Unorthodox e Casa di bambola di Ibsen: storie di donne che lottano per la propria libertà

Due donne prigioniere delle consuetudini che scappano da una realtà che sta loro stretta, alla ricerca della vera vita: questo è il filo sottile che collega “Casa di bambola” alla miniserie Netflix.

La protagonista della miniserie “Unorthodox” Esther Shapiro (Shira Haas) mentre viene obbligata a rasarsi i capelli dopo essersi sposata (fonte: blog.screenweek.it)

Quando si cresce all’interno di recinti delimitati da rigidi usi e costumi non è facile rendersi conto di come si vive, di come forse si è chiamati ad altro ma i propri sogni sono lontani e inarrivabili per via delle radici culturali e familiari. Spesso le consuetudini ci incatenano senza che ce ne possiamo accorgere e, a quel punto, conduciamo l’esistenza in virtù di regole che diventano quasi un cappio per noi. E sia che queste regole siano strettamente religiose, come per Esther Shapiro, sia che seguano una rigida morale vigente, come per la Nora di Henrik Ibsen, frequentemente a rimetterci di più sono le donne. Per questo le storie di questi due forti personaggi, grandi lottatrici per la loro libertà personale, sono così simili.

Il marito di Esther, Yanky Shapiro (a destra) e suo fratello Moishe mentre cercano di ritrovare la ragazza

“Cerco la mia strada”

Una donna molto giovane, Esther “Esty” Shapiro, appena diciannovenne e già convogliata a nozze, naturalmente con un matrimonio combinato e celebrato secondo i rituali della comunità. Esther vive in una comunità ultra-ortodossa chassidica di Williamsburg, vicino a Brooklyn ed è la protagonista della miniserie di successo “Unorthodox“, ispirata alle vicende del libro “Ex ortodossa: il rifiuto scandaloso delle mie radici chassidiche” di Deborah Feldman. La comunità a cui appartiene Esty è molto religiosa, rigorosa nel seguire la legge della Torah persino nell’abbigliamento e con uno stile di vita totalmente regolamentato da precetti derivanti dai dettami dei libri sacri e dalla sapienza dei rabbini. Appartenere a questa comunità significa vivere in un mondo chiuso, ghettizzato in tutto e per tutto, mantenendo il più possibile la distanza dal mondo esterno, che rischierebbe soltanto di deviare le menti dalla retta via. Se si nasce nella comunità non la si può mai lasciare, a meno che non lo si faccia di nascosto o si scappi, come è successo alla madre di Esther che non riusciva più a sopportare le vessazioni del marito a cui doveva sottostare per rispettare le consuetudini etniche. E, una volta scappata, all’interno della comunità è stata considerata un’infedele, un’emarginata e le è stato strappato tutto, anche la figlia che è cresciuta con i nonni. Insomma, o ci si rimette (o sottomette?) a quelle rigide regole o, se si riesce a sfuggire, non si può più tornare. Nemmeno i parenti più stretti considerano membro della loro famiglia un fuoriuscito dalla comunità. Ma le leggi della comunità chassidica, nella giovinezza di Esty, sembrano essere giuste, le sembra che non ci sia altro modo per vivere in modo retto da meritarsi l’altra vita, quella dopo la morte. Educata in quel modo, Esther è convinta che il suo destino non possa essere diverso da quello che è toccato alle altre donne della comunità: sposarsi, fare figli, essere fedeli al marito, rispettarlo e obbedire alle sue decisioni, anche nel caso non fossero combacianti con le aspirazioni della moglie. Esther crede che quell’usanza sia giusta per lei come lo è stata per le altre, anzi che sia l’unica cosa da fare. Solo quando ormai è già sposata si accorge che forse quella vita non è fatta per lei. Lei e suo marito Yanky non riescono a concepire un figlio e le donne della comunità iniziano a vociferare sul suo conto: si sospetta che non sia fertile, che abbia il disturbo del vaginismo e, per una comunità che deve ricostruire la popolazione ebraica dopo i molti stermini che questa ha subito (viene proprio specificato che questo è un obiettivo del matrimonio chassidico), una donna sterile è inutile quanto disonorevole, per la famiglia e per il marito. Esther deve frequentare sedute presso la sessuologa della comunità e capisce di non essere pronta a fare semplicemente dei figli. Non è solo una macchina da concepimento, lei ha dei sogni, come la musica e infatti prende lezioni di pianoforte da un’infedele americana, cosa non permessa alle donne della comunità e non approvata dal marito di Esther. Perché l’approvazione del marito è necessaria, Eshter e le donne non possono decidere da sole. Anche tutte le umilianti regole a cui sono sottoposte le donne della comunità sono adesso mal viste da Esther che, aperti gli occhi e guardatasi dentro, ha capito di essere fuori posto. Ha capito di essere di se stessa, di nessun altro e di poter tranquillamente decidere in autonomia chi diventare e cosa fare. Così come la madre fugge di nascosto, con l’aiuto dell’insegnante di pianoforte e, sempre come la madre, si reca a Berlino alla ricerca “della mia strada“, come dice lei, scoprendo la vita al di fuori della comunità e scoprendo finalmente anche la sua vera identità.

Henrik Ibsen (1828-1906)

“Una stanza da giochi”

Quando Ibsen nel 1879 ha portato per la prima volta sulla scena la sua “Casa di bambola“, di certo sapeva che avrebbe suscitato uno scandalo fortissimo, tanto da avere poi molte difficoltà nelle successive riproposizione del dramma. Perché “Casa di bambola” va a toccare tasti dolentissimi per la società contemporanea al drammaturgo norvegese, quella vittoriana del perbenismo e della rispettabilità. Questi ultimi due sono valori imprescindibili per ogni buon cittadino, da anteporre davvero ad ogni cosa. Ed è per questo che Torvald si arrabbia furiosamente con la moglie Nora (protagonista del dramma) quando scopre che lei ha contratto un debito con un usuraio. Torvald non può sopportarlo, lui, un uomo per bene senza alcuna macchia. Ma ancora non sa che la donna ha sottoscritto un prestito con un usuraio per poter pagare il soggiorno in Italia al marito, di modo che potesse guarire dalla sua malattia. Ma anche quando viene a sapere che Nora ha fatto tutto per il suo bene, Torvald rimane arrabbiato con lei perché la sua immagine rimane comunque rovinata da quel gesto. Solo quando la questione si risolve l’uomo riprende a trattare dolcemente e in modo stucchevolmente affettuoso la moglie, come ha sempre fatto. Ma ormai è tardi, perché quella che ora accarezza non è più sua moglie, non quella di prima almeno. Nora ha avuto un’epifania, una rivelazione interiore e ha scoperto di essere stata fino a quel momento una bambola per tutta la vita, prima del padre e poi del marito. Semplicemente accarezzata, ammansita e tenuta buona per poi essere indirizzata come più aggradava agli altri. Ed è qui che si insinua lo scandalo maggiore di Ibsen: già risultano fastidiose le critiche ai concetti di rispettabilità vigenti, ma quando viene messo in scena l’abbandono del marito da parte della moglie si scatena un putiferio apparentemente interminabile. Nora discute con Torvald, gli fa presente di aver capito di non avere mai vissuto la sua vita fino a quel momento, ma di essere stata una bambola da accarezzare, coccolare e usare nel modo che più aggradasse al marito.

La nostra casa non è stata altro che una casa dei giochi. Qui io sono stata la tua moglie-bambola. Questo è stato il nostro matrimonio, Torvald

Nora, per Ibsen, diventa il simbolo di una categoria, quella delle donne completamente in balia del volere del marito, senza alcun potere decisionale, senza alcuna indipendenza. Nora ha vissuto all’ombra delle due figure maschili dominanti della sua esistenza, diventando così coccolata, viziata e dolcemente reclusa. Le sue aspirazioni, prima della presa di coscienza della sua condizione, erano banali capricci che Torvald si limitava a soddisfare. Torvald credeva che quelle piccole soddisfazioni che le concedeva e quell’affetto fine a se stesso fossero amore e ne era convinta anche Nora. Poi però la donna ha compreso di essere in trappola, di non essere mai stata amata davvero e che la colpa non era nemmeno di Torvald, perché lui era stato così fin dall’inizio, educato anche lui da una società che segue le regole degli uomini ma le applica anche alle donne. Nora realizza di non poter essere felice se non con se stessa: la sua felicità potrà ottenerla da sola. Così, nel nome della propria libertà individuale, decide di abbandonare il marito per ricominciare da capo, sola e forte delle sue nuove conquiste. Questo elemento ha gettato l’ombra dello scandalo sul dramma di Ibsen, più volte censurato a causa di un inaudito gesto ribelle di questa donna che, come Esther Shapiro, ha trovato nella fuga il solo modo per la vera realizzazione di sé.

Non posso tornare

Le due donne, dunque, forti e libere, pienamente loro stesse, fuggono via dalle catene che le hanno tenute vincolate ad una realtà che non faceva per loro. Esther Shapiro, in verità, non rinnega mai del tutto la cultura da cui viene e fa anche molta fatica ad ambientarsi nella caotica e pittoresca Berlino. Ma comprende che quella sua vecchia vita non era fatta per lei. Forse alle altre donne va bene così, forse sono contente del loro ruolo nella comunità, ma lei è diversa e quella stessa comunità non le ha mai permesso di realizzarsi del tutto. Decide perciò di cercare il suo Dio in altri modi, anzi, a modo suo. Una prigione con invisibili sbarre d’oro è quella che la comunità chassidica costruisce attorno a Esther e lo è anche quella dentro cui vive Nora in casa di Torvald. Entrambe sono impantanate in una situazione che in apparenza è tutta rose e fiori, ma che in realtà le trattiene verso il basso impedendo loro di vivere veramente. Sì, Esther è parte di una ferrea comunità, quindi la componente religiosa è fondamentale nel suo caso, ma anche Nora è sottomessa da regole non scritte, consuetudini, credenze e usanze che, certo, non le fanno rasare i capelli a zero appena dopo il matrimonio, ma ugualmente non lasciano che lei sia libera. La loro fuga è un anelito verso la libertà, un volo di Icaro verso l’ignoto che non conosce ritorno. Infatti Nora ha compreso ormai che la sua vecchia vita non era vera vita e, ora che si è riappropriata di se stessa, non può più piegarsi a tornare la moglie ammansita di Torvald. Ed Esther, nonostante il marito e il fratello di lui si precipitino a Berlino per recuperarla, d’accordo con tutta la comunità, non può più tornare a Williamsburg, dove per lei vede solo sofferenza e malessere. Decide di intraprendere l’unica strada che la può rendere davvero fiera di se stessa e realizzata, quella della musica, il suo piccolo segreto per cui il marito, un sensibilissimo ragazzo, chiudeva sdegnosamente un occhio in occasione delle lezioni di pianoforte. E nonostante Esther sappia che la decisione di rimanere a Berlino le precluderà qualsiasi ritorno alla sua vecchia comunità, alla sua famiglia, rimane impassibile nella scelta di aprire un’altra pagina della sua vita. Voltare pagina e ricominciare in modo indipendente e sicuro, lontano dalle privazioni di prima: anche Nora si spinge così tanto oltre e, infatti, entrambe le donne abbandonano i mariti per poi rimanere da sole. La solitudine per loro diventa libertà, l’autoisolamento è la vita vera che si scrolla di dosso i vincoli accumulati per molti anni. Due donne, forti, libere, pienamente loro stesse, come dicevamo e fa bene ripeterlo: Nora, un’eroina femminista ante litteram di un drammaturgo straordinario ed Esther, una ribelle con il sogno della musica. Non ci è dato sapere come proseguiranno le loro vicende una volta divincolatesi da tutto il passato, perché infondo l’importante è quel gesto di fierezza e forza interiore che le ha rese uniche nel momento in cui hanno deciso di prendere in mano la propria vita.

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