interlocutore a farsi vedere e ad unirsi a lui. Mai Eco fu più entusiasta di ripetere quella proposta, e si mostrò, cercando di abbracciare il ragazzo. Ecco che la boria di lui prese il sopravvento, e scacciò in malo modo la fanciulla, che da quel momento si ritirò furtiva tra i tronchi finchè il suo intero corpo non si decompose per il dispiacere. Di lei rimase solo la voce. Di lì a poco anche Narciso avrebbe sofferto per amore. Di se stesso. Uno dei suoi tanti amanti, infatti, lo aveva maledetto a trovare l’amore della sua vita e a non poter essere ricambiato. Sconvolto, quindi, il bello cercò ristoro in una selva che non era mai stata illuminata dalla luce del sole, presso un lago. Quando si chinò sull’acqua per dissetarsi, incrociò lo sguardo più profondo che avesse mai visto, le guance più rosee mai esistite che avrebbero fatto invidia al più colorito dei petali. Si innamorò di quell’immagine riflessa. Cercò in tutti i modi di afferrarla, ma niente bastò ad unire la coppia. Quando notò che il suo amato ripeteva precisamete ogni sua mossa, che piangeva quando lui piangeva, che muoveva la bocca allo stesso modo, capì. “Iste ego sum!“. Quale dolore, dopo una così atroce scoperta. Preso da quell’improvviso furore, non riusciva a conenere la disperazione. Eco lo accompagnava in ogni suo grido o lamento. Delirava e poi tornava ad ammirare l’immagine del suo amore impossibile. Amore che lo avrebbe ucciso. Meglio la morte, pensava, piuttosto che una vita in preda alla depressione. Esausto, si accasciò  a terra e posò la testa sull’erba verde. Quando le Naiadi, sue sorelle, si riunirono sul luogo dove credevano di trovare il suo corpo, ecco invece un fiore: giallo nel mezzo, intorno petali bianchi, e con il calice rivolto verso l’acqua.

Interpretazione

L’interpretazione critico-sociale del mito che mi ha colpito di più è quella che identifica Narciso come un oggetto del desiderio posizionato al centro di un quadro che guardano tutti. Circondato da sguardi. Il protagonista, dunque, non è solo trappola della ragnatela dei propri occhi, ma anche di quelli che lo ammirano, Eco in primis. In quest’ottica, essere guardati conferisce potere. René Girard parla di “desiderio mimetico”: è quello di cui cadiamo preda poichè altri prima di noi ci sono passati. Ci piace ciò che piace agli altri. Cerchiamo in tutti i modi di imitare chi stimiamo. E lo stimiamo solo perchè è gia stimato da altri. Chi è già desiderato è ancor più desiderabile. Il narcisismo è dunque una condizione di perenne ammirazione di se stessi che reclama indirettamente anche l’ammirazione altrui. In Ovidio, nel passo dedicato al mito in questione, si invita costantemente a guardare qualcuno che guarda. L’autore descrive Eco che osserva Narciso e per poter parlare dipende dall’iniziativa di lui. Questo meccanismo ci convince automaticamente, anche se non ce ne accorgiamo, ad apprezzare noi stessi il bello e valente fanciullo mentre cattura un cervo; mentre si riposa; mentre beve; perfino mentre si innamora di se stesso, quando potrebbe sembrare ridicolo, lo guardiamo con piacevole stupore come si assiste ad uno spettacolo. Anche l’ambiente circostante al ragazzo lo scruta deliziato, la selva secolare. Adoriamo ammirare ciò che ammirano tutti. E’ questo il gioco su cui si basano i social di oggi. E non solo di oggi. Negli ambienti domestici romani erano molto gettonate rappresentazioni iconiche del mito. Questo perchè la visibilità sociale era di vitale importanza nella quotidianità delle elites dell’epoca.

Instagram (Google Immagini)

Sogno o son desto?

Disclaimer. Nelle righe seguenti si descrive la realtà social odierna, facendo soprattutto riferimento alla sua utenza sbagliata. Con ciò non si intende muovere una banale, generica e buonista critica alle piattaforme che ormai tutti viviamo appieno, ma riflettere razionalmente sulle palesi ed innegabili conseguenze negative che si presentano quando l’oggetto sbagliato capita nelle mani sbagliate.

Nell'”era del selfie“, è facilissimo soffrire per amore della propria immagine. Diciamo che Instagram è il giusto mezzo per esaltare definitivamente un carattere già egocentrico per sua natura. Il concetto di autoscatto ha diverse essenze. Quella puramente tecnica e referenziale, usata per indicare il metodo fotografico; quella più profonda e soggettiva, sicuramente poliedrica. In quest’ultimo contesto il selfie è inteso come simbolo dell’indipendenza sociale a cui sempre più velocemente stiamo andando incontro. Il non avere bisogno di nessuno a parte se stessi per scattare una foto di cui noi siamo l’unico fuoco inevitabilmente introduce di sottecchi nella nostra mente l’idea che siamo il primo soggetto degno della nostra attenzione. Oltre al danno, la beffa di doversi quotidianamente confrontare con una bacheca in continuo aggiornamento piena zeppa di altrettanti inconsapevoli aspiranti Narciso. Questa esposizione di massa, la compulsiva ricerca di apprezzamenti, la competizione per la migliore apparizione, altro non fanno che danneggiare il labilissimo equilibrio psicologico proprio dell’essere umano. I social diventano la vetrina delle vite che vorremmo avere, di chi vorremmo essere, dei difetti che ci piacerebbe non vedere mai più. Questa nuova dimensione, la nostra falsa verità, corrisponde all’immagine riflessa di Narciso nel lago, ricollegandoci al mito. Il nostro feed è il luogo virtuale in cui nutriamo le più rosee aspettative su di noi e sulla nostra figura, che puntualmente si infrangono nella presa di coscienza quotidiana del reale, quando il filtro ‘Like Gigi’ non riconosce più il volto. E così amiamo l‘astrazione di noi stessi. Giunti a questo punto, è difficile distinguere sogno e realtà. E’ molto importante cercare la propria “trottola”, ragionando come se fossimo personaggi di “Inception”, un elemento che ci tenga saldamente ancorati all’idea di noi stessi più simile a quella reale, un particolare che serva da discriminante. C’è chi la trova e capisce l’inganno, e chi continua ad autoraggirarsi. I primi saranno capaci di dominare la forza della propria illusione e abili nel distinguere l’onestà dalla falsità degli utenti, riuscendo a prendere tutto ciò che di buono Instagram può offrire. I secondi disprezzeranno ogni Eco che si avvicini, ritendendosi irraggiungibili. Si nutriranno di superbia e stupidità, inciamperanno nella loro stessa presunzione, fino a cadere vicino ad un lago, sulle cui acque si chineranno per dissetarsi e potersi finalmente concedere all’unica persona di cui sono degni: se stessi. Ci sono molte versioni del mito. Ovidio ha deciso di raccontare la morte di Narciso senza scendere troppo nei particolari e descrivendo soltanto il capo stanco adagiato sull’erba, che fa intendere il suo decesso. Ma c’è anche chi sostiene che egli, volendosi unire alla sua stessa immagine riflessa, si sia gettato in acqua, morendo annegato.

Spero proprio che i nostri piccoli Narciso sappiano nuotare.

 

 

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