Lo sguardo degli altri è qualcosa da cui nessuno può scappare. Che questo sia d’amore, simpatia o d’odio, rimane un elemento imprescindibile nel complesso gioco della vita. Ma cosa succede quando questo sguardo diventa motivo di vergogna e derisione? Beh, il crollo delle certezze e la costruzione di una corazza che sorregga una vita ormai privata del proprio Io.

Attraverso il romanzo di Pirandello “L’esclusa” e il lungometraggio “A girl like her”, scopriamo perché quella contro i bulli sia una battaglia persa in partenza.
MARTA AJALA
Pubblicato per la prima volta nel 1901, “L’esclusa” è il romanzo genetico di Pirandello, quello che detta le regole del gioco e apre le porte, oltre che il cuore e la mente, di uno dei più grandi autori della nostra storia letteraria recente. Marta è una giovane donna sposata che viene accusata di tradimento dal marito Rocco sulla base di alcune lettere che la protagonista si sarebbe scambiata con un affascinante deputato romano. Si badi bene, in suddette prove incriminanti, non si accenna mai ad un incontro avvenuto tra i due: si tratta “solo” di scambi di idee, opinioni e poco altro. Tutto qui. Nonostante ciò a Marta toccherà indossare la “vesticciuola” di traditrice, di colei che ha macchiato il proprio onore e quello della sua famiglia, dopo il fatto, caduta in miseria. È quindi così che la giovane si ritrova costretta a dover trascinare un fardello troppo grande per le sue spalle troppo piccole, talmente grande da sentirsi costretta ad abbandonare il luogo in cui è nata e cresciuta perché ormai stanca di quegli sguardi che non rimarcavano più la sua bellezza ma la sua colpa. Era ormai un’esclusa, estromessa da tutto ciò che la circondava ma impigliata in quella fitta ragnatela che è la società, unica responsabile del dramma che, da li a poco, sarebbe stata la sua vita.

JESSICA BURNS
Il lungometraggio del 2015 “A girl like her” dalla regia di Amy S. Weber, non può definirsi né un film, né un documentario; si tratta piuttosto di un Mockumentary, termine con il quale si indica la costruzione di una storia in stile documentario funzionale alla rappresentazione di un fatto reale che, in questo caso, è il bullismo. Ovviamente la pellicola non poteva che essere ambientata in un liceo, regno incontrastato di “reginette” che esercitano un potere assegnato loro da non si sa quali criteri. Dove c’è una principessa però, c’è anche una povera: si tratta proprio di Jessica, la protagonista del film che presterà a noi spettatori i propri occhi grazie ad una spilla-videocamera che il suo più caro amico Brian le ha regalato e che immortalerà soprusi e umiliazioni da lei subiti per circa sei mesi. A guidare un gruppo di tirapiedi contro Jessica sarà Avery che, come nel più banale dei cliché, era la sua migliore amica dalla quale, da un anno, non sentirà altro che insulti, prese in giro e chi più ne ha più ne metta. La situazione diventerà per Jessica talmente problematica da tentare suicidio: ingerendo i farmaci dei genitori, la giovane si ritroverà tra la vita e la morte in un letto d’ospedale, condannata alla sofferenza tanto fisica quanto mentale da qualcuno che Jessica porterà con sé per il resto della sua vita.
TUTTI CONTRO UNO
Avere a che fare con qualcuno che ti ha eletto a vittima sacrificale del momento non è facile per nessuno, figuriamoci per una quindicenne liceale. L’adolescenza è infatti un periodo particolare in cui tutto ciò che accade in un modo o in un altro si fonde con la tua stessa pelle, divenendo un tatuaggio invisibile ed impossibile da cancellare. “L’uomo è un animale sociale” diceva Aristotele, ma che dire di quando la socialità diventa tossica? Che dire di quando ci si inizia a vergognare del proprio corpo, del proprio nome e cognome e si desidera essere qualcun altro talmente tanto da sentire la pelle bruciare? Tutti questi pensieri no, non sono “una fase”, non sono “normali”. Normale è vedere il proprio corpo cambiare e desiderare che questo sia più snello o più formoso, normale è sperare che l’acne passi in fretta, che l’apparecchio venga tolto il prima possibile, di arrivare al più presto al momento in cui delle piccole lenti sostituiranno i grandi occhiali pesanti sul naso. Questo è normale. A non esserlo è attendere con ansia l’ora di andare a dormire perché solo nei sogni la realtà appare accettabile, è guardarsi e voler essere altro rispetto al sé, divenendo esistenzialmente inconsistenti da, nei casi peggiori, ricorrere a pratiche autolesioniste o al suicidio. Ecco cosa fanno le innocenti parole dei vostri figli ormai non più innocenti, divertiti dalla pubblica umiliazione di una vittima scelta casualmente dal cappello da dove, al posto del coniglio, sarà estratto un nome e un cognome che immediatamente smetterà di appartenere alla persona interessata, e diventerà proprietà esclusiva dei figli innocenti di genitori distratti. È qui che subentra la vergogna, è questo il punto di non ritorno. Come Marta nonostante la sua partenza non perderà mai quella sensazione sulla pelle, così Jessica porterà con sé questo dolore per tutta la vita perché è qualcosa che ti cambia, che elimina ciò che è stato prima di conoscere quel sentimento che ti guiderà per il resto della vita. Nonostante gli sforzi più grandi, le risa, gli sguardi, le battute e gli “scherzi innocenti” saranno sempre davanti ai loro occhi, gli occhi di chi cerca di recuperare una materialità ormai perduta.