Una nuova ricerca evidenzia la relazione fra età delle pazienti e prognosi del tumore al seno

L’8 maggio 2020 è stata pubblicata su ACS Journals una nuova ricerca che mette in relazione l’età delle donne e le basi biologiche (nonché le strategie di trattamento) del tumore mammario triple-negative.

Un nuovo studio mette in correlazione l’età delle pazienti e la prognosi (e il profiling genetico) del tumore mammario triple-negative.

Le pazienti più giovani mostravano peggiore sopravvivenza a breve termine, un’upregolazione dei meccanismi di riparazione del DNA, del ciclo cellulare dei geni del metabolismo dell’RNA. Molte alterazioni del numero di copie sembravano essere numerose nelle giovani pazienti.

Il tumore mammario triple-negative

Si definisce tumore mammario triple-negative un gruppo di neoplasie le cui cellule mammarie non esprimono i recettori degli estrogeni e del progesterone (ER e PR) e non esprimono eccessivamente HER2. Solitamente, rapportandoli ad esempio ai tumori dovuti ad iperproduzione di estrogeni, quelli triple-negative mostrano una maggiore aggressività con un più elevato tasso di proliferazione cellulare neoplastica. Mediante dei profiling genetici precedenti si era già notato che si aveva prognosi peggiore nelle giovani donne colpite da questo tumore e che le pazienti più anziane mostravano molto biomarkers come le citocheratine e Bcl-2, nota proteina coinvolta nella morte cellulare programmata con effetto solitamente anti-apoptotico.

Vetrino istopatologico di carcinoma mammario midollare triple-negative.

Il problema principale dell’assenza di ER, PR e HER2 è l’impossibilità di applicare dei trattamenti terapeutici che possano confliggere col pathway di trasduzione del segnale degli ormoni (ad esempio, nei tumori che esprimono ER sono usati agenti farmaceutici come il tamoxifen, uno dei primi ad essere stati applicati nella terapia oncologica del tumore al seno). In generale, per quanto riguarda i dati di incidenza nella popolazione, si è osservata una prevalenza nelle donne giovani (<50 anni), nelle donne di etnia afroamericana e ispanica, e nelle donne con mutazioni genetiche di BRCA1.

Risultati della ricerca

Nella ricerca sono state coinvolte 473 pazienti di cui 50 sotto i 39 anni, 354 fra i 40 e i 64 anni e 69 pazienti sopra i 65 anni. Nella coorte di studio presa in esame nell’articolo scientifico, le giovani pazienti avevano una peggiore sopravvivenza a 2 anni rispetto al gruppo con età intermedia (40-64). Allo stesso modo, tenendo in considerazione la sopravvivenza a 3 anni dalla chirurgia invasiva per l’asportazione del tumore, i gruppi giovane e anziano avevano una peggiore prognosi rispetto sempre al gruppo intermedio che aveva il tasso di sopravvivenza più alto.
Le giovani pazienti mostravano più incidenza di metastasi precoci o di ricorrenza della malattia, con delle signature genetiche a carico di HRD, mentre il gruppo di pazienti più anziane m0ostravano correlazione col sottotipo LAR e con mutazioni somatiche di PIk3CA, ERBB2 e ERBB3. Interessante notare l’aumento della delezione 10q23, associata a PTEN, fondamentale oncosoppressore le cui mutazioni sono coinvolte nell’insorgenza di numerosi tumori umani.

Attuali terapie per il tumore mammario triple-negative

Un primo protocollo approvato a livello internazionale prevede la somministrazione di atezolizumabnab-paclitaxel per i tumori mammari basal-like (caratteristica istopatologica dei triple negative). L’anticorpo monoclonale atezolizumab agisce come inibitore del checkpoint, specificamente la proteina PD-L1 mentre nab-paclitaxel, dal nome commerciale Abraxane, interferisce con la proprietà delle cellule tumorali di proliferare (quindi interferisce con la divisione delle cellule).

Esistono differenti checkpoint come bersagli molecolari nella immunoterapia. PD-L1 e PD-1 giocano un ruolo fondamentale nei tumori mammari che non presentano ER e PR e che spesso si correlano a fenotipo triple-negative per mancata overespressione di HER2.

Un’altra terapia in uso è la somministrazione di inibitori di PARP, ossia di inibitori di particolari DNA polimerasi che correggono i danni al DNA sia nelle cellula trasformate che in quelle normali. La logica dietro questa terapia è rendere le cellule tumorali più prone a morire per mancata riparazione di danni al DNA il cui accumulo può essere fatale per la sopravvivenza delle cellule neoplastiche. Questa terapia viene indicata per quelle pazienti che mostrano un tumore mammario triple-negative luminal-like e possiedono mutazioni genetiche a carico di BRCA1 e BRCA2. Si ricorda che solo il 5-10% dei casi di tumore della mammella, con una maggiore incidenza di BRCA1, sono dovuti a mutazioni nei geni BRCA i quali, in condizioni fisiologiche, si comportano da oncosoppressori.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: