Il Superuovo

Umano e disumano ai tempi del contagio: pestilenze e altri mali da Lucrezio a Vinicio Capossela

Umano e disumano ai tempi del contagio: pestilenze e altri mali da Lucrezio a Vinicio Capossela

Epidemie e morbi hanno sempre angosciato l’uomo per quella percentuale di ignoto che portano con sé… ed a farne le spese è la vita, il progresso e lo stesso senso di umanità.

Nei momenti di crisi, come ci insegna Albert Einstein, può emergere il meglio da parte di ognuno di noi. La natura ha spesso messo l’umanità di fronte a dure lotte, nel corso delle quali serve far emergere quel senso di fratellanza che caratterizza l’essere umano. Eppure, la paura che ne deriva fa sì che a volte l’uomo si possa trasformare in una vera e propria bestia… ce lo insegna la storia.

 

Il “mortifer aestus” della peste nel De Rerum Natura

Siamo ad Atene, l’anno è il 430 a.C. e la città più potente e florida di quell’epoca, così affascinante quanto tenebrosa, era in procinto di combattere una delle più grandi battaglie che la natura potesse metterle di fronte. Ci troviamo infatti nelle fasi finali di quel conflitto noto come Guerra del Peloponneso, con il quale le forze ateniesi e spartane si contendevano il controllo sull’intera Grecia e, nel pieno di questo confronto decennale, la città di Atene, già messa alle strette dalla cruenza del conflitto, fu infiacchita ancor di più da un evento così inatteso e drammatico da risultare superiore a qualsiasi iniziativa umana: la peste. L’unico modo per avvicinarci il più possibile alla realtà di quei tragici fatti è tramite le parole di chi, seppur non avendoli vissuti in prima persona, poteva rifarsi ai racconti, alle storie, alle cronache degli antenati che avevano effettivamente affrontato la peste. Ecco che, tramite i racconti di un grande storico come Tucidide e di un grande filosofo e poeta come Lucrezio, siamo oggi in grado di conoscere dettagliatamente gli avvenimenti di quel tragico anno e le conseguenze di tali avvenimenti. Concentrandoci sulla narrazione lucreziana, che di certo da Tucidide aveva tratto ispirazione in particolar modo per i contenuti storici, essa è posta dal poeta romano alla fine del sesto e ultimo libro del suo poema didascalico, il De Rerum Natura, e tale posizione liminare ha probabilmente una funzione ben specifica, ma allo stesso tempo fortemente dibattuta ancora oggi all’interno della struttura complessiva del poema. Per semplificare, possiamo dire che le posizioni maggiormente accreditate sono due: c’è chi pensa che esso non fosse il reale finale del poema e che quest’ultimo fosse rimasto incompiuto e chi, invece, sostiene che il modello negativo con cui si conclude l’opera rifletta parallelamente la scena incipitaria del poema, l’inno a Venere: una sorta di contrapposizione volontaria tra la vita e la luce rappresentate da Venere e la morte e l’oscurità incarnate nella peste. All’interno del quadro complessivo del De Rerum Natura, dunque, in cui Lucrezio si propone di istruire l’uomo tramite gli insegnamenti di Epicuro, unico modo per far rinsavire l’umanità dall’ignoranza e dalla paura che la caratterizza, questo finale diventerebbe la metafora di un mondo privo degli insegnamenti di Epicuro: la cupido vitae e il timor mortis. E così,  dopo la spiegazione scientifica di fenomeni naturali celesti e terrestri quali i tuoni, le nubi, i vulcani e i terremoti, l’attenzione del poeta si volge alla realtà concreta di soli quattro secoli prima e il tono si fa sempre più cupo e mortifero:

“Inde catervatim morbo mortique dabantur.
principio caput incensum fervore gerebant
et duplicis oculos suffusa luce rubentes.
sudabant etiam fauces intrinsecus atrae
sanguine et ulceribus vocis via saepta coibat
atque animi interpres manabat lingua cruore
debilitata malis, motu gravis, aspera tactu.”

“E allora a mucchi erano consegnati al morbo e alla morte. In principio avevano la testa bruciante di ardore infuocato ed entrambi gli occhi arrossati di luce continua. Poi le labbra sudavano, annerite dall’interno dal sangue e la via della voce cosparsa di piaghe si chiudeva e la lingua interprete della mente stillava sangue, fiaccata dal male, impacciata nel movimento, ruvida al tatto.”

Sono questi solo sette dei ben cinquanta versi che Lucrezio dedica alla descrizione fisica ed estremamente concreta del fenomeno, ma già da essi emerge il clima di estrema paura e angoscia che domina questo passo. Il mucchio di cadaveri posti uno sopra all’altro, immagine che poi verrà ripresa anche dal Manzoni per la descrizione della peste di Milano del 1630, la bocca piena di sangue, le involontarie contrazioni di nervi e membra e le corse disperate dei malati nei corsi d’acqua alla ricerca di un po’ di sollievo che potesse placare la sofferenza testimoniano la tragedia e il panico che si diffusero in breve tempo all’interno di un’intera popolazione. Di fronte alla morte fisica, quella che emerse fu una morte ancora più tragica: quella della collettività, della fratellanza, del senso dell’altro, cosicché gli uomini cominciarono a vedere nel proprio simile un impestato da tenere alla larga anche quando non c’era alcuna motivazione per farlo. La psicosi collettiva aveva preso il sopravvento trasformando così l’umanità in disumanità.

 

Vinicio Capossela affronta la peste tra umano… e bestiale

La peste, nel suo spettro così ampio di significati, è stata spesso usata da musicisti, registi e artisti in riferimento a varie sfaccettature della realtà che ci circonda, da quelle corporee a quelle incorporee, da quelle fisiche a quelle psichiche, da quelle individuali a quelle sociali. E di certo non poteva esimersi dal trattare una tematica simile uno dei più grandi indagatori della società contemporanea, il celebre e per certi versi controverso musicista e cantautore di Hannover Vinicio Capossela, che ha dedicato il suo ultimo album in studio, “Ballate per uomini e bestie”, proprio a questo argomento, per poi inserirlo all’interno di un contesto più ampio fatto di vinti e vincitori, di figure oltraggiate e dimenticate, di umanità e bestialità. Nel corso dell’ascolto dell’album, fatto di ballate struggenti volte a scandagliare, tra le altre cose, la sofferenza del peccatore, ci si imbatte dopo pochi minuti in un singolo, “La peste”, che già dall’emblematico titolo ci fa comprendere la forza del tema trattato. Ecco che sin dalla prima strofa, tramite un ritmo incalzante e quasi angoscioso, Vinicio si impadronisce con estrema lucidità di quella malattia nata “prima che cadessero le nazioni”, per tracimarla in un mondo che, seppur ignaro di un’epidemia ormai lontana nel tempo, non l’ha mai persa di vista facendole semplicemente cambiare i connotati: la peste diventa un subdolo germe che si insinua nella rete, nelle fake news, nelle parole ormai ridotte a cadaveri dato lo scarso peso che viene ormai loro attribuito, nella bestialità contro il “diverso”. Ed è proprio il diverso, il non noto, l’inesplorato ciò che genera paura e fa nascere un isterismo collettivo che si può manifestare in forme tanto diverse quanto simili, perché l’epidemia non è solo quella di un morbo che provoca la morte fisica, ma anche quella psichica che fa assumere all’essere umano comportamenti incontrollati che portano ad una profonda crisi sociale con conseguenze annichilenti per il vivere di tutti i giorni. Quel male esterno, quella “peste” che dovrebbe avere la conseguenza di unire gli uomini in un progetto collettivo e socialmente utile, ha l’ossimorica conseguenza di creare una “peste” ancor più grande, la peste della bestialità.

 

Covid 19 tra psicosi collettiva e banalizzazione: come affrontare il morbo che sta bloccando un Paese

Da un giorno all’altro l’Italia ha aperto gli occhi e ha assistito ad un qualcosa che nessuno avrebbe mai potuto immaginare poter succedere nemmeno nei sogni più fantasiosi: la città  fulcro commerciale del nostro Paese deserta, supermercati svuotati alla ricerca di viveri per poter affrontare un’eventuale quarantena, farmacie orami prive di disinfettanti e mascherine… il tutto in un clima dominato dalla paura e dall’isterismo collettivo. Un virus ribattezzato “Covid-19”, fino a due mesi fa circolante nelle viscere di un pipistrello all’interno dei confini cinesi, si è insinuato prepotentemente  nella vita di tutti noi riuscendo ad abbattere i confini nazionali e così, da una circoscritta area di Wuhan, una delle più popolose città della Cina, ormai ridotta ad un simulacro di strade e palazzi privi di vita, ha abbracciato quasi l’intero mondo, in primis la nostra penisola. Eppure stiamo apparentemente parlando di una semplice influenza che provoca la classica tosse e la classica febbre contro le quali circa 10% di persone devono scontrarsi ogni anni senza troppi patemi. Tuttavia, dal momento che il virus che ne è alla base è diverso rispetto al virus influenzale, e soprattuto molto più infettivo, ci troviamo nella condizione di dover affrontare un qualcosa di “banale”, ma contro cui non possediamo ancora i giusti mezzi per contrastarlo. La vita di tutti noi sembra ormai sospesa, i telegiornali sembrano non aver altra notizia da comunicare al di fuori di questa epidemia e i pensieri di ognuno sono rivolti a quella fascia di terra, focolaio del virus in Italia, compresa tra Piacenza e Cremona, ormai ridotta ad un ghetto i cui confini sono sorvegliati da ben 35 posti di blocco presidiati dall’esercito per non permettere a nessuno di entrare ed uscire senza autorizzazione. Non sta a me fare previsioni sui futuri risvolti della malattia o sulle conseguenze economiche, senz’altro terribili, contro le quali il nostro Paese dovrà combattere nei prossimi mesi o addirittura anni. Tuttavia, ciò che nel nostro piccolo ognuno di noi può fare è mantenere la lucidità, non farsi prendere da psicosi che rischiano solo di gettare ancora di più la nostra amata Italia nel baratro, ma nemmeno sottovalutare un problema che se non affrontato nel modo giusto rischia di avere effetti ad oggi non quantificabili. È in queste circostanze che abbiamo il dovere morale di far emergere il meglio di ognuno di noi, di fare tutto ciò che possa risultare utile per la collettività e non per il singolo, in modo tale da poter riemergere dalle ceneri e poter usufruire di questo momento di buio per avere un esempio attraverso il quale far nascere una nuova e splendente luce. Siamo italiani, siamo cittadini, siamo uomini, siamo forti! Restiamo uniti… e un giorno risorgeremo.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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