La televisione, il cinema, il fumetto, la musica… Tutti media diversi. Tutti funzionali ad un unico scopo: unire la popolazione sotto il segno della cultura. Nonostante le numerose trasmissioni di livello culturale ambiguo e l’inondazione dei programmi spazzatura, questi popular media sono l’arma più potente che si ha per avvicinare la popolazione alla high culture.
Il maestro Shakespeare si adatta infatti perfettamente ai media low culture. Se il bardo poteva sembrare troppo ‘elaborato’ per il cinema, il fumetto o la musica, si è invece rivelato totalmente a suo agio tra gli schermi o le vignette. Grazie a questi adattamenti, gli immortali personaggi shakespeariani sono sotto gli occhi di tutti, pronti ad insegnare sempre qualcosa di nuovo. Ma questa adattabilità non può stare così bene solo a Shakespeare. Molti grandi autori si snodano elegantemente tra le immagini delle pellicole cinematografiche. Francis Scott Fitzgerald per esempio.
Baz Luhrmann e la high culture
Lo statunitense Francis Scott Fitzgerald ha scritto quello che per molti è ‘il grande romanzo americano’. Si parla del suo capolavoro: Il Grande Gatsby. Specchio della società superficiale ed ipocrita dei roaring twenties in America, metafora del sogno che si scontra contro la dura realtà. Una luce verde sinonimo di quella speranza cieca, di quell’amore infinito per cui tutto è lecito, che ognuno vorrebbe provare almeno una volta nella vita. Un romanzo che non racconta solo un’epoca, ma un universo, quello umano, che è circolare e destinato a ripetersi sempre.
Anche per questa sua attualità, il celebre regista australiano Baz Luhrmann ha voluto farne uno dei suoi capolavori. Non nuovo nel mondo degli adattamenti, l’australiano ha ancora una volta osato, dando il suo tocco personale alla storia. Nonostante la vicinanza con il romanzo originale sia immensa ed alcune righe siano addirittura ricalcate su quelle di Fitzgerald, la sua versione de Il Grande Gatsby eccelle per una particolarità, che la rende unica nel suo genere.

Anche il suo Romeo+Giulietta è diverso, innovativo. Qui, di licenze ce ne sono state, e anche molte. Ma la lingua dei protagonisti è rimasta immutata, quella stessa pronunciata dagli attori che nel 1597 misero in scena l’opera per la prima volta. A monte di ciò, la presenza di questa pellicola oltre a quella di Gatsby dimostra come, per Luhrmann, l’avvicinare alla comunità qualcosa di apparentemente lontano è altamente positivo e raccomandabile. Grazie a lui, in migliaia e più conoscono queste storie. Ma non si fermano a conoscerle, bensì riescono a comprendere che esse celano qualcosa di ben più importante. E questa comprensione viene proprio da quell’eccentrico che l’australiano mescola così bene con il classico.
Non solo cinema
Il regista infatti non solo avvicina i due sfortunati amanti cinquecenteschi al sapere dell’uomo del ventunesimo secolo. Oppure non fa semplicemente prendere coscienza di chi fosse quel ricchissimo Gatsby, simbolo di un’epoca che sembra sfumata dalla cenere. Esso prende queste storie, le rimaneggia pur rimanendo a suo modo fedele agli originali, e le collega al presente. Le attualizza, nel senso proprio del termine. Rende chiaro soprattutto il perché questi fatti devono essere conosciuti: perché sono fatti eterni, che non vedono fine al termine di un periodo storico, ma fanno parte di quel componente umano di cui nessuno è mancante.

Per fare questo, Luhrmann si serve, almeno in Gatsby, della musica. Quel media così vicino a tutti che è quasi dato per scontato. Insieme ai suoi collaboratori, l’australiano mischia il jazz con l’hip-hop, al fine di ‘trasmettere l’idea di ‘ora e adesso’‘. Si viene così a creare un loop continuo nel tempo, un salto tra gli anni venti del novecento e del duemila. La musica costruisce un ponte tra passato e presente, ponte che già leggendo Fitzgerald si percepisce ma che viene estremizzato nella pellicola.
Il potere dei media della low culture

Il carattere popolare del cinema e quello della musica si uniscono armonicamente al fine di trasmettere agli spettatori quella magia che l’autore americano voleva far passare attraverso l’inchiostro. In questo modo anche i più pigri, quelli che non aprirebbero mai il romanzo di Gatsby, quelli che non hanno la minima intenzione di leggere tutte quelle fitte pagine, possono non solo conoscere la storia ed avere esperienza di quello che Fitzgerald voleva rendere noto. Essi possono così anche vivere sulla propria pelle l’ebbrezza di realtà ed eternità che fuoriesce dalle pagine, quel carattere infinito che è e sempre sarà umano.
Ancora una volta i media più popolari, quelli che in apparenza si situano così lontani da quella che abbiamo così spesso chiamato high culture, le danno voce. Ed ancora si stagliano, come barche controcorrente, risospinti senza sosta nel mondo popolare, comune, ordinario, portandogli l’illuminante luce dell’alta letteratura.