“Una pace terrificante” : La caduta del muro di Berlino e la crisi della Sinistra

Il 9 novembre del 1989 veniva abbattuto il muro di Berlino, si concludeva la guerra fredda e iniziò il processo di ridimensionamento e ricollocazione ideologica dell’URSS. I paesi dell’est Europa non dovettero più sottostare alle direttive di Mosca e scoprirono il mondo occidentale, che ai loro occhi appariva come il paradiso terrestre.

Nell’immaginario collettivo, la caduta del muro di Berlino è un momento di libertà e liberazione e in un certo senso è così. Non bisogna tuttavia credere che dopo il crollo dell’URSS tutto quanto sia rosa e fiori. I grandi problemi che viviamo oggi hanno tutti un’origine successiva al 1989 e di sicuro la colpa non è di Stalin o di Gorbacev. E’ innegabile che la caduta del muro abbia avuto un impatto sulla nostra società: questo impatto, come spesso accade nella storia, non può essere assoluto, non c’è un bene assoluto e un male assoluto, e a questo triste destino che la storia riserva alle imprese degli uomini non può scappare nemmeno un evento come la caduta del muro di Berlino e il crollo del Comunismo sovietico.

La caduta del muro di Berlino è un evento simbolico. Se si fa coincidere la fine del comunismo russo con il 9 novembre 1989 si commette una fallacia storica. La Russia ha smesso di essere uno stato socialista nel pieno senso del termine a metà degli anni ’80, con la perestrojka. Il tentativo di una “seconda NEP”, così la definì Boris El’Cin, tentando di aprire all’economia di mercato, fallì miseramente. L’URSS è dunque implosa, e l’abbattimento del muro è un effetto, non una causa.

Ma perché la caduta del muro di Berlino ha dato luogo a una profonda crisi della sinistra che dura fino ad oggi? Del resto già Berlinguer nel 1976 aveva preso le distanze da Mosca, insieme con il Partito Comunista Francese, Spagnolo e Inglese. La sinistra europea non era più dipendente dall’URSS da tanto tempo,e continuava a ottenere grandi risultati, specialmente il PCI, che nel 1984 superò la Democrazia Cristiana alle europee, solo sei giorni dopo la morte di Berlinguer. Alla luce di questi fatti, non è facile capire perché la sinistra abbia smesso di funzionare, perché di questo si parla, solo dopo la caduta del muro di Berlino.

Sinistra europea e URSS erano separate già da tempo, quest’ultima non era più tale almeno dal 1983 con la perestrojka, eppure la crisi della sinistra inizia nel 1989: perché? Probabilmente cerchiamo la risposta nell’ambito sbagliato: non è un problema meramente politico, è un problema più ampio, sicuramente politico ma anche filosofico e antropologico.

 Abbiamo detto che la caduta del muro ha avuto un impatto più simbolico che storico: l’URSS era un simbolo, ancora prima che un paese. L’Unione Sovietica apriva la strada alla possibilità, faceva notare come fosse effettivamente praticabile un’altra strada rispetto alla società liberale europea. Bloch avrebbe visto nell’URSS una sorta di “principio speranza”. Non si intende con ciò che “si sperava Stalin”, l’esistenza dell’URSS apriva semplicemente la possibilità di pensare il differente come esistente, rendendolo reale e non semplicemente pensato. L’Unione Sovietica era la garanzia che si potesse fare altrimenti. Ripeto: ciò non significa che si dovesse fare come l’URSS, ma la sua esistenza certificava la possibilità di pensare oltre gli schemi del liberismo europeo, che proprio negli anni ottanta prendeva le forme di quello che noi oggi chiamiamo neoliberismo.

Il crollo dell’Unione Sovietica ha colto di sorpresa la sinistra, non che non se lo aspettasse, ma non era pronta. In italia il primo approccio è stata la svolta della Bolognina, dove Occhetto ha dato vita a quella “cosa”, come veniva denominata all’epoca, che era il PDS, Partito Democratico della Sinistra. Il problema (oggi come allora) non era tanto nel nome, ma nel tipo di politica che si perseguiva, in aperto contrasto con le politiche della sinistra. Quest’ultima ha fatto l’unico errore che non andava fatto, che è un errore nel metodo, prima che nel merito.

La sinistra post 1989 ha reciso completamente la prospettiva futurologica, tipica del pensiero marxista. In pratica, e questo è paradossale, venuto meno il socialismo nel presente, si è smesso di cercarlo e di perseguirlo nel futuro, ripiegandosi nella regolamentazione di un presente che è però in contraddizione con gli ideali della sinistra. La sinistra, divenuta a tutti gli effetti liberale e liberista è semplicemente venuta meno, si è spostata verso il centro: per attualizzare, è evidente come il PD assomigli più alla DC che al PCI. Cosa ha comportato tutto questo? Ci sono state due conseguenze tra loro legate e interdipendenti: da un lato, non esisteva più una forza politica interessata a limitare e a opporsi alle ingiustizie e alle disuguaglianze del capitalismo assoluto, dall’altra proprio queste disuguaglianze, cresciute con la sinistra al governo (l’ulivo, il Partito Democratico), hanno portato la base elettorale a abbandonare la sinistra.

La reazione di quest’ultima è stata ancora più paradossale, la famigerata “analisi della sconfitta” avvenuta dopo il 4 marzo si è conclusa con un atteggiamento in totale contraddizione con lo spirito della sinistra. Il concetto che è venuto fuori è stato : “ noi non abbiamo sbagliato nulla, avete sbagliato a non votarci, adesso sono affari vostri”. Questo è un problema: alla base delle idee della sinistra, vi è l’idea marxiana secondo la quale il presente deve essere costantemente sottoposto a critica, ai fini di una sua migliore comprensione: non esiste che sia il popolo a sbagliare, Rousseau ci aveva avvertiti che spesso la “volontà generale è cieca” ma Gramsci, ripeto, Gramsci, fondatore del Partito Comunista, aveva insistito sull’importante ruolo che il partito doveva svolgere per far comprendere la realtà al popolo. In sintesi, se il popolo non ha capito, e se la sinistra è coerente nell’interpretazione, allora la colpa deve essere del partito, non del popolo!

Già Fabrizio De Andrè, nella “Domenica delle Salme” aveva messo in luce come il mondo post 1989 rischiava di essere il “quarto Reich” e che portava i segni di “una pace terrificante”. Del resto quello che deve cambiare la sinistra è l’atteggiamento, altrimenti non coglieremo mai l’allegoria di Roberto Vecchioni, che proprio nel 1999, guarda caso, rimprovera alla sinistra che anche se in punto di morte : “ pianterà un Ulivo, convinto ancora di vederlo fiorire.”

 

Giuseppe De Ruvo

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