Il Superuovo

Il film “The Dig” di Netflix ci regala la vera archeologia in formato home-cinema

Il film “The Dig” di Netflix ci regala la vera archeologia in formato home-cinema

Altro che Indiana Jones! Simon Stone ci propone un archeologo meno aitante ma più reale nel film Netflix “The Dig”

L’archeologia è una disciplina affascinante, ci permette di comprendere le nostre origini e di porre il passato in costante contatto con il nostro presente. Ma il mestiere dell’archeologo che vediamo nei film è sempre così eccitante? Ci risponde Simon Stone

 

Archeologi non si nasce, ma si diventa sul set

The Dig è il nuovo film prodotto e distribuito da Netflix, diretto da Simon Stone, e uscito il 29 gennaio 2021. Nonostante il soggetto sia mutuato da un romanzo e non da una pubblicazione accademica, il film porta a casa degli spettatori la vera metodologia archeologica.

Simon Stone, infatti, ha preteso la realtà, a partire dalla scenografia. Il regista non si è accontentato di un set cinematografico in 3D, ma ha fatto letteralmente ricostruire lo scavo di Sutton-Hoo, lo ha ricoperto di terra e fatto scavare dagli attori nel corso delle riprese. Al cast, per l’occasione, è stata offerta la possibilità di prendere parte ad alcuni scavi, in collaborazione con il Museum of London Archeology, per prendere confidenza con gli attrezzi del mestiere.

Nel film, infatti, vediamo che gli attori alle prese con lo scavo sanno effettivamente brandire una pala e un piccone con la postura corretta. Inoltre, a differenza di molte pellicole sensazionalistiche, nel film compare uno strumento che dagli addetti ai lavori è chiamato “la mano dell’archeologo”: la trowel! E così il nostro Ralph Fiennes diventa un credibilissimo Mr. Brown.

A proposito di Mr. Brown, nel film è rivelata una competenza fondamentale per ogni archeo… ehm… escavatore: una profonda conoscenza della terra! Esattamente quella conoscenza pratica che manca ad alcuni degli archeologi “studiati” che cercano di soffiare il merito al povero Mr. Brown. Dura la vita degli escavatori nella prima metà del ‘900, ma, in fondo, lo snobismo di alcuni accademici persevera anche ai giorni nostri.

Quando il gioco si fa duro, gli archeologi impugnano la trowel!

Allestito il setting e preparati gli attori, è ora di scavare! E si sa, quando il gioco si fa duro, gli archeologi iniziano a scavare! Ma come si fa? Da dove si inizia? Simon Stone è ricorso a una metodologia che in passato andava per la maggiore e che viene praticata anche oggi: procedere per sondaggi esplorativi.

È quello che fa Mr. Brown, quando, pur dovendo scavare un’area già delimitata – cioè il tumulo- procede per piccoli sondaggi. Il rischio maggiore di questo procedimento è quello di perdere la visione stratigrafica d’insieme.  Ma non appena si trova il rivetto della nave, Mr. Brown cambia strategia e inizia a scavare il tumulo per intero, raccogliendo tesori!

Eh sì, perché lo scavo di Sutton-Hoo è un sito mozzafiato e ci ha regalato parte dei reperti più straordinari finora rinvenuti. Quindi il nostro Simon Stone avrebbe potuto far ricostruire tutte le chicche e farle ritrovare una dopo l’altra, in un continuum sensazionalistico, dai suoi attori.

Ma Stone ci rivela un altro grande insegnamento dell’archeologia: il 90% del lavoro è scavare chili di terra che il tempo e l’uomo hanno sedimentato. Nel film ci sono dei giorni in cui i nostri archeologi non trovano nulla, se non pozze d’acqua gentilmente offerte dal clima britannico. Anche questo fa parte della vita dell’archeologo: accettare di non trovare nulla di interessante, senza scoraggiarsi, persino in quella miniera d’oro di Sutton Hoo.

Documentare e divulgare fanno parte del lavoro dell’archeologo

E dopo una intensa giornata di scavo, che si fa? Si documenta! Appunti, disegni, fotografie, tutto materiale d’archivio, che aiutano l’archeologo a capire il rapporto che intercorre tra le unità stratigrafiche scavate. Simon Stone non poteva certo trascurare questo passaggio!

Mr Brown, il nostro modello di archeologo in questo film, tiene un diario di scavo, in cui tiene nota dei progressi. Il diario è un buon modo per fare una prima interpretazione dello scavo, che può essere di volta in volta confermata o smentita dai nuovi sviluppi del lavoro. Il diario di scavo è corredato anche nel film da alcuni disegni, che non sono solo una illustrazione, ma rappresentano graficamente l’idea che l’archeologo man mano si fa dello scavo.

L’apporto della fotografia, invece, è una chicca che ci regala in nostro Stone, che infatti non tarda a citare Howard Carter. Nella prima metà del 900, Carter, lo scopritore della tomba di Tutankhamon, è uno dei primi archeologi a servirsi della macchina fotografica come di un potente mezzo di documentazione. Nel suo diario è scritto che ogni reperto rinvenuto nella tomba egiziana veniva fotografato ben tre volte!

E quando tutto sembra finito (la preparazione, lo scavo, la manutenzione, la documentazione), arriva lei: l’archeologia pubblica. Questa prevede un costante ed efficace rapporto con la comunità. Nel film, la signora Pretty non tarda a organizzare una bellissima cerimonia sullo scavo, per presentare alla comunità il lavoro.

L’archeologia pubblica, infatti, ha l’obiettivo di rendere le persone, i residenti in primis, partecipi e avvicinarle emotivamente allo scavo. Ma Simon Stone anche in questo caso fa molto di più, rendendo i meriti al nostro screditato escavatore di professione, ma archeologo nel cuore: Basil Brown.

 

 

 

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: