Rivoluzione Rackete, capezzoli liberi e arte: ecco perché il nudo ci scandalizza ancora

Quando il sole dà alla testa, Libero si reinventa come Personal Stylist  della Rackete, le femministe avanzano, i giornali politicizzano.

Nell’era degli haters e della politica dell’odio sui social, siamo ormai abituati ad un nemico al giorno, strano diventa quando il nemico di turno è un capo d’abbigliamento, ma partiamo dal principio…

Delle vicende della Sea Watch 3 ne abbiamo tutti sentito parlare, abbiamo assistito al destino di Carola Rackete neanche fosse stata la protagonista de La Casa di Carta.
Che abbiate simpatizzato o meno per “la Capitana”, è improbabile che non l’abbiate vista preda dei riflettori durante tutta la vicenda.

Articolo di Libero sull’outfit della Rackete

Sebbene certe testate giornalistiche non riuscirebbero a redimersi neanche se fossero usate come carta per avvolgere il pesce, piuttosto che esser letti, Libero tenta il riposizionamento dandosi al mondo della moda.

La notizia del giorno, il 19, per Libero è infatti un trampolino di lancio: l’outfit della Rackete in Procura.
Descrivendo minuziosamente tutto ciò che indossa, o meglio, non indossa.

Proprio così, perché già dal titolo, Libero ci ricorda quali sono i problemi fondamentali della vita: “SERIA? Senza reggiseno in Procura”.

L’imperdonabile dettaglio sfuggito a molti è infatti l’assenza di un reggipetto in grado di sostenere i due “brufoli” che la Rackete porta sul petto, lasciando intravedere le protuberanze dei capezzoli sotto la maglietta..

Il trampolino di lancio per il mondo della moda fallisce miseramente e Libero resta dell’ottima carta per avvolgere il pesce.

La notizia che fa il giro dell’Italia

Come spesso succede, questi dilemmi fondamentali si spargono più velocemente di un’epidemia di peste bubbonica.
Il Kapitano vs la Capitana neanche fosse un incontro di MMA, le femministe iniziano ad arrabbiarsi e le notizie vengono politicizzate per far propaganda.

“Che schifo la zecca tedesca, senza reggiseno! Che vergogna! È un insulto verso il nostro Paese!”

E tra chi difende la Rackete, chi insulta le donne senza reggiseno definendole delle sgualdrine, e chi più ne ha, più ne metta, due ragazze decidono di far nascere un’iniziativa: il #Freenipplesday, in poche parole? Capezzoli al vento.
No, non proprio.

Il Free Nipples Day vuol dire letteralmente Giorno dei capezzoli liberi, ma l’iniziativa non prevede di inondare le strade in topless, bensì di svolgere azioni quotidiane (andare alle Poste, al lavoro, a scuola, a fare la spesa, ecc…) senza il reggiseno.

A cosa poteva portare tutto ciò? Naturalmente ad una strumentalizzazione mediatica.

Le donne senza reggiseno per la Rackete!!!

NO.

Non esistono parole più pulite e dirette di quelle usate da Nicoletta Nobile (una delle organizzatrici):
«È una forma di protesta contro l’inconsistenza dell’attuale dibattito politico e crediamo possa essere un segno ironico che possa togliere credito alla becera distrazione politica che utilizza l’umiliazione e il controllo del corpo della donna per offuscare i contenuti».

Tutta colpa della chiesa!

L’origine del nostro dissenso è puramente culturale, fonda radici secoli e secoli fa, in pieno 500, quando la scissione fra la chiesa cattolica e quella protestante spaccò in due l’Europa.
Per certi versi “tutta colpa della chiesa“, ma come?

Mentre la religione protestante prendeva pian piano piede, quella cattolica, dominata da secoli di vizi, iniziava a sgretolarsi.

Il fulcro del potere religioso si riunì in concili, il più importante quello di Trento nel 1545, in cui si gettavano le basi per rimodernare (e dar più severità) alla sfera religiosa.

Usciti fuori dal Rinascimento, in cui l’idea del bello e dell’uomo si era allargata anche verso una direzione estetica, oltre che spirituale, l’idea di uomo si affermava in arte in tutta la sua potenza: Dio ci ha fatti a sua immagine e somiglianza, ciò ci rende delle opere d’arte, ciò ci rende divini.

L’uomo non era più una figura impura, ma angelica, in tutte le sue forme e così doveva essere rappresentato.

A discapito di quanto si potrebbe pensare, nel Rinascimento il rapporto con il nudo era molto diverso da quello odierno: non era qualcosa di vergognoso, qualcosa da tener celato, ma qualcosa di puro e di bello, da ammirare con devozione.

Il concilio di Trento spazza via tutta la modernità dell’epoca.

L’egocentrismo dell’uomo ha quasi distrutto lo stato più potente mai esistito: quello della Chiesa.

Nasce una nuova tipologia di “artisti“: quelli chiamati per “rivestire” i nudi nei dipinti e nelle statue, ricoprendoli di drappi, vesti e foglie di vite e di alloro nelle parti intime, il nudo diventa una vergogna da celare.

In questo periodo, Daniele da Volterra (detto il Braghettone, perché appunto “metteva le braghe“, i pantaloni) si conquista il titolo di “miglior vestitore delle opere” per aver ricoperto tutti i nudi di Michelangelo nella Cappella Sistina.

Ancora oggi, sebbene la chiesa non sia più una potenza militare come una volta, l’Italia sembra non essere riuscita a distaccarsi da un’influenza cinquecentesca, continuando a sfornare Braghettoni, che, pur di non parlare dei veri problemi, preferiscono coprire di estetica e mancati reggiseni le distrazioni che fanno comodo.

Alice D’Amico

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