Quello sulla pena di morte è un dibattito vecchio di secoli che non ha ancora trovato una comune condanna né assoluzione. Ognuno porta le proprie idee, esperienze e teorie che dovrebbero però fare i conti con una sola constatazione: lo Stato per insegnare a non uccidere, uccide. È ammissibile?

Attraverso le parole di Cesare Beccaria e Bruce Springsteen, guardiamo da vicino le diverse posizioni circa la pena di morte.
CESARE BECCARIA
Voce autorevole dell’ illuminismo italiano e nonno di Alessandro Manzoni, Cesare Beccaria è stato uno degli intellettuali più influenti del XVIII secolo. Teorico del diritto e da molti definito “padre della criminologia”, nel 1764 pubblica “Dei delitti e delle pene”, sua opera primaria destinata a rimanere un testo fondamentale tanto a livello giuridico, quanto a livello sociale. Nel Settecento la pena di morte era assai diffusa e, per questo, non tutti riuscirono ad apprezzare la genialità di questo scritto che nel suo “teorema generale” propone una radicale riforma affinché:” Ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino (ma) […] dev’essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze , proporzionata a’delitti, dettata dalle leggi”. L’opera è figlia del vento di novità proveniente dalla Francia di Rousseau e Montesquieu, sulle spalle dei quali Beccaria riuscì a costruire il suo teorema articolato su un’attenta analisi circa la natura e i principi di una punizione imposta dallo Stato. La grande novità dell’opera sta quindi nell’ aver osservato il concetto di “pena” con occhio filosofico, calando il termine in un contesto sociale nel quale ognuno si adopera per cercare di dar vita ad una condizione per la quale più persone possibile riescano a raggiungere la felicità. Conditio sine qua non sono le leggi, elementi fondamentali che permettono la realizzazione di tale scopo. È per questo che Beccaria insiste sulla necessità di garantire, rafforzare e in alcuni casi rivedere l’applicazione di suddette leggi. In questo entra il tema della pena di morte: in primis la pena deve essere commisurata al delitto e, in secondo luogo, deve dare esempio senza essere eccessivamente violenta. Le soluzioni che lui propone sono due: abolire gli abusi giudiziari e arbitri dipendenti, sferrando così un attacco all’aristocrazia detentrice del potere. Tutto questo porta con sé il tema delle torture ripreso, sebbene in un contesto differente, dal celebre nipote qualche anno più tardi.

BRUCE SPRINGSTEEN
Era il 1995 quando Bruce Springsteen scrisse il brano “Dead man walking” destinato a rimanere immortale grazie alla sua consacrazione cinematografica nell’omonima pellicola firmata da Tim Robbins ed interpretata da Susan Sarandon e Sean Penn. Nel film, una storia vera, viene messo in scena il particolare rapporto tra una suora e un condannato a morte, un caso estremo e disperato: si tratta di Matthew Poncelet, un razzista e violento uomo di periferia che, assieme ad un complice, ha commesso un duplice omicidio uccidendo una coppia di giovani fidanzati con una ferocia inverosimile. Alcuni difronte ad un caso simile potrebbero erigersi a giudici e avvocati, urlando a gran voce che quell’uomo “si è meritato la morte” per ciò che a fatto; altri direbbero che questo non abbia sofferto abbastanza; altri ancora si potrebbero commuovere difronte al racconto di una a qualsivoglia infanzia turbolenta. Placato però il silenzio, spente le luci e chiuse le porte, rimane lui, il “dead man walking”, l’uomo che cammina. L’immagine è molto forte ma di straordinaria efficacia: prescindendo, per un solo momento, dalla colpa, Matthew è un uomo che vive la sua vita avendo ben stampato nella mente un orologio che con il suo ticchettio assordante, gli ricorda che quel giorno, in quel dato luogo, in quella data ora dovrà morire. È una pratica disumana persino per chi l’umanità l’ha perduta. Di questo parla Springsteen:
[…]My fate decidedI’m a dead man walking[…]I’ve got my story misterAin’t no need for you to listenIt’s just a dead man walking
UCCIDERE PER INSEGNARE?
Quella del condannato a morte non è una morte normale. Qualunque sia stata la sua colpa, diventa diverso da tutti noi nel momento in cui viene pronunciata la sua sentenza, come se non fosse più mortale perché a differenza di tutti noi conosce come, dove e soprattutto quando morirà. Di fronte a questo però, alla sofferenza di un’attesa interminabile che separa il singolo da quella fredda stanza che profuma di terrore, si potrebbe dire che quella persona si sia meritata la pena capitale perché deve aver commesso necessariamente qualcosa di terribile. Ne siamo sicuri? Certo, nella maggior parte dei caso è questo ciò che succede; in altri però a morire sono innocenti vittime di (purtroppo) comunissimi errori giudiziari, costretti a pagare con una pena irreversibile una colpa non loro. In questi casi le scuse in ritardo di uno Stato che uccide senza essere sicuro al cento per cento, sono inutili, quasi fastidiose. E che dire dei casi in cui qualcuno si è reso protagonista di un efferato omicidio (o più di uno) e “se la cava con una punturina”? Vedere quella persona morta placherebbe la rabbia o il dolore di una mamma e un papà a cui è stato strappato via un figlio? Secondo alcuni no, secondo alcuni l’esecuzione non è altro che una momentanea anestetizzazione del dolore a cui preferire una vita lunga vissuta nelle quattro mura di un carcere. Il problema però è che se l’omicida non muore, nessuno ha la certezza che rimarrà in carcere per sempre, nessuno ha la certezza del fatto che per un qualsiasi cavillo legale o un avvocato da milioni dollari l’imputato non riacquisti la libertà dopo qualche anno. È qui che entra in gioco Beccaria: il problema è in seno alla giustizia, quella stessa che dovrebbe proteggere, garantire il benestare e il benessere dei propri cittadini e cittadine, che dovrebbe preoccuparsi assolvere gli innocenti e punire i colpevoli con le giuste pene. Quella stessa giustizia che uccide chi uccide, e spera così di insegnare a non uccidere, come diceva Cesare Beccaria:
Parmi un assurdo che le leggi che sono espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettano uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio.