Animali magnifici, i cavalli. Forti ed essenziali, parte integrante della storia tanto quanto gli uomini che li cavalcarono. Ma quali sono i cavalli più famosi della storia?

L’equus ferus caballus, o come viene chiamato, cavallo, è un animale domestico di grandi dimensioni. L’addomesticazione del cavallo risale circa al 5.000 a.C. nelle steppe dell’Asia, e fu usato per secoli, fino all’invenzione della macchina, per gli spostamenti e i lavori pesanti. Era un animale costoso, e anticamente possederne uno era considerato un privilegio. Ma per un militare, specialmente un comandante, affiancarsi al giusto cavallo era un requisito fondamentale. Molti cavalli si susseguirono al fianco delle personalità più influenti della storia, alcuni più ricordati di altri.
PEGASO
Questo primo cavallo è frutto di un mito, ma è conosciuto tanto quanto i suoi colleghi reali. Stando alla mitologia greca Pegaso fu uno stallone bianco dotato di lunghe ali. Una versione del suo mito lo fa nascere come conseguenza dell’unione tra Poseidone, il dio dei mari, e Medusa. Quando Perseo recise il collo della Gorgone, dal sangue versato saltò fuori Pegaso, o direttamente dal suo collo reciso, come affermano altre varianti della leggenda. Inizialmente fu proprio Perseo a cavalcarlo, volando con lui a liberare Andromeda, e in seguito passò nelle mani di Zeus, che se ne serviva per portare le folgori all’Olimpo. Si dice che sia stato Pegaso a generare il fiume Ippocrene (o “sorgente del cavallo”), solo grazie alla potenza del suo zoccolo sbattuto sul monte Elicona. Fu poi Bellerofonte, grazie alle briglie di Atena, a poterlo cavalcare. Lo colse di sorpresa mentre l’animale si abbeverava ad una fonte, saltandogli in groppa mentre era piegato. Insieme sconfissero la Chimera e la loro amicizia divenne famosissima. Bellerofonte però, ambizioso, provò inutilmente a volare con lui fino all’Olimpo, cadendo nel vuoto e perdendo la vita. Secondo Pindaro i due erano fratelli, in quanto Poseidone era considerato il padre divino di Bellerofonte. Terminate le sue imprese, Pegaso prese il volo verso la parte più alta del cielo, fondendosi con esso e dando vita alla costellazione sua omonima.

BUCEFALO
Pochi compagni furono fedeli come fu Bucefalo per Alessandro Magno. Il nome è un’unione del termine greco βοῦς, che vuol dire “bue”, e κεφαλή, il cui significato è “testa”. “Testa di bue” è probabilmente da ricollegarsi alla stazza dell’animale, un imponente Akhal-Theke, ovvero un cavallo tessalico (o di razza turcomanna), dal profilo concavo (come il cavallo arabo), narici distanti e fronte larga. Secondo la storia Alessandro conobbe Bucefalo quando era solo un ragazzo. Suo padre, Filippo II il Macedone, acquistò il cavallo per 13 talenti nel 342 a.C. e lo portò nel suo palazzo con l’intenzione di domarlo. L’equino rifiutava, però, ogni approccio umano, e dimostrava un comportamento esuberante e violento. Filippo era ad un passo dal mandarlo via, quando Alessandro si accorse che il cavallo era banalmente spaventato dalla sua stessa ombra. Ponendo il suo muso contro il sole, non perse tempo e gli salì in groppa. Quel momento segnò l’inizio di un’alleanza fortissima, con Bucefalo che rifiutava altri cavalieri e Alessandro che rifiutava altri destrieri. Insieme conquistarono l’Asia per quasi vent’anni, fin quanto, nel 326 a.C., durante la battaglia dell’Idaspe, nonostante le ferite mortali, Bucefalo portò il suo compagno alla vittoria, morendo di fatica solo alla sera. Fu sepolto con gli onori militari e sul luogo della sua morte Alessandro fondò la città di Alessandria Bucefala.

ASTURCONE
Come poteva Cesare non avere un nobile destriero? Nella “Vita dei Cesari” anche Svetonio spreca qualche riga per parlare del fiero, forte e straordinario Asturcone. La nascita di un cavallo di razza Asturiana nelle scuderie di casa Cesare fu un grande evento per la sua famiglia, talmente importante da aver bisogno del vaticinio degli dei. Cesare decise ben presto che quel cavallo sarebbe stato suo. I cavalli dell’Asturia, cioè una zona della Spagna, sono detti Asturconi e sono caratterizzati dalla scarsa propensione alla corsa. Sono cavalli tozzi, di fatica, adatti alle lunghe distanze e ai lavori di forza. Il loro carattere è docile e facile all’eseguire, per questo Cesare deve aver pensato che fosse il cavallo perfetto. Asturcone lo seguì infatti durante le campagne in Gallia e passò con lui il Rubicone.

MARENGO
Per un uomo di statura serve un cavallo di statura. Non bisogna farsi ingannare dalla poderosa impennata di Napoleone nel celebre dipinto di Jacques-Louis-David: “Bonaparte valica il Gran San Bernardo”. In realtà Marengo, così il nome del famosissimo cavallo bianco, era alto veramente poco, circa 1.50m al garrese (ovvero la spalla), perfetto per la statura del suo cavaliere, il quale raggiungeva a fatica il metro e settanta. In ogni caso Marengo era uno stallone arabo, robusto, agile e veloce, acquistato da Napoleone nel 1800 durante la campagna d’Egitto. Nonostante il dipinto ci mostri un fiero condottiero, la faccia di Marengo ci suggerisce la verità. Napoleone era un pessimo fantino, impreparato e goffo, ma coraggioso nel suo essere completamente incapace. Marengo fu al fianco di Napoleone per moltissime battaglie, e rimase ferito non meno di otto volte, fino al 1815, quando Napoleone lo abbandonò mentre fuggiva dalla battaglia di Waterloo. Portato a Londra come trofeo, passò gli ultimi anni della sua vita come attrazione alle sfilate. Malgrado le molte cicatrici e la vita travagliata, morì alla veneranda età di 38 anni. Il suo scheletro è oggi conservato integro al National Army Museum di Londra.

MENZIONE D’ONORE: IL CAVALLO DI TROIA
C’è da precisare che non fu un equino vero e proprio, ma non si può non annoverare il Cavallo di Troia tra i più famosi della storia. Non è presente né nell’Iliade, né nell’Odissea, ma compare nell’Eneide di Virgilio, il quale la usa come escamotage per spiegare la fine della guerra, conclusa dopo dieci anni. Il cavallo di Troia fu infatti un’abile trappola elaborata da Odisseo per permettere ai suoi compagni Achei di entrare nella città di Troia, considerata inespugnabile a causa delle alte mura difensive. È universalmente ricordata come una costruzione in legno a forma di cavallo, dotata di ruote che gli permettevano di muoversi, e di uno spazio vuoto posto nella pancia per lasciare modo ad alcuni soldati di stare nascosti. Mentre le navi dei Greci si allontanavano da Troia fingendo la ritirata, il Cavallo rimase davanti alle porte della città come un finto regalo di pace. A nulla valsero le grida di Laocoonte, il quale affermava che fosse tutta una messinscena, così il Cavallo entrò in città indisturbato. Come da copione, durante la notte, dopo i festeggiamenti per la fine della guerra, i Greci uscirono dal cavallo, aprirono le porte per lasciar entrare i compagni, e sterminarono la popolazione (tranne Enea, che riuscì a fuggire col figlio e il padre). L’autenticità della forma è però da sempre in discussione. Plinio il Vecchio afferma che fu in realtà un’enorme ariete da assedio. Oggi l’ipotesi più accreditata è che si tratti del frutto di un errore di traduzione. Il termine hippos si riferisce, infatti, oltre al più comune “cavallo”, anche a un tipo di nave fenicia, caratterizzata da una polena ornata di testa di equino.
“Vendete la mucca, comprate la pecora, ma non privatevi mai del cavallo”.
Proverbio irlandese.