Un anno di fuoco: scopriamo il legame tra inquinamento dell’aria e aumento dei casi covid

Il mondo sta bruciando. Mentre i media sono concentrati solo sull’emergenza Covid tra i due affiora una correlazione.

In meno di un anno sono andati in fumo milioni di ettari di foreste. Gli incendi non fanno preoccupare solo per l’enorme perdita materiale di boschi e spazi verdi, ma emerge che l’esposizione all’inquinamento a breve termine è connessa all’aumento di casi covid.

COVID-19 E QUALITÀ DELL’ARIA

In Italia sono stati persi 60 mila ettari di bosco negli incendi che si sono sviluppati in Sardegna, Sicilia, Lazio, Marche e Abruzzo. Purtroppo i roghi, di entità perfino superiore, hanno interessato anche altri Paesi, in Turchia e Canada sono bruciati 140 mila e 200 mila ettari di foreste con un incremento delle emissioni di CO2 annua del 17%. Ci sono prove evidenti che gli incendi hanno amplificato l’effetto dell’esposizione a breve termine al PM2,5 sui casi e sui decessi di Covid-19. È stato tutto raccolto nello studio portato avanti dall’Università di Harvard e pubblicato su Science Advances. Eravamo già a conoscenza del ruolo dell’inquinamento sull’andamento della pandemia da Sars-CoV-2, ma i nuovi dati ci dovrebbero far riflettere, soprattutto dopo l’estate di fuoco che ha interessato metà della penisola. Già in altri studi si era dimostrato che l’esposizione a PM2,5 specifica per incendi boschivi a breve termine è collegata all’aumento dei sintomi dell’asma e ricoveri ospedalieri per problemi respiratori, nonché all’incremento del rischio di contrarre infezioni virali respiratorie. La causa è chiaramente il particolato fine presente nel fumo, capace di irritare i polmoni, causando infiammazione e influenzando il sistema immunitario. Ciò rende l’organismo più incline ad infezioni polmonari, incluso il Covid-19. L’incremento di 10 microgrammi di PM2,5 per metro cubo di aria in 28 giorni ha causato la crescita dell’11,7% dei casi e un +52,8% dei decessi.

INQUINAMENTO ATMOSFERICO

Con il termine particolato si indica la miscela di particelle solide e liquide provenienti da sostanze organiche ed inorganiche sospese in aria, questa miscela forma quello che viene detto aerosol atmosferico. Queste sostanze possono essere di origine naturale o associate all’attività antropica. È sicuramente il maggior inquinante delle aree urbane. Il particolato è suddiviso in base alle dimensioni, che variano da pochi nanometri a 100 µm, abbiamo quindi un PM10 e un PM2,5. PM10 con diametro aerodinamico inferiore a 10 µm, in grado di penetrare nel tratto superiore dell’apparato respiratorio. PM2,5 con diametro aerodinamico inferiore a 2.5 µm, in grado di raggiungere i polmoni ed i bronchi secondari. Nel mese di gennaio dello scorso anno erano ben cinque le città italiane che sforavano di 18 volte i limiti giornalieri di PM10, le città in questione erano Frosinone, Milano, Padova, Torino e Treviso. Il Ministero della salute ha dichiarato che ogni anno 30 mila decessi in Italia sono collegati al particolato fine PM2,5 presente nell’aria. Mediamente l’inquinamento atmosferico riduce di 10 mesi la vita di ogni cittadino italiano. L’Organizzazione Mondiale della Sanità consiglia come soglia per la protezione della salute umana un valore medio annuo pari a 20 µg/m3 per il PM10 e a 10 µg/m3 per il PM2.5, ma non esiste un livello sotto il quale l’esposizione allo smog possa essere considerata “sicura”.

CONSEGUENZE SULL’ORGANISMO

L’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) e l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) hanno classificato il particolato come carcinogeno di classe 1, ovvero in grado di causare tumori o favorirne l’insorgenza e la propagazione. I danni provocati dal particolato sono da ricondursi anche alla sua composizione, ovvero presenza o meno di metalli pesanti e idrocarburi. Come succede per la maggior parte degli inquinanti è la dose che fa il veleno, un’esposizione prolungata contribuisce al rischio di sviluppare malattie cardiovascolari, polmonari ostruttive croniche o infezioni acute delle basse vie respiratorie. Comunemente si pensa che all’inquinamento aereo siano collegati esclusivamente problemi ai polmoni, ma ad esso sono connesse molte altre patologie, come ictus, ischemie, malattie renali, demenza, diabete e rischi in gravidanza. Le nanoparticelle possono essere inalate, dai polmoni passare al circolo sanguigno e da qui a ogni distretto del corpo, accumulandosi negli organi. Anche concentrazioni moderate di PM2,5 comportano un serio rischio dell’aumento di un arresto cardiaco non ospedaliero, al quale sopravvive un paziente su 10. Per aggiungere un altro punto alla lista dei motivi per smettere di fumare vorrei far presente che il particolato fine è 10 volte maggiore nelle case dei fumatori, e un non fumatore che abita con un fumatore inala la stessa quantità di PM2,5 di un non fumatore che vive a Pechino.

Polmoni prima e dopo covid-19

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