Un anno dopo il decreto dignità: perchè il precariato è un arma del potere

Il decreto dignità

 Un anno fa, il primo decreto di Luigi di Maio si proponeva di essere l’alternativa al Jobs act di Renzi. L’obiettivo dichiarato era quello di diminuire drasticamente il lavoro precario, favorendo la creazione di posti di lavoro con contratto a tempo indeterminato. L’operazione, rivendicata dal MISE, a distanza di un anno non sembra aver raggiunto gli effetti sperati: i nuovi contratti precari sono meno rispetto al passato, ma meno sono anche le assunzioni in generale. Insomma, non è che sono diminuiti i precari, sono diminuiti gli assunti. Il lavoro precario sembra ancora configurarsi come la principale forma di impiego verso la quale si tende. Certo la colpa non è solo di di Maio, anche l’abolizione dell’Articolo 18 senza strategie adeguate di tutela dei lavoratori ha avuto il suo impatto, e di certo non è trascurabile. Tuttavia, la precarietà, prima di essere una condizione lavorativa, è una condizione esistenziale che si colloca perfettamente in un presente nel quale le linee di frattura socioeconomiche tendono a creare sensazioni di insicurezza nella vita delle persone. E’ sotto questa luce che va analizzata la precarietà e il precariato: essa va intesa come un vero e proprio “dispositivo di governo”, per usare la terminologia di Michel Foucault.

Precariato- una genealogia del concetto

Diceva Wittgenstein che nelle parole vi è già metà verità. Cosa significa dunque precariato? Molto spesso le parole che vengono più usate nella comunicazione politica, sono anche quelle il cui significato viene più spesso dimenticato; è dunque importante far luce su questo concetto.

La radice di “precario” è “prex”, che è la stessa radice di parole come “preghiera” o del verbo “pregare” Tutte queste parole hanno in comune il fatto di essere un’invocazione nei confronti di un ente trascendente, collocato dunque gerarchicamente al di sopra di chi invoca, e, soprattutto impersonale. Storicamente, il termine precario era associuato a situazioni, battaglie, nelle quali era richiesto un deus ex machina che risolvesse la situazione di crisi. Notiamo come crisi e precarietà sono due concetti, in realtà, legati da molto prima che essi assumessero significato economico. Il termine krisis nasce con il vocabolario medico ippocrateo, e indicava il momento più acuto della malattia. Il termine precario nasce invece in epoca moderna, indicando invece la situazione nella quale versavano le barche commerciali che si trovavano a intraprendere una rotta in cui era possibile un attacco da parte dei pirati: una rotta critica, dunque. Capiamo dunque che precario è ciò che vive una situazione di crisi, ovvero una situazione, per rimanere nel gergo medico di Ippocrate, in cui la soluzione dello stallo condurrà o alla vita o alla morte. Cosa significa questo oggi? Significa che il precario è quel soggetto che, per vivere, data la situazione di crisi permanente, deve pregare per vivere. Ma nella società neoliberale, c’è poco da fare, vivere significa aver la possibilità, come aveva già messo in luce Marx, di “conservare e riprodurre la propria forza lavoro”. Ovvero, si può rimanere in vita, in quella vita che è bios, vita pienamente umana, e non zoè, ovvero mera esistenza, se e solo se si è disposti anche a pregare per un lavoro, qualunque esso sia, quanto degrandante sia. Ma a questo punto la domanda sorge spontanea: questa scelta tra la vita e la morte, tra bios e zoè, è effettivamente una scelta?

Precariato come disciplina di governo

 Da Hobbes in poi entra, nella cultura politica occidentale, una passione fondamentale: la paura. Lo stato, il Leviatano, nasce per la paura degli uomini. E’ la paura che rende gli uomini governabili: lo sa Hobbes, lo sapeva Machiavelli, lo saprà Kant che lo esporrà magistralemnte con la metafora del girello da bambini nel celebre testo sull’Illuminsimo, ma lo sa benissimo anche il neoliberalismo, la cui massima, ci insegna Foucault, è “vivi pericolosamente”.

La scelta di cui parlavamo prima, quella fondamentalmente tra vita e esistenza, è, in realtà, una non-scelta. La precarizzazione dell’essente ricorda drammaticamente l’aforisma 125 della Gaia scienza: non ci sono punti di riferimento, il sopra si confonde con il sotto, anything goes. In questa situazione di incertezza e sostanzia insicurezza, tutto assume i caratteri dell’apocalisse, tutto si scioglie, “tutto diventa aereo” per citare ancora il vecchio Marx. Siamo condannati a vivere ne La persistenza della memoria di Dalì. Quale è però, dinnanzi a questo sconquasso, la reazione dell’uomo? L’uomo andra alla ricerca di appigli, è evidente che cercherà dei criteri di intellegibilità del reale. Il punto è: dove li troverà? La risposta non è poi così difficile, ci sono infatti due strade. La prima è quella delle soluzioni autoritarie, che riportano l’ordine. Attenzione, l’ordine non si ricostruisce in un battito di ali: la richiesta d’ordine dinnanzi alla crisi e al precariato deve dispiegarsi, direbbero i tedeschi, immer wieder, sempre di nuovo. La seconda strada, che nonostante tutto è la più comune, risiede nell’affidarsi in pieno a quegli schemi di intellegibilità del reale propri della ragion calcolatrice tipica del sistema capitalistico di produzione. Cosa significa? Significa che l’auctoritas, la parola ultima, sarà lasciata a quelle istituzioni tecnico-economiche che procedono con freddi numeri e, purtroppo, l’elezione della Lagarde (ex FMI) alla BCE, sembra essere esattamente la sublimazione sul piano politico di questo dispositivo di governo, nel quale, e aveva veramente ragione Marx, vi è l’assoluto predominio della forma merce che informa di sé tutta la realtà nella quale viviamo.

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